G8 Genova, la generazione spezzata

Claudio Geymonat, giornalista, coordinatore di Riforma.it, aveva vent’anni nel luglio 2001. Il suo racconto e la sua riflessione, personale e politica, due decenni dopo la “più grave sospensione dello Stato di diritto dal secondo dopoguerra”, come la definì Amnesty.

Roma (NEV), 19 luglio 2021 – “Non è vero che “a vent’anni si è stupidi davvero”, come dice il poeta Francesco Guccini in Eskimo. Io di anni, nel 2001, ne avevo esattamente venti, sono nato nel 1980. Noi sapevamo esattamente perché essere a Genova, perché manifestare, che cosa volevamo chiedere e quali erano le nostre istanze”. Inizia così il ricordo di quelle giornate, dei giorni del G8, di Claudio Geymonat, giornalista, coordinatore di Riforma.it.

Claudio Geymonat. Foto di Anna Lami

“In quel periodo – spiega – partecipavo alle attività del circolo di Rifondazione Comunista in Val Pellice, l’adesione al Genoa social forum era un elemento fondamentale di quel momento. Ero studente di scienze della comunicazione a Torino e avevo cominciato a scrivere, collaborando con l’Eco del Chisone. All’epoca non partecipavo alle vita delle chiese protestanti ma molti esponenti di chiesa li incontrai a Genova, molti evangelici ricoprivano ruoli in associazioni e società civile e quindi ebbi modo di vederli in piazza.

La mia partecipazione al contro G8 era comunque a titolo personale, e mi organizzai tramite la rete Lilliput, insieme ad un amico, per partire da Pinerolo e andare a Genova la giornata del 21 luglio”. Un sabato 21 luglio che Geymonat, come tanti della sua generazione, vede come uno spartiacque.

“La morte di Carlo rese ai miei occhi ancora più necessario essere presenti – racconta -. Appena arrivati a Genova, capimmo subito la portata enorme di quell’evento, i numeri erano davvero importanti. Partimmo in corteo, io facevo foto nel percorso, ad un certo punto cominciò un lancio di lacrimogeni e poi il corteo fu diviso in due tronconi, io stavo in quello davanti. I primi ricordi che ho sono legati a gruppi di persone che sfasciavano vetrine e davano fuoco a un’auto, a pochi metri da forze dell’ordine che non facevano nulla…Fu l’inizio di tutto: quel 21 luglio ho visto un massacro totale. Ricordo i lacrimogeni, non vedevo più nulla, come molti. Sono caduto, mi hanno spruzzato il limone, poi ci fu per ore una vera caccia all’uomo e furono ore di fuga. Abbiamo aiutato moltissime persone, anche anziane, più grandi di noi, a scavalcare muri e arrampicarsi su auto per scappare… L’ultima immagine  che ho in mente è invece quella di un corteo infinito di camionette e blindati delle forze dell’ordine che poi scoprimmo essere dirette verso la Diaz e Bolzaneto: il peggio doveva ancora venire”.

A distanza di venti anni, “non è possibile non aver subito il trauma di Genova, non vedere tutto cambiato, da allora”.

Quello che è cambiato e mai più tornato come prima, con Genova, per il giornalista, è “un tema non esplicitato: la mancanza totale di voglia di fare politica nei palazzi. Quelle giornate cilene hanno generato una profonda disillusione”. Quella che invece continua è la “repressione dei movimenti dal basso, penso ad esempio a quella contro il popolo No Tav”. Ed è proprio in questa lotta, nella lotta della Val Susa contro l’alta velocità, che il percorso politico ed umano di Claudio Geymonat è continuato, che l’eredità dei temi del movimento altermondialista è stata raccolta. “Nel mio caso è stata ed è la lotta No Tav la continuazione di quel percorso: i temi della sostenibilità ambientale, della difesa e della tutela del territorio. E poi mi è rimasta la necessità di fare informazione: avevo già molta voglia di raccontare, allora, e sono poi diventato giornalista, non a caso, e sempre per raccontare chi vive ai margini, la società civile, i più vulnerabili, un mondo diverso, insomma, che era quello che volevamo costruire a Genova”.

E infine, tra i ricordi più dolorosi e difficili da elaborare, Carlo Giuliani.

“I morti degli anni ’70 diventavano dei simboli fortissimi, mentre invece nel mondo di Carlo mi è sempre sembrato ci fosse un certo pudore a farne un simbolo, certamente anche grazie alla famiglia così presente e attenta. Non è un totem, un feticcio o un simbolo, ma è una pietra miliarie. Quello che posso dire è che non avremmo voluto un monumento in piazza ma avremmo voluto molto di più poter urlare, e soprattutto farci ascoltare. Era un ragazzo”.