Quando la frontiera crea migrazione

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Roma (NEV), 13 settembre 2017 – La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene dall’Osservatorio di Lampedusa.

Yan, uno degli ultimi ragazzi con il quale abbiamo parlato nel nostro ufficio a Lampedusa, ci ha raccontato una storia indicibile rispetto alle violenze che lui e i suoi familiari avevano subito in Camerun. Anche noi, che abbiamo lo sguardo puntato sul continente africano, non avevamo ancora compreso la gravità della situazione nel lago Chad dove nelle ultime settimane ha dilagato la violenza di Boko Haram contro le popolazioni civili della Nigeria e del Camerun. Altrettanto gravi, solo per fare alcuni esempi, sono la siccità che sta colpendo Etiopia e la crisi umanitaria che si sta registrando in Yemen. L’Onu, più volte, ha fatto appello per un aiuto sostanziale da parte degli Stati più ricchi del pianeta, ma fino ad oggi quello che è arrivato è assolutamente insufficiente per gestire una crisi umanitaria epocale. C’è dell’altro: gli Stati europei stanno di fatto destinando le risorse che servivano per lo sviluppo e la cooperazione alle politiche di controllo dei confini, che purtroppo finiscono per alimentare governi o milizie che bloccano i processi democratici.

Un esempio di queste politiche è rappresentato dall’“Emergency EU Trust Fund For Africa (EUTF)”, un fondo europeo comprensivo di quasi 3 miliardi di euro, indirizzato a 23 paesi africani, per la gestione della crisi migratoria. L’EUTF si propone lo scopo di contribuire alla stabilità delle regioni interessate grazie a una migliore gestione dei flussi migratori. I finanziamenti stanziati, seppur con il dichiarato intento di promuovere stabilità in quelle regioni interessate dai flussi, si inseriranno all’interno di contesti complicati e controversi.

In Sudan, ad esempio, il progetto europeo denominato “Better Migration Management” è un insieme di finanziamenti destinati al governo di Karthoum: mira a potenziarne gli apparati di sicurezza e a contrastare il traffico illegale di migranti che transitano nel paese.

Come emerge dal rapporto pubblicato da Enough Project, vi è la preoccupazione che l’equipaggiamento fornito (che consente l’identificazione e la registrazione dei migranti) e la costruzione di due nuovi centri di detenzione rinforzino notevolmente l’apparato di sicurezza del governo di Omar al-Bashir, un violento dittatore che ha soppresso con le armi i cittadini sudanesi e che nel 2008 è stato accusato dalla Corte penale internazionale di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur.

D’altro canto, una parte consistente dei finanziamenti del Trust Fund per l’Africa viene impiegata per il rafforzamento delle polizie di frontiera e per la creazione di archivi di identificazione biometrica in alcuni paesi africani. In questo processo, gioca un ruolo importante il Niger, principale crocevia delle rotte migratorie verso il Mediterraneo centrale. In seguito all’entrata in vigore della nuova legge contro il traffico e la tratta, il governo nigeriano ha per esempio potenziato le misure di controllo ad Agadez e in prossimità delle frontiere. Secondo alcuni osservatori questi controlli hanno fatto sì che i passeur abbandonassero i migranti nel deserto, dove si sta registrando un aumento dei morti, sviluppando nuove rotte molto più pericolose.

Un anno fa il Parlamento Europeo denunciava, dopo la mobilitazione di Oxfam e Concord, come i soldi spesi in materia di sicurezza e per fermare i flussi di migranti in Africa provenissero in gran parte dalle riserve europee per la cooperazione internazionale e la lotta contro la povertà. Ad oggi, come viene riportato dall’inchiesta DivertedAid “dei 2,8 miliardi di euro del Trust Fund, quasi il 95 per cento sono stati presi da fondi dedicati alla cooperazione e all’aiuto umanitario – in particolare dal Fondo Europeo di Sviluppo, il principale strumento per la lotta alla povertà dell’Unione – mentre solo 152 milioni sono fondi freschi messi dagli Stati”. Se a questi elementi aggiungiamo l’accordo tra Europa e Turchia e tra Libia e Italia, ci accorgiamo di come l’espandersi della frontiera stia di fatto costruendo un’economia che invece di intervenire sui nodi strutturali del fenomeno migratorio rischia paradossalmente di alimentarli, favorendo da un lato milizie e governi autoritari, dall’altro spostando le risorse della cooperazione internazionale alle politiche di controllo della frontiera.

Il tema della protezione internazionale dei rifugiati è oggi uno dei punti principali su cui riflettere; legare una strategia in cui i processi di crescita democratica dei paesi africani si intrecciano a politiche di accoglienza è una delle strade da portare avanti. Oggi, chi come Yan scappa dalle persecuzioni, rischia invece di finire nei lager libici.