Carcere e 41bis: “Il senso della pena è scritto nella Costituzione”

Doppia intervista a Nadia Caruso, sostituto procuratore a Caltanissetta e al pastore valdese Francesco Sciotto, da anni impegnato per i diritti dei detenuti, sui temi della giustizia e delle pene alternative, a fronte delle polemiche degli ultimi giorni

foto di Matthew Ansley, unsplash.com

Roma (NEV), 12 maggio 2020 – “Mafiosi scarcerati” a causa del coronavirus. Ma è andata veramente così? E quali riflessioni, a un livello più ampio, sul sistema penitenziario italiano, si possono fare, a fronte della bagarre di questi giorni?

Abbiamo chiesto a due esponenti valdesi che si occupano di carcere e giustizia, il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta Nadia Caruso, in servizio presso la Direzione distrettuale antimafia, e il pastore Francesco Sciotto, già coordinatore della Commissione carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), la loro visione di quanto sta accadendo.

Sabato scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge, una nuova “stretta”, sui condannati per reati di mafia, dopo le polemiche degli scorsi giorni sulla concessione dei domiciliari che hanno investito anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Cosa ne pensa?

Nadia Caruso: “Più che una stretta sui condannati per reati di mafia, credo si tratti di un provvedimento che rinnova la necessità che si svolga una proficua interlocuzione tra giudici e DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr), in realtà già avviata anche prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina. Un elemento di novità può individuarsi piuttosto nel parere che viene richiesto alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per i detenuti sottoposti al regime carcerario di cui all’art. in 41 bis ovvero alle singole Procure distrettuali per tutti i detenuti condannati o imputati per reati in materia di criminalità organizzata, terrorismo e associazione finalizzata al narcotraffico non sottoposti al predetto trattamento penitenziario, e ciò al fine di fornire  elementi più concreti e attuali al giudice chiamato a bilanciare il bene giuridico della salute pubblica e quella della sicurezza pubblica”.

Francesco Sciotto: “Mi pare che il decreto dica molto poco, in realtà. Raccomanda ai magistrati una cosa che già fanno, in merito alle misure da adottare. La verità è che questo decreto è il frutto delle polemiche degli scorsi giorni. L’analisi approfondita delle misure è una funzione che già i magistrati di sorveglianza svolgono. Mi pare che il provvedimento serva più come titolo giornalistico che a cambiare le cose. La Costituzione la applicano i giudici, non il potere esecutivo”.

Si è saputo che ai domiciliari sono finiti presumibilmente solo tre capimafia, non 376 come riportato da alcuni media. Al di là del numero, il dibattito sul carcere sembra sempre molto ideologico e polarizzato: secondo lei perchè?

NC: “Innanzitutto dire che il numero dei capimafia scarcerati è pari a tre non è corretto. Tre sono solo i  soggetti di vertice delle organizzazioni mafiose che erano sottoposti al regime carcerario di cui all’art. 41 bis e per i quali è stata disposta la detenzione domiciliare. Ma oltre a questi vi sono tanti altri soggetti condannati per reati in materia di criminalità organizzata in quanto ritenuti capi e promotori delle organizzazioni mafiose che sono stati collocati all’interno del carcere nel settore di alta sicurezza. Qui, inoltre, vi sono tutti gli altri condannati sempre per reati di mafia che benchè non ritenuti soggetti di vertice sono stati ritenuti intranei all’organizzazione mafiosa e che si sono resi autori di delitti gravi come ad esempio omicidi ed estorsioni. Occorre poi fare una distinzione tra i condannati in via definitiva e gli imputati in attesa di giudizio. Sebbene nei confronti di questi ultimi valga il principio di presunzione di non colpevolezza, non può non ignorarsi il fatto che trattasi di soggetti che si trovano ristretti in carcere perchè ritenuti gravemente indiziati di reati commessi in periodi più recenti e rispetto ai quali è stato ritenuto attuale e concreto il pericolo di reiterazione del reato. Sotto questo profilo occorre riflettere sulle conseguenze che il loro ritorno nel territorio di provenienza possa comportare anche rispetto alle persone offese dai reati da loro commessi, che in quegli stessi luoghi vivono. La legge impone di svolgere una valutazione in concreto e non già solo in astratto sulla compatibilità tra lo stato di salute del detenuto e il regime carcerario anche in epoca di pandemia, tenendo conto, per esempio, della situazione in cui versa il singolo istituto penitenziario e se vi sia anche la possibilità di trasferimento del detenuto in altre strutture idonee. Ciò si impone anche in relazione alla successiva valutazione delle esigenze di sicurezza pubblica che non possono essere trascurate”.

