Far finta di essere Dio. Prospettive teologiche del “Gene-editing”, la riscrittura del DNA

A Parigi a fine febbraio, un convegno della Conferenza delle chiese europee (KEK) ha messo a confronto scienziati e teologi protestanti, cattolici e ortodossi

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Roma (NEV), 7 marzo 2018 – Sì è tenuto presso l’Istituto protestante di teologia di Parigi il 27 e 28 febbraio scorsi il convegno dal titolo “Far finta di essere Dio? – Scienza, teologia e implicazioni sociali del gene-editing”. Organizzato dalla Conferenza delle chiese europee (KEK), il convegno ha messo a confronto scienziati e teologi protestanti, cattolici e ortodossi sulle implicazioni teologiche, giuridiche, sociali e scientifiche relative al cosiddetto editing genetico, una sorta di riscrittura del DNA.

Immagine tratta dal sito della KEK

La materia è controversa. Il direttore dell’Istituto di genetica “Francis Crick” di Londra (UK) Robin Lovell-Badge ha evidenziato come il fenomeno della selezione genetica risalga a 12000 anni fa quando gli agricoltori iniziarono a selezionare determinati animali domestici rispetto ad altri, mentre l’ortodosso Miltiadis Vantsos ha sottolineato come “L’essere umano non è solo una mera creatura biologica, ma anche spirituale”. L’invito è a un discorso trasparente e partecipato sulla materia. La stessa Laurence Lwoff, a capo della commissione bioetica della KEK, ha sottolineato l’importanza di una valutazione dei rischi presenti e futuri nei settori in così rapida trasformazione quale quello bioetico.

In una nota pubblicata sul sito Chiesavaldese.org in riferimento al convegno parigino, si ricorda come: “La ricerca genetica, che a lungo è stata fatta oggetto di romanzi e film di fantascienza, è enormemente progredita negli ultimi decenni. Oggi è possibile tentare modificazioni genetiche a scopo terapeutico in maniera molto più precisa che in passato, anche grazie all’emergere di una tecnica definita CRISPR/ Cas-9. Questo fatto ha inevitabilmente sollevato la questione di se e come tali tecnologie debbano essere usate su esseri umani. Da più parti si invoca l’applicazione del principio di precauzione per le applicazioni di tali tecnologie e si sostiene che debba essere mantenuta una chiara linea di demarcazione tra interventi a scopo terapeutico (in gran parte leciti, ma solo se riferiti alla linea somatica, che riguarda il singolo individuo e non si trasmette alle generazioni future) e interventi a scopo di potenziamento (sempre vietati)”.