Le religioni? In campo contro i fondamentalismi

Alla vigilia del G7-Energia che si svolgerà a Roma dal 9 al 10 aprile, il 3 aprile scorso si è discusso di Islam, dialogo e radicalismo religioso. Un'intervista al professor Paolo Naso, che al consesso internazionale ha presentato le buone pratiche dell'Italia

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Roma (NEV), 7 aprile 2017 – In vista dell’apertura, a Roma, del G7-Energia, il 3 aprile scorso un evento collaterale del G7 ha discusso di Islam, dialogo e radicalismo religioso. Tra gli esperti internazionali che hanno presentato esperienze di contrasto al radicalismo islamista anche due italiani: il sociologo Stefano Allievi e il professor Paolo Naso, coordinatore del Consiglio per l’islam italiano presso il Ministero dell’Interno nonché della Commissione Studi Dialogo Integrazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). L’Agenzia stampa NEV lo ha intervistato.

Professor Naso, il G7 discute anche di religioni?

Sì e non potrebbe essere altrimenti. Piaccia o no la dimensione religiosa è prepotentemente presente nella scena geopolitica e il radicalismo religioso costituisce un pericolo che attenta ai processi di integrazione di migliaia di migranti nel contesto delle società di accoglienza. E’ giusto che di questo pericolo si discuta anche in sedi istituzionali internazionali.

La sua è stata la relazione di apertura. Un riconoscimento importante.

Sì, non alla mia persona ma all’Italia e agli sforzi che sta facendo per costruire una strategia di dialogo con l’Islam sia per la sua piena integrazione nel contesto nazionale che per l’attivazione delle comunità dei musulmani nel contrasto al radicalismo islamista.

In un momento in cui in molti paesi europei si stanno affermando posizioni islamofobiche l’Italia sta percorrendo una strada in controtendenza, che punta al riconoscimento di una comunità che sfiora i due milioni di persone e che ha una grande visibilità nella scena pubblica. E’ una strategia obbligata che semmai andava adottata da tempo.

In che cosa consiste questa strategia?

E’ una strategia che parte dal riconoscimento informale della comunità islamica per arrivare in tempi rapidi all’approvazione di una intesa formale. In questa prospettiva, il passo più importante è stata la sottoscrizione, lo scorso 1 febbraio, del “Patto nazionale con l’Islam italiano” nel quale le principali associazioni islamiche e il Ministro dell’Interno hanno sottoscritto una vera e propria road map che prevede impegni precisi da entrambe le parti per la promozione del dialogo, della coesione sociale, dei valori costituzionali, del contrasto al radicalismo islamico.

Paolo Naso

A partire da questo riconoscimento si promuove l’attivazione delle comunità nel contrasto alla radicalizzazione fondamentalista. Gli imam hanno un ruolo molto importante a riguardo perché con i loro sermoni possono orientare le loro comunità e smentire strumentalizzazioni politiche e ideologiche dell’Islam. Ma anche le leadership delle varie comunità hanno un compito importante, quello di tutelare la comunità islamica, contrastando islamofobia, ghettizzazione, pregiudizio, disagio sociale: quei fattori, insomma, che in altri contesti europei hanno creato il “brodo di coltura” del radicalismo islamico. Il radicalismo non si combatte solo con l’intelligence e la repressione. Servono anche prevenzione e integrazione.

Ipotesi condivisa anche a livello istituzionale?

In Italia direi di sì. Gli alti dirigenti delle forze dell’ordine presenti all’evento nell’ambito del G7 hanno pienamente confermato questa ipotesi di lavoro che ovviamente deve essere consolidata e radicata nei vari contesti territoriali.

Le chiese possono fare qualcosa?

Molto. Il tema della violenza nel nome della religione non è monopolio dell’Islam e tutte le comunità di fede hanno bisogno di liberarsi dal demone dell’intolleranza e del fondamentalismo violento. Già questo è un tema di dialogo interreligioso da promuovere e sostenere. Ma al tempo stesso devono continuare a fare ciò che in buona misura stanno già facendo, e cioè sentirsi impegnate, insieme alle comunità islamiche e di altre tradizioni, nella costruzione di una società multireligiosa, nella quale il pluralismo venga riconosciuto come un valore e non come una minaccia, come una risorsa e non come un problema.