FS: “Per ignoranza. C’è un problema culturale in Italia. Si equipara il tema della pena al tema del carcere, questo è il vulnus del dibattito. Nessuna di queste persone – siano tre o di più – è stata “perdonata” o ha smesso di scontare la sua pena. Solo un giudice, su cui dobbiamo avere fiducia, ha deciso che questa pena andasse scontata in altro modo. Nessun colpo di spugna, insomma. Le polemiche dipendono forse dal fatto che consideriamo culturalmente che l’unico modo di “pagare” sia il carcere, ma il senso della pena per la nostra Costituzione è altro. E dovremmo invece discutere di più del sovraffollamento, perchè molto banalmente le misure alternative funzionano meglio, nel contesto e nelle condizioni reali in cui si trovano le carceri italiane”.

Lo stesso decreto di sabato prevede che i colloqui con i famigliari vengano fatti a distanza, via web. E’ una cosa positiva per le persone in carcere, secondo lei? E per i loro congiunti?

NC: “Non ho preconcetti rispetto a questa modalità comunicativa. L’interruzione dei colloqui visivi è stata inizialmente imposta da una situazione emergenziale scaturita dalla pandemia e in generale, penso che il colloquio a distanza possa rappresentare una modalità di comunicazione utile per colore che hanno familiari detenuti in luoghi molto distanti dalla proprie abitazioni. Credo pure che, comunque la presenza fisica nel luogo di detenzione abbia una certa importanza per la persona ristretta in carcere. Prevedere anche in futuro forme di comunicazione via web imporrebbe di creare delle piattaforme idonee a garantire il pieno rispetto della disciplina dei colloqui consentita tra il detenuto e i prossimi congiunti”.

FS: “I colloqui via web sono stati fatti fin da subito, appena è scoppiata l’emergenza sanitaria ed è una cosa estremamente positiva. Non sono andato in carcere in questo periodo, come sono solito fare, ma sono stato in contatto coi famigliari, so quindi che per loro è positivo avere la possibilità di sentire i loro cari via web. Mi auguro che non si torni indietro, quando finirà l’emergenza. Spero cioè che riprendano i colloqui ma che si mantenga anche questa modalità, soprattutto per molti che hanno famigliari lontani. Incrementare l’uso del web è una soluzione che aiuta moltissimo anche nel mantenere un clima più sereno all’interno delle carceri”.

Un altro “caso” che ha suscitato particolare clamore è quello di Pasquale Zagaria, boss del clan dei Casalesi, detenuto al regime di 41 bis per finire di scontare una pena di 21 anni, che è stato scarcerato per motivi di salute dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari. Trascorrerà i prossimi cinque mesi ai domiciliari in un paesino in provincia di Brescia, insieme alla moglie e ai due figli e potrà uscire solo per esigenze sanitarie. Critiche sono giunte da esponenti politici e non solo. Uno dei pm che lo arrestò, Catello Maresca, ha detto: «Non ci posso credere. Si sta praticamente ricostituendo uno dei clan più pericolosi del Paese». Che idea si è fatto/a di questa vicenda?

NC: “In questo caso credo ci sia stato un gap comunicativo tra il Tribunale di Sorveglianza e il DAP ed è uno degli episodi che probabilmente ha portato il governo ad emanare il decreto a cui abbiamo prima fatto riferimento. Qualora si dovesse confermare che il luogo idoneo per lo stato di salute di Zagaria fosse stato effettivamente disponibile ma solo comunicato tardivamente dal DAP all’Autorità Giudiziaria, ritengo che la decisione inerente la concessione della detenzione domiciliare a un soggetto del calibro di Zagaria sia inaccettabile sia per gli operatori del settore giustizia che per per l’opinione pubblica”.

