Gambia decided

di Ivana De Stasi, operatrice di Mediterranean Hope presso la "Casa delle culture" di Scicli

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Roma (NEV), 8 marzo 2017 – “Let me explain to you whats going down now. Its really sad to see people working for months without receving salaries. If you don’t believe me, go and ask your neighbors what they had to eat. But I see them spending thousand on a gala dinner”. Mamadou mi scrive sul suo quaderno questi versi tratti da un brano del rapper gambiano Killa Ace. Fanno riferimento alla povertà di uno dei paesi più piccoli ma anche più poveri del mondo: il Gambia. Da questo paese dell’Africa occidentale, incastonato nel Senegal, arrivano molti dei ragazzi che vivono alla Casa delle Culture.

Nell’ultimo anno e in particolare negli ultimi mesi, il numero di gambiani giunti sulle coste siciliane è aumentato vertiginosamente. La causa principale è racchiusa in un nome: Yayha Jammeh, un dittatore pericolosamente eccentrico che ha governato per ventidue anni. Mamadou ha una storia abbastanza simile agli altri ragazzi: un padre militante nel partito d’opposizione che avversa apertamente al regime, e per questo arrestato e ucciso. Dal padre, Mamadou, ha ereditato la passione per le parole, parole che devono essere messe per iscritto e diffuse. Infatti è lì seduto nel cortile a godersi un timido sole in questo insolito gelido inverno siciliano, mentre trascrive l’intero testo del brano di Killa Ace perché non basta solo che io lo ascolti, devo anche vederlo scritto nero su bianco: “secondo me, se non si scrive non si capisce bene” riflette Mamadou.

Il testo della canzone fa esplicitamente riferimento al dittatore Jammeh, additato e incolpato della sofferenza di un popolo che dura ormai da troppi anni. Mamadou mi spiega che quando il rapper ha registrato questo brano nel 2015, lui, la sua famiglia e il suo manager hanno iniziato a ricevere minacce di morte e siccome con Jammeh non si scherza, sono dovuti scappare in Senegal. Ciò che Mamadou apprezza di Killa Ace è il coraggio che ha avuto nell’esporsi con decisione tanto da essere diventato noto anche a livello internazionale, “amo le persone sincere che non scendono a compromessi e che affrontano il pericolo pur sapendo ciò che li aspetta. Sono queste persone che cambiano il mondo”.

Quando Mamadou mi ha fatto scoprire questo coraggioso rapper gambiano, era già accaduto qualcosa di straordinario nel suo paese. Infatti agli inizi di dicembre il popolo gambiano ha votato liberamente per le elezioni presidenziali consegnando una speranza di democrazia ad Adama Barrow, leader del partito d’opposizione. Se in un primo momento Jammeh ha accettato la sconfitta, pochi giorni dopo ha rinnegato tutto con la falsa scusa di elezioni truccate creando forti tensioni politiche. Ma alla fine, a gennaio, Barrow giura come presidente della Repubblica del Gambia.

Alla Casa delle Culture era impossibile non accorgersi di ciò che stava accadendo nel piccolo paese africano: incollati davanti al computer i ragazzi hanno seguito dapprima la campagna elettorale e poi le vicende seguenti; la radio dei telefonini costantemente accesa per ascoltare le news dal Gambia. Bisognava informarsi.

Quando ho chiesto a Mamadou perché, secondo lui, le vicende gambiane sono state seguite con altrettanto interesse anche dai ragazzi provenienti da altri stati, mi ha dato una risposta estremamente potente nella sua semplicità: “Perchè se un piccolo paese come il mio è riuscito a realizzare ciò che per molti poteva sembrare impossibile, vuol dire che anche il Camerun, la Guinea e tutte quelle nazioni ancora oppresse dalla dittatura, possono incamminarsi verso la democrazia”.