Fiumicino non è l’America

Lunedì mattina i corridoi umanitari nati nell’ecumenismo italiano hanno portato in Italia il sesto gruppo di rifugiati dal Libano. Siamo a quota 540.

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Al microfono il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia Luca Maria Negro

Roma (NEV), 1 febbraio 2017 – Che contrasto, lunedì 30 gennaio, tra lo scenario degli aeroporti americani e quello dello scalo romano di Fiumicino. Mentre l’America chiudeva le frontiere ai cittadini di sette paesi musulmani, tra cui la Siria, e migliaia di cittadini americani manifestavano proprio all’interno degli aeroporti contro il “Muslim Ban” di Trump, a Roma venivano accolti 41 rifugiati siriani (sia musulmani che cristiani) nell’ambito del progetto ecumenico dei “Corridoi Umanitari” promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e dalla Comunità di Sant’Egidio, con il sostegno finanziario dell’otto per mille delle Chiese metodiste e valdesi e la piena collaborazione dei Ministeri degli esteri e dell’interno. Ad accogliere gli immigrati – il sesto gruppo dal 29 febbraio 2016, per un totale di 540 persone – oltre ai promotori del progetto c’erano anche i rappresentanti del governo.

“Ci sembra di sognare”, ci ha detto prima della conferenza stampa una giornalista americana, riferendosi appunto al contrasto rispetto a quanto accadeva nello stesso momento negli aeroporti degli Stati Uniti. Alcuni dei giornalisti presenti mi hanno rivolto questa domanda: “Che cosa direbbe oggi a Trump?”. Gli direi, ho risposto: dieci giorni fa lei ha prestato giuramento come Presidente degli Stati Uniti, e lo ha fatto giurando sulla Bibbia. Mi permetto di consigliarle di leggere meglio e a fondo la sua Bibbia, in cui è scritto, tra l’altro, che Dio “ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10,18-19).

È quello che sottolineano, nella loro dichiarazione congiunta per chiedere il ritiro del “Muslim Ban”, il Consiglio ecumenico delle chiese, la Federazione luterana mondiale e l’agenzia ecumenica umanitaria Action by Churches Together:  “La nostra fede ci chiama ad amare e ad accogliere lo straniero, il rifugiato, il profugo, l’altro. Su questo, la Scrittura e l’insegnamento di Gesù Cristo sono abbondantemente chiari”.

Non ho dubbi che Trump abbia letto la sua Bibbia. Tanto è vero che nel suo discorso inaugurale, che a quanto pare ha scritto da solo, ha inserito una citazione biblica, dal Salmo 133,1: “Ecco, quanto è bello e piacevole quando il popolo di Dio vive insieme in unità” (How good and how pleasant it is when God’s people live together in unity, nella traduzione in lingua corrente della New International Version). Peccato che lo abbia fatto per invitare gli americani ad aprire il loro cuore al “patriottismo”, invocando un nuovo “orgoglio nazionale”: “Quando l’America è unita, l’America è totalmente inarrestabile”. Una lettura della Bibbia piuttosto selettiva e unilaterale.

Per contrasto mi è venuto in mente il discorso inaugurale di un altro presidente americano, il democratico (e predicatore battista) Jimmy Carter. Ecco la citazione biblica, a mio avviso ben più appropriata, proposta da Carter esattamente quarant’anni prima, il 20 gennaio 1977: “Ho appena giurato sulla Bibbia che mia madre mi ha regalato qualche anno fa, aperta su un’intramontabile ammonizione dell’antico profeta Michea: ‘Egli ti ha mostrato, o uomo, ciò che è bene, e che cosa il Signore esige da te: nient’altro che agire giustamente, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio’” (Michea 6,8).