FS: “La mia idea è che le misure vadano vagliate dalla magistratura di sorveglianza. Credo che in ordine alle motivazioni sulle modalità per scontare la pena, è il giudice di sorveglianza ad avere più strumenti per decidere, a possedere tutti gli strumenti per giudicare. A ognuno il suo lavoro, io ho piena fiducia nella magistratura di sorveglianza.”

Le carceri usciranno meglio o peggio dalla pandemia? Crede che la condizione carceraria subirà un qualche effetto?

NC: “La questione carceraria è molto complessa e la pandemia ha nuovamente posto l’attenzione su di essa e chissà che questa non sia un’occasione per affrontarla in modo adeguato. La risoluzione di problemi come quelli inerenti l’edilizia carceraria e il  sovraffollamento negli istituti di pena  può chiaramente avvenire solo a livello politico, ma purtroppo mi rendo conto che non rappresenta un tema seducente in sede di campagna elettorale. Al riguardo evidenzio solo che  attualmente i tribunali di sorveglianza siano inondati da istanze avanzate dai condannati  al fine di ottenere rimedi risarcitori per aver subito un trattamento non conforme ai criteri stabiliti dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; quando queste istanze vengono accolte si determina un’anticipazione del fine pena qualora l’interessato sia ancora detenuto ovvero risarcimenti in denaro qualora egli abbia concluso l’esecuzione della pena. Inoltre, gli investimenti sui progetti rieducativi dei detenuti sono inadeguati, e ciò inevitabilmente comporta che il ricorso alle misure alternative alla detenzione diventi sempre più un mero strumento deflattivo e non già di reinserimento sociale come era nelle intenzioni del legislatore”.

FS: “Non sono in condizione di fare ora questa valutazione. Quel che è certo è che la crisi ci ha dato qualche strumento in più per migliorare la condizione dei detenuti, ad esempio i colloqui via web. C’è un problema atavico che è il problema del sovraffollamento. Su questo, mentre i governi passati sembravano voler fare qualcosa, in questo momento mi sembra preminente una logica forcaiola.
La maggior parte dei detenuti non sono in alta sicurezza, ma hanno pochi mesi residui da scontare, investire sulle misure alternative è una strategia precisa. Perchè di carceri non si può solo parlare in termini di “aprire o chiudere celle”, è un universo in cui occorre metterci ragionamenti, idee, proposte”.

Lei è protestante, e come tale si confronta anche con il mondo degli istituti di pena e della giustizia, in senso più ampio. Qual è il punto di vista della sua fede?

NC: “Non so se la mia fede abbia inciso nella mia scelta di fare il magistrato, lavoro che comunque concepisco come un servizio reso alla collettività. Non credo che essa incida nel mio lavoro quotidiano che consiste nel coordinare le indagini dirette all’accertamento di reati  e nel sostenere la pubblica accusa nei processi penali. Posso però dire che da quando mi occupo di indagini di criminalità organizzata nella provincia di Caltanissetta ho avuto la possibilità di studiare la storia delle organizzazioni mafiose presenti su questo territorio; fare ciò mi ha consentito di ripensare ancora una volta alla storia dei valdesi in Sicilia e al valore della testimonianza da loro resa. Mi riferisco per esempio al Servizio Cristiano di Riesi fondato dal pastore valdese Tullio Vinay nel 1961, ovvero in un periodo in cui la famiglia mafiosa presente a Riesi ha avuto un ruolo rilevantissimo negli assetti regionali di cosa nostra. Attraverso il mio lavoro ho riscoperto la valenza rivoluzionaria che ha avuto l’opera ideata da Vinay: puntare sull’istruzione, sul servizio sanitario e sul lavoro credo che per quell’epoca abbia rappresentato una delle prime forme di seria e concreta lotta alla mafia”.

FS: “Non so se da credente o meno ne traggo lezioni. Nel mio lavoro di pastore una volta a settimana vado a trovare dei detenuti nel carcere di Siracusa e faccio il mio lavoro di ministro di culto, cioè li ascolto. Questo è quello che mi è dato di fare. Sono convinto che un sistema penale come quello descritto dalla Costituzione aiuti a includere chi prima era escluso, è questo anche il senso di ciò che faccio. La pena non è solo punizione ma riabilitazione e tutte le persone sono depositarie di diritti, non dimentichiamolo mai”.

Bibliografia/ Consigli di lettura sul tema delle carceri:

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