Migrazioni forzate. All’ONU il IV Simposio sul ruolo delle religioni

Il contributo delle organizzazioni religiose impegnate sul fronte dei migranti e rifugiati ammonta al 50% del totale delle risorse spese a livello globale. Da Tveit (CEC) sottolineata la “visione ecumenica” messa in campo dalle realtà religiose attive in ambito umanitario

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Roma (NEV), 23 gennaio 2018 – Incentrato sul tema delle migrazioni forzate, il IV Simposio ONU sul ruolo delle religioni e delle organizzazioni a carattere religioso (faith-based organisations) negli affari internazionali si è svolto ieri presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York. Co-promosso dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), da ACT-Alliance (Action by Churches Together, il braccio umanitario del CEC), dal direttivo Chiesa e società della Chiesa metodista unita, e dalla Conferenza generale degli avventisti del settimo giorno, il Simposio annuale è stato dedicato a questo tema anche in considerazione dell’agenda del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, che nel 2018 sottoporrà a discussione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il Global Compact sulle migrazioni.

Il contributo delle “faith-based organisations” (FBO) a livello globale non va sottovalutato, dicono gli organizzatori del Simposio: ben il 50% dei fondi spesi per la crisi migratoria mondiale, la più importante dalla Seconda Guerra mondiale, proviene dalle FBO e dalle numerose organizzazioni umanitarie ad esse ricollegabili. Il Simposio ha inteso rafforzare il rapporto tra le FBO, espressione della società civile, e le istituzioni nazionali e internazionali.

Il segretario generale del CEC, pastore Olav Fykse Tveit, nel suo intervento ha sottolineato l’importanza della “visione ecumenica” quando si parla del come affrontare la crisi migratoria globale. L’atteggiamento caratterizzante il movimento ecumenico è sempre stato di “responsabilità reciproca” (mutual accountability), ha detto Tveit, vedendo in questo approccio una modalità di azione che utilmente può essere adottata dalla comunità internazionale: “E’ un atteggiamento in cui tutti riconoscono a tutti di avere un contributo significativo da apportare alla soluzione del problema. Ma quest’atteggiamento necessita di strutture solide di cooperazione multilaterale tese al bene comune”. A chi è in viaggio alla ricerca di condizioni di vita migliori “come chiese rappresentiamo impegno, presenza attiva e comunità aperte – ha proseguito Tveit –. Ma rappresentiamo anche, insieme ad altre comunità di fede, gli stessi migranti, che muovendosi portano con loro la propria identità religiosa. Anzi, nella loro situazione la fede è spesso il più importante bagaglio che si portano dietro”.