Bioetica. Savarino: i protestanti italiani sul fine vita

Intervista a Luca Savarino, coordinatore della Commissione bioetica delle chiese battiste, metodiste e valdesi in Italia. A breve un nuovo documento su eutanasia e suicidio assistito

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Roma (NEV), 3 marzo 2017 – Il caso del Dj Fabo ha riportato alla ribalta dell’opinione pubblica il tema delicato – in Italia addirittura tabù – dell’eutanasia, o meglio, in questa caso: del suicidio assistito. La Commissione bioetica delle chiese battiste, metodiste e valdesi in Italia da molti anni si dedica al tema, e ha anche prodotto diversi documenti. Rispetto a questo nuovo caso i protestanti italiani hanno proceduto a ricalibrare la propria posizione in merito? Lo abbiamo chiesto a Luca Savarino, coordinatore della Commissione bioetica.

Qual è la vostra posizione relativamente all’introduzione di una legge che garantisca il diritto alla dolce morte, sia esso esercitato dallo stesso morente, o da un medico che lo aiuta a farlo? Quali riserve ha il mondo protestante?

Le chiese protestanti europee sono perlopiù concordi nel sostenere la liceità della non attivazione o della sospensione dei trattamenti su richiesta motivata del paziente, anche nei casi più controversi come quello dell’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo persistente. Esse sono altrettanto concordi nel richiedere il potenziamento di un sistema adeguato e moderno di cure palliative (ivi compresa la cosiddetta sedazione profonda o sedazione palliativa) che sia in grado di ridurre il più possibile la richiesta sociale di eutanasia e di suicidio assistito. Al tempo stesso, le chiese protestanti, salvo rare eccezioni, sostengono la non liceità di tutte quelle pratiche (l’eutanasia e il suicidio assistito, appunto) che rappresentano un aiuto attivo al morire, e tendono ad opporsi alla loro legalizzazione, tranne quando ci si trovi di fronte a casi rari ed estremi. Il rifiuto di tali pratiche si basa sulla distinzione tra azione e omissione, o, più correttamente tra uccidere e lasciar morire, e sulla convinzione che un sistema efficiente di cure palliative consenta di rispondere sempre in maniera adeguata alle sofferenze delle persone nello stadio terminale della propria esistenza.

Dj Fabo avrebbe potuto dunque ricorrere a cure palliative, senza dover andare in Svizzera per porre dolcemente fine alla propria vita?

In Italia esiste una buona legge sulle cure palliative (la legge 38/2010) che però viene applicata male, o quantomeno in maniera disomogenea, all’interno del territorio nazionale. Pur non disponendo di informazioni di prima mano sulla condizione medica in cui si trovava Fabiano Antoniani, dalla lettura dei giornali mi è parso di capire che né la sospensione dei trattamenti (come nel caso Welby), né la sedazione profonda si sarebbero rivelati degli strumenti adeguati per poter porre rimedio alla sua sofferenza, dal momento che permaneva una residua capacità di respirazione autonoma. In casi come questi, anche dal punto di vista medico, l’eutanasia o il suicidio assistito sembrerebbero le uniche risorse disponibili.

Alla luce di queste ultime vicende la Commissione bioetica delle chiese battiste, metodiste e valdesi sta ricalibrando la propria posizione?

In questi mesi abbiamo iniziato la stesura di un nuovo documento su eutanasia e suicidio assistito, che sarà terminata a breve, e che intende riprendere la discussione a partire dai dati che oggi abbiamo a disposizione e che vent’anni fa non esistevano: mi riferisco in particolare ai cambiamenti relativi alla tipologia delle persone coinvolte nella discussione riguardo ai temi di fine vita, che certamente si è ampliata, all’importante sviluppo delle tecniche di medicina palliativa, ai dati legislativi dei paesi in cui si è scelto di intraprendere la strada della legalizzazione o della depenalizzazione di eutanasia e suicidio assistito.

A titolo personale, lei com’è orientato?

Personalmente sarei favorevole all’approvazione di una legge che renda lecita l’eutanasia in casi estremi, pur essendo consapevole del rischio di possibili abusi e di chine scivolose che una tale pratica inevitabilmente porta con sé. Per questo motivo, resto contrario a una legalizzazione indiscriminata (e classista: solo i ricchi possono permettersi di morire bene) del suicidio assistito come quella in vigore in Svizzera, ma preferisco un modello come quello olandese che lega (almeno per ora) l’accesso ai protocolli eutanasici alla presenza di un dato oggettivo, vale a dire a una diagnosi medica.

Cosa completamente diversa è il disegno di legge sul biotestamento all’attenzione della Camera e che tornerà in aula il 13 marzo. Qual è la vostra posizione in merito?

Una legge sulle Direttive anticipate di trattamento (DAT) non ha nulla a che vedere con eutanasia o suicidio assistito. Il progetto di legge in discussione in Parlamento mi sembra equilibrato, ragionevole e del tutto condivisibile. Esso ribadisce la centralità del consenso informato all’interno della relazione medico paziente, rende le Direttive vincolanti, fatta salva la facoltà del medico di recedere per motivate ragioni, rende possibile la sospensione dei trattamenti anche nei casi controversi come l’idratazione e l’alimentazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo persistente, considerati a tutti gli effetti trattamenti medici. La nostra Commissione è da anni favorevole all’approvazione di una legge sulle direttive anticipate di questo genere, e in questo caso posso dire che la posizione della Commissione in passato è stata recepita e fatta propria anche dal Sinodo delle chiese metodiste e valdesi. Il che è confermato dal fatto che numerose chiese evangeliche italiane negli ultimi anni hanno aperto degli sportelli per la compilazione e la consegna delle direttive anticipate.

La cronaca sul caso di Dj Fabo non ha fornito informazioni chiare sulle differenze tra le diverse situazioni di eventuale morte anticipata: eutanasia, suicidio assistito e DAT. Questa confusione di termini non rischia di alimentare una strumentalizzazione anche sul fronte politico?

Non è solo (e, aggiungerei, neppure principalmente) una questione di strumentalizzazione. Il problema è più generale e riguarda non solo l’Italia: sulle questioni di bioetica la discussione sui valori è inevitabilmente intrecciata a informazioni di tipo tecnico e scientifico (in questo caso medico), senza le quali è impossibile esprimere un’opinione argomentata. L’alfabetizzazione scientifica della popolazione è bassa: questo fatto in parte chiama in causa il sistema educativo e rimanda a ragioni culturali di fondo, in parte è il frutto di un’opera di informazione non adeguata degli organi di stampa.

Per approfondimenti: Luca Savarino, Bioetica e società secolare. Una lettura protestante delle questioni di fine vita, Claudiana 2013.