8 marzo, le protestanti. La parola di Ilaria: “Liberazione”

In occasione e verso la "Festa della donna" pubblichiamo una serie di brevi interviste ad alcune donne protestanti. A loro abbiamo posto le stesse (8) domande, molto poco teologiche né particolarmente femministe, per raccontare chi sono e cosa pensano. Di genere, di diritti, e non solo.

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Ilaria Valenzi, avvocata, consulente legale della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).

8 marzo: cosa rappresenta per te? Lo festeggi? Se sì come? Se no perchè?

L’8 marzo non è un giorno di festa, ma di celebrazione, commemorazione, impegno. In tale giorno celebro “le idee, i sogni, l’istinto” di donna, come scrive Gioconda Belli; commemoro le sorelle che hanno reso possibile la mia emancipazione; provo a portarne avanti il progetto di liberazione.

La donna che più ammiri.  

Dovendo sceglierne una, indico Minerva Mirabal, una delle tre “Mariposas”, le sorelle che combatterono la dittatura dominicana negli anni ’60, per questo uccise. Minerva è stata la prima donna a laurearsi in diritto nel suo paese e a diventare avvocata. Appassionata e con un gran sorriso. Ringrazio una mia cara amica che anni fa mi regalò un romanzo sulla sua storia.

La suffraggetta statunitense Elizabeth Cady Stanton, alla fine del secolo XIX, con altre attiviste scrisse The Woman’s Bible (La Bibbia della donna). Qual è il ruolo della donna, nella tua religione e comunità, dal tuo punto di vista, non solo teologico quanto soprattutto per quella che è la tua esperienza personale?

Il primo contatto con il pensiero della differenza è avvenuto nella chiesa. La Fgei è stato il luogo centrale della mia formazione, anche in ambito di genere. Qui ho incontrato le riflessioni delle donne sulla fede e stretto legami con sorelle, che non possono sciogliersi. Il mio spazio all’interno della chiesa valdese è di affermazione della mia complessità, a partire dalla mia storia di donna, esercitando in tal modo il diritto alla piena partecipazione e alla responsabilità, anche nel ricoprire ruoli o incarichi.

Ti sei mai sentita discriminata o sminuita in quanto donna? 

Sì, nella vita professionale, specie all’inizio, e in quella accademica. Nella prima ho stretto alleanza con alcune colleghe più grandi, formate ad un femminismo critico, ma non sempre è stato sufficiente per evitare l’oggettivazione. Mi sembra che questo mi abbia indurito, forse obbligata ad una certa rigidità. Anche nella vita accademica è generalmente frequente, ma mi difendo, parto preparata, essendo l’ambiente prevalentemente maschilista nonostante le donne siano la maggioranza.

“Donne che stanno “un passo indietro”, aborto come frutto di “stili di vita incivili”: sono solo due degli ultimi episodi di sessismo che, al di là delle responsabilità di chi lo esplicita, esiste e permane nel racconto collettivo della società, sui media, nella narrazione dell’attualità. Che cosa ne pensi?

Che una situazione generalizzata di crisi, politica, economica, sociale, ha concesso troppo spazio ad una recrudescenza di sessismo rimasto evidentemente sempre latente. Mi sembra tuttavia che la risposta ci sia e si stia caratterizzando in termini al contempo intersezionali e universali, oltre che di presa di coscienza individuale, di lavoro su se stesse. Questo è forse il livello di liberazione più difficile.

Un provvedimento, politico, legislativo, o culturale, che assumeresti per migliorare la condizione femminile in Italia o nel mondo, o a livello locale.

Certamente tutti i provvedimenti di inclusione sociale e per primo l’accesso al diritto allo studio e alla formazione professionale per tutte le donne, che le conduca ad un’autonomia nelle scelte di vita. Inoltre provvedimenti che favoriscano un approccio culturale di responsabilità condivise dei carichi familiari. Infine tutela della salute sessuale scevra da pregiudizi e ossessione del controllo dei corpi.

Nel 2018 il movimento del #MeToo è stato nominato “persona dell’anno” dal Time. Nello stesso anno, si stima che 379 milioni di donne abbiano subito violenze fisiche e/o sessuali. E’ in atto un cambiamento? 

Credo lo sia, in connessione con la lotta al sessismo di cui parlavamo prima. Mi sembra che al centro del movimento e dei dati indicati ci sia un elemento unificatore e cioè la condivisione, intesa come comunanza di stato di donne, oppresse in quanto tali, e come creazione di una relazione di fiducia con le altre che, come me, come te, sono state violate e sono perciò solidali.

Un messaggio per gli uomini. E uno per le donne.  

Per le donne: rimaniamo unite e solidali per combattere la paura, per vivere libere e liberate.

Per gli uomini. Come per le donne, anche “uomini si diventa”: la liberazione maschile da modelli patriarcali non condivisi è possibile, il rispetto delle scelte delle donne è doveroso. Vivere insieme in parità è un diritto.

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