Sud Sudan. La pace è ancora lontana

Altri scontri e morti nel paese africano. La Chiesa anglicana chiede riconciliazione e perdono

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Foto CEC © Paul Jeffrey

Roma (NEV), 5 settembre 2018 – Malgrado la firma degli accordi di pace la guerra civile non si ferma e il Sud Sudan continua ad essere teatro di scontri e di morte.

Pochi giorni fa Joseph Kiri, coordinatore nazionale dei giovani per la Chiesa episcopale del Sud Sudan (ECSS), ha perso la vita dopo essere stato raggiunto da alcuni colpi di pistola durante un viaggio verso il villaggio di Yei. Uomini armati hanno colpito la macchina su cui stava viaggiando nei pressi del villaggio di Limbe; Kiri si stava recando a Yei per conto di Across, un’organizzazione umanitaria della chiesa episcopale, per cui lavorava in progetti di nutrizione.

Dall’inizio dell’estate il Paese, nel quale dal 2013 imperversa una guerra civile, sta faticosamente cercando di raggiungere un accordo per il cessate il fuoco. Una prima intesa firmata nel mese di giugno, che prevedeva l’accesso di aiuti umanitari nel Paese, il rilascio di diversi prigionieri e la formazione di un governo provvisorio di unità entro 4 mesi, era stata violata quasi immediatamente.

Un nuovo patto, siglato il 5 agosto scorso, era stato inizialmente messo in discussione dal leader di etnia nuer Riek Machar e dai capi di altri gruppi, ma secondo alcune fonti di stampa sarebbe stato in seguito sottoscritto il 30 agosto. Tuttavia, come emerge anche dalla vicenda di Joseph Kiri il paese è ancora immerso nel caos e nella violenza.

Il primate anglicano del Sud Sudan, l’arcivescovo Justin Badi Arama, ha lanciato numerosi appelli per la pace: “come Chiesa, crediamo che la pace non sia qualcosa che sta solo sulla carta. La pace è una realtà concreta sul terreno, che non arriva solo con la firma dei documenti. La nostra valutazione come Chiesa del Sud Sudan è che c’è da lavorare per fare in modo che la verità sia centrale e che ci sia vera riconciliazione e perdono, unico modo per raggiungere una pace effettiva nel Sud Sudan”.

Il paese è indipendente dal 2011, ma non ha praticamente mai sperimentato un periodo di pace e concordia. Oltre a ragioni di natura etnica, la componente economica è centrale nella disputa tra le due fazioni. Il sottosuolo del Sud Sudan è infatti ricco di materie prime: oro, rame, zinco, uranio, diamanti, tungsteno e petrolio, dal quale l’economia del paese è fortemente dipendente. L’oro nero infatti costituirebbe la quasi totalità delle esportazioni e il 60% del PIL.

Si stima che dall’inizio della guerra civile ad oggi ci sarebbero stati circa 300mila morti e più di 2 milioni di sfollati. I cittadini fuggono verso gli stati confinanti (come l’Uganda) o cercano protezione nei campi di accoglienza delle Nazioni Unite presenti all’interno dei confini nazionali. Secondo i dati delle Nazioni Unite, 7 milioni di sud-sudanesi, ossia più della metà della popolazione del Paese, avrà bisogno di aiuti alimentari nel 2018.