“Riprova domani”

di Alice Fagotti e Alessandra Governa, rispettivamente operatrice e volontaria presso l'Osservatorio sulle migrazioni di Mediterranean Hope a Lampedusa

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Molo di Lampedusa

Roma (NEV), 8 febbraio 2017 – A poco più di un mese dall’inizio del 2017, e di fronte all’ennesima mutazione del quadro delle politiche migratorie che coinvolge il nostro Paese, a Lampedusa ci confrontiamo con la durezza di una realtà che ci attraversa quotidianamente e che a volte ci sembra essere solamente un tragico responso di numeri. Quello delle persone che nel tentativo di attraversare il Mediterraneo sopravvivono e approdano in quest’isola – dall’inizio di gennaio circa 1.300 – e più in generale sulle nostre coste, e quello delle persone morte in mare. Secondo i dati dell’UNHCR, altri 215 sarebbero i morti e dispersi nel Mediterraneo centrale fino al 24 gennaio 2017.

Difficile per noi operatori di Mediterranean Hope che tutti i giorni osserviamo i ritratti individuali di queste persone e che ascoltiamo le loro storie, fare delle riflessioni basate solo sui numeri. Ciò che possiamo registrare a quasi un anno dall’entrata in vigore dell’accordo UE-Turchia (che di fatto ha reso difficilmente percorribile la rotta balcanica) e a pochi giorni dall’entrata in vigore del rinnovato accordo tra Italia e Libia sostenuto dell’UE, è che nessuna delle politiche di contenimento delle migrazioni fino a qui adottate ha ridotto il flusso, anzi, ha reso le rotte solo più difficili e costose, anche in termini di vite umane. Proprio in questi primi giorni di febbraio, ad esempio, si contano circa 800 arrivi al molo Favaloro di Lampedusa che si sommano alle oltre 1600 persone salvate nel Canale di Sicilia dalla guardia costiera a causa delle avverse condizioni marittime, e alle circa 1000 intercettate ancora in acque libiche e riportate sulla costa africana.

Noi, a Lampedusa, continuiamo a raccogliere storie diverse che rispecchiano provenienze diverse: un gruppo compatto di nigeriani, prevalentemente uomini, molto avvezzi all’uso dei social, ci ha visitato per circa una decina di giorni, fino a quando alcuni trasferimenti ci hanno fatto perdere le loro tracce. E poi gambiani, la maggior parte con difficoltà di accesso ai social network (perché le password si dimenticano e i numeri di cellulari non sono più in uso per verificare le proprie credenziali): si legge il pudore a chiedere aiuto, l’incredulità davanti a un accesso negato o a uno schermo che non si anima; si legge la delusione per non avere notizie o non poterne dare. Si legge il fatalismo nel dirsi “riprova domani”, sapendo che spesso un nuovo incontro non dipende dalla nostra volontà ma dai trasferimenti, di cui abbiamo notizie solo nel momento in cui avvengono.

Da quel momento in poi non sapremo quasi più nulla: dove andranno? In quale centro verranno accolti? Quale questura si occuperà delle loro richieste di asilo o dei loro decreti di respingimento? Dall’ultima settimana con le nuove disposizioni nei confronti dei rimpatri di cittadini e cittadine nigeriane, guardiamo a questi trasferimenti con ancora più apprensione. Davanti alle notizie di gruppi di migranti partiti da Lampedusa con destinazione finale il CIE di Caltanissetta, ci chiediamo se in questo percorso sarà rispettato il loro diritto all’accesso alla procedura di richiesta di protezione internazionale. Tante partenze e altrettanti arrivi all’hotspot di Contrada Imbriacole nel primo weekend di febbraio, compreso l’inizio della nuova gestione che si troverà presumibilmente a far fronte alla carenza di posti letto. Il centro, o come lo chiamano i ragazzi il “camp”, infatti non può far affidamento sui 381 posti disponibili dall’incendio del maggio scorso di uno dei padiglioni.

“Tutto bene” dicono i ragazzi che però fanno la fila davanti alla porta della parrocchia per chiedere scarpe o vestiti più caldi. “Tutto bene” dicono i ragazzi che non parlano volentieri di ciò che hanno passato, nei loro paesi di origine o durante il viaggio. Sono spaventati. Spesso raccontano di non conoscere nessuno in Italia, di non sapere dove andranno, di non sapere cosa sarà di loro. Abbiamo l’impressione che non abbiano del tutto chiare nemmeno le conseguenze della procedura di identificazione, del fatto che con la protezione internazionale non potranno più tornare a casa, ma nemmeno che senza la richiesta di asilo saranno irrimediabilmente considerati migranti irregolari. Sono parole difficili da far comprendere. Semplificate suonano più o meno “dovrai tornare nel tuo paese”. Sorridono confusi. “Io non voglio tornare nel mio paese. Non posso, è troppo pericoloso”.