Muhammad

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Roma (NEV), 6 dicembre 2017 – La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Scicli ed è firmato da Piero Tasca

È un “normale” pomeriggio di lavoro. Anzi, per essere esatti sono le 16 di un venerdì. Sono alle prese con delle scansioni e delle stampe, ma… mi sento stranamente osservato.

Mi volto e dalla porta socchiusa scorgo due vispi occhietti castani che mi osservano e mi seguono in tutto ciò che faccio. Apro la porta. È Muhammad, uno dei bimbi siriani arrivati circa un mese fa alla Casa delle Culture grazie ai “corridoi umanitari” promossi dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

Invito Muhammad a entrare in ufficio e vedo che si interessa in modo particolare alla stampante. La guarda “sfornare” fogli e cerca di capire. Muhammad ha 5 anni ed è nato in Siria in un piccolo villaggio vicino Aleppo. I suoi genitori vivevano in campagna e quando lui aveva solo 4 anni hanno dovuto lasciare la sua casa a causa della guerra. Intuisco che l’interesse che ha Muhammad nei confronti di quello strano “arnese” è dovuto al fatto che non ha mai avuto modo di vederne tanti altri in funzione. Muhammad si blocca fisso davanti alla stampante e non stacca gli occhi dal cassetto di stampa in attesa che esca qualche altro foglio, che prontamente mi porge. Decido allora di fargli un piccolo scherzo e, tra un documento e un altro, mando in stampa un paio di disegni da colorare. Mi accorgo che il suo sguardo cambia. Prende i disegni. Si volta. Mi guarda e comincia a ridere. Inizia a “tartassarmi” di domande in arabo che purtroppo io non capisco. Fa cenni verso la stampante e poi indica i disegni. I suoi occhi sono pieni di stupore e non smette di ridere. Risate che fanno bene all’anima. Scendo nell’aula di italiano e vado a prendere dei colori. Li do a Muhammad e lui si mette a colorare in ufficio. Dopo poco inizia nuovamente a guardare verso la stampante e capisco che forse è in attesa di un altro disegno. Lo mando in stampa e glielo porgo. Poco dopo arrivano in ufficio anche gli altri bimbi che nel frattempo erano scesi nel salone per far merenda. È arrivato anche per me il momento di una pausa, otto in ufficio saremmo troppi e così decido di far merenda insieme a loro. Sul tavolo preparato dalle nostre instancabili volontarie ci sono frutta, merendine e l’immancabile teiera fumante. Iniziamo a far merenda e io cerco di capire i nomi delle varie cose in arabo, chiedendo a Muhammad e agli altri solo indicandole. Loro mi dicono il nome corretto e io cerco di ripeterlo, ma… evidentemente il “mio arabo” è pessimo perché scateno tantissime risate. I bimbi si divertono a farmi ripetere le cose solo per poter sorridere e io ripeto tutto nel migliore dei modi felice di poter sorridere insieme a loro. Poco dopo si uniscono a noi le altre ragazze ospiti della Casa delle Culture e anche loro prendono parte alla merenda. Tra una risata e l’altra intercetto lo sguardo triste di Mery, una ragazza camerunense che guarda le bimbe e Muhammad ridere e scherzare. Probabilmente sta pensando alla sua bimba che non potrà mai più veder ridere perché inghiottita dalle onde del mare. Per lei la speranza di un futuro migliore non è passata attraverso i corridoi umanitari, ma si è dovuta mettere in mano ai trafficanti di uomini che l’hanno spedita tra le onde insieme alla sua piccola.

Dai suoi occhi scende una lacrima che lei prontamente asciuga, e riprende a sorseggiare il suo tè. Mi rendo immediatamente conto che anche questo è “vivere la frontiera”. Una frontiera in cui da un lato vi sono sorrisi e dall’altro lacrime. Amare.