Harraga. La musica che brucia la frontiera

di Silvia Turati

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Disegno di Francesco Piobbichi

Roma (NEV), 10 gennaio 2018 – La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH) – Programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Lampedusa.

“Harrag, ça reste toujours dans ma mentalité… dans mon esprit, dans ma tete, bon courage inshallah les frères…”

Harrag, questo resterà sempre nel mio modo di pensare… nel mio spirito, nella mia testa, buona fortuna fratelli, se Dio vuole…

È con queste parole che comincia una canzone tunisina, una sorta di inno per gli harraga: i ragazzi che bruciano la frontiera. Harraga è una parola in dialetto marocchino e algerino, che viene dalla radice della parola araba haraqa, bruciare. È così che si autodefiniscono i giovani nordafricani che partono senza documenti, per la via del mare: sono coloro che bruciano le frontiere.

Il Mediterraneo non si attraversa, ma si brucia: esattamente come l’animo di questi ragazzi. Sono i volti che incontro ogni giorno per le strade di Lampedusa, ormai da un mese a questa parte. Con alcuni di loro ho condiviso racconti, ricordi e musica.

Amìr mi mostra dei video su YouTube di diverse canzoni rap. Stiamo cenando insieme, un gruppo di amici italiani e arabi. Bashir comincia a cantare e ha una voce bellissima. Scorre un video con immagini di Parigi. Si diffondono parole a ritmo di rap, un ragazzo qualunque che sceglie di partire, in un miscuglio di emozioni divise tra la voglia di riscatto e il senso di colpa verso la madre, che potrebbe non riabbracciare mai più. Ma lui ripete che partirà, che la sua vita è persa là dove vive e che il suo Paese non gli lascia altra scelta. Da perdente o da vincente lui partirà e, se vivrà, troverà altrove la felicità.

Gli autori di queste canzoni sono ragazzi che registrano, montano video e poi pubblicano su YouTube. I sogni dei giovani tunisini a Lampedusa hanno la melodia del rap che ritmano e ricantano prima di ogni viaggio, durante la traversata, e ad ogni arrivo. La musica e le parole gridate liberano da paure e sensi di colpa e rinvigoriscono l’audacia.

Amìr mi mostra il video che ha girato durante il suo primo viaggio verso la Sicilia: è su una piccola imbarcazione, insieme a una ventina di persone. Sono sotto il sole cocente e hanno l’aria stanca. Ci hanno messo quaranta ore quella volta per raggiungere la costa italiana. Amìr mi spiega che erano partiti volontariamente col maltempo, così da sfuggire ai controlli della guardia costiera tunisina. Le onde erano alte e la barca faceva balzi che raggiungevano i quattro metri. “Ho visto la morte in faccia” mi dice. Nei giorni successivi dopo l’arrivo, quando cercava di prendere sonno rivedeva nella sua testa quelle immagini. “Ma lo rifarei. Mille, duemila volte, fino alla morte”.

Gli chiedo perché. Perché lui e le altre centinaia e migliaia di giovani si sentono bruciare da questa voglia di partire, di vivere altrove?

Da una parte c’è senza dubbio la repressione attuata nel suo paese, la revoca arbitraria della libertà, la corruzione endemica nei vari strati della società. Dall’altra la crisi economica e quindi la disoccupazione, soprattutto tra i giovani. Amìr ha studiato e ha lavorato come farmacista. Il suo stipendio mensile gli permetteva a malapena di affittarsi un appartamento e di mangiare ogni giorno. Ha studiato tanti anni eppure riusciva appena a coprire i suoi bisogni fondamentali. Poi arriva l’estate e il suo villaggio, meta turistica a pochi chilometri da Sfax, si ripopola dei tunisini residenti in Europa, chi in Francia, chi in Belgio, chi altrove. Tutti tornano nella terra madre a passare le vacanze e a trovare i familiari. Tornano benestanti. In Europa lavorano, seppur con tanti sacrifici, ma alla fine dell’anno hanno uno stipendio che permette loro di andare in vacanza. Quando tornano a casa sono vestiti bene. A volte si comprano la macchina. E mandano dei soldi alle loro madri. Loro sono l’esempio di quelli che ce l’hanno fatta, sono coloro che hanno vinto.

Amìr ogni estate li osservava e un giorno si è accorto che anche lui, come tantissimi altri, provava rabbia. Quel giorno ha deciso che non avrebbe più vissuto quella vita, che era diventata mera sopravvivenza, senza soldi e senza la possibilità di diventare qualcuno. Così è partito, una, due, tre, quattro volte, non importa quante di queste è stato e sarà rimpatriato forzatamente. Non sarà il pericolo del mare a fermarlo, né i soldi lasciati ai trafficanti; non sarà nemmeno il rischio di essere respinto o l’angosciante attesa nell’hotspot, prima di conoscere il suo destino. Non sarà il freddo delle notti passate all’addiaccio per evitare di essere messo sull’aereo sbagliato, quello che ti riporta indietro. Nulla di tutto ciò lo potrà fermare.

Amìr e tutti gli altri sono partiti con la musica degli harraqa nelle orecchie e il fuoco nel cuore. È nel modo di pensare, nello spirito, nella testa. C’è chi ce l’ha fatta, che ha avuto il suo riscatto. C’è chi in Europa ha provato a vivere, ma non ci è riuscito ed è tornato indietro. E c’è chi ci proverà fino alla fine.