Roma (NEV), 4 agosto 2025 – Riportiamo di seguito il testo della rubrica “Essere chiesa insieme”, a cura di Paolo Naso, andata in onda in chiusura della trasmissione radiofonica di RAI Radio1 “Culto evangelico” della domenica 3 agosto.
Tra le immagini della striscia di Gaza che nei giorni scorsi più ci hanno colpito, vi è quella
dei bambini affamati che, armati di pentolini e cucchiai, facevano rumore per denunciare la fame e il rischio di carestia che ormai coinvolge migliaia di persone.
Fare rumore. Difficile fare di più sotto le bombe, di fronte a militari armati che sparano sulla folla che cerca di recuperare un po’ di cibo e di riempire qualche bidone d’acqua. Il rumore come strumento di lotta.
Da mesi ormai ci si chiede che cosa si possa fare per fermare una tragedia che qualcuno definisce genocidio. Il termine è discusso, è controverso ma, comunque la si metta, è innegabile che a Gaza si stiano compiendo crimini di guerra contro una popolazione disarmata, inerme e affamata.
Ci sono stati appelli, sit-in, manifestazioni, raccolte di fondi, missioni di pace, tutti finalizzati a chiedere una tregua che non arriva, mentre si ignora il destino degli ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas. Vittime anch’essi di un gioco politico che passa sulle lore teste e le loro vite.
Il senso di scoraggiamento è vivissimo e, mentre la diplomazia internazionale balbetta parole prive di effetto, qualche decina di ostaggi israeliani e quasi due milioni di palestinesi rischiano la vita. Ma in questo silenzio della politica internazionale, ecco alzarsi altri rumori.
Come quello delle campane che la sera di domenica 28 luglio, alle 22, hanno risuonato in tutta Italia. Ad esse si sono aggiunti mille altri suoni: campanelle delle scuole, tamburi, sirene, clacson…. Rumori per vincere il silenzio e l’oblio e rispondere idealmente al fracasso dei pentolini dei bambini di Gaza. Il rumore non cambia le cose, e non riempie le pentole. Ma oggi è questo che, almeno la comunità cristiana, può e deve fare, sperando che ad essa si associno anche la società civile e le istituzioni della politica.
Il governo israeliano sembra avere deciso il destino della Striscia: concentrazione della popolazione palestinese in aree limitate sotto stretta sorveglianza israeliana; piani di espatrio cosiddetto volontario ed occupazione militarizzata dell’area dalla quale sono stati deportati i palestinesi. Un piano che la comunità internazionale giudica politicamente insostenibile e moralmente inaccettabile che però, almeno ora, è l’unico che sembra delinearsi.
Ma mentre la comunità internazionale discute e cerca una soluzione diversa, non si può restare silenziosi. Occorre agire, occorre fare rumore, occorre fare qualcosa, ciascuno per quello che può. E qualcosa si sta muovendo, dal basso.
Pacifisti israeliani si sono fatti arrestare mentre cercavano di proteggere la popolazione palestinese dalla violenza del loro esercito; una missione internazionale ha cercato di scaricare sulle coste di Gaza aiuti alimentari; alcune decine di ex ambasciatori hanno chiesto al governo italiano di riconoscere lo Stato di Israele; alcune ONG egiziane hanno riempito di cibo e sigillato delle bottiglie che si spera possano raggiungere le coste di Gaza.
Gesti piccoli e minimi che probabilmente non avranno nessun effetto politico immediato, ma che intanto fanno rumore e ci impediscono di dimenticare Gaza. Sembra poco, ma altre volte gesti profetici di minoranze, anche di cristiani, hanno cambiato il corso della storia. Altre volte la profezia della coscienza – e talora della coscienza cristiana – ha sopperito alla debolezza o alla violenza dei potenti.

























