Roma (NEV), 23 gennaio 2026 – Aula gremita ieri in occasione del convegno promosso dalla Diaconia valdese a Roma e tenutosi presso l’Aula Magna della Facoltà valdese di teologia. Si ritiene che il tema delle carceri non interessi o che interessi poco. Ieri, almeno, non è stato così. A smentire quella ipotesi è stata la grande partecipazione, emotiva, attenta, del pubblico intervenuto per ascoltare ben quattordici interventi di esperti dibattere su temi importanti, per farci entrare nell’intricato argomento del sistema carcerario.
Un condensato di concetti e di parole chiave che dalle 9.30 alle 13 esatte, ha colmato il nostro desiderio di conoscenza. Recitava l’incipit dell’invito all’incontro: «La realtà carceraria e l’amministrazione delle pene, sono da sempre indicatori del grado di civiltà di una Nazione».
Di carceri si parla e spesso lo si fa in modo allarmistico, talvolta la cronaca racconta i suicidi (di detenuti o di guardie carcerarie), o annuncia le rivolte per via delle pessime condizioni delle strutture o per il sovraffollamento; lanciano allarmi per le madri che con i loro piccoli figli vivono e crescono «dietro alle sbarre»; una narrazione sensazionalistica per puntate televisive acchiappa-ascolti.
La questione tuttavia è ancor più complessa. Esistono tuttavia, oltre ai già citati problemi strutturali, etici e morali, che fanno da cornice al contesto carcerario, anche tante buone pratiche da conoscere, far proprie, e tra le tante riflessioni emerse ieri, la narrazione non ha dimenticato i tanti filosofi e intellettuali che seppero pensare approfonditamente il tema, pensieri e parole giunte sino ad oggi, malgrado l’appiattimento culturale di questi “distopici” tempi.
Anche per questo in apertura non è giunto un semplice saluto istituzionale. Le due riflessioni di Daniele Massa (presidente della Diaconia valdese) e di Alessandra Trotta hanno introdotto il tema nella sostanza e nella forma. Sono poi seguiti gli interventi del già Garante per i detenuti Mauro Palma e di Alessio Scandurra di Antigone; del senatore Andrea Giorgis, di Manuela Vinay, responsabile dell’Otto per mille valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), del pastore valdese Francesco Sciotto (già coordinatore della Commissione Carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia – FCEI); e ancora, del magistrato Marco Bouchard, presidente della Rete Dafne Italia, di Antonio Buonatesta, fondatore di “Mediante” – che ha raccontato come funziona la giustizia riparativa in Belgio portando dunque lo sguardo oltre la nostra penisola –.
Un’Italia, quella carceraria raccontata ieri, toccata dai progetti della diaconia, che Noemi Bertolotti, direttrice del Servizio inclusione della Diaconia valdese, ha raccontato con slide documentate, ma anche un’Italia capace di rompere le barriere carcerarie come ha spiegato il parlamentare Raffaele Bruno (battista) attraverso il teatro in carcere e che, grazie a una nuova legge (che lo vede primo firmatario), già calendarizzata con relative audizioni – dopo la Commissione – andrà in Aula. «Siamo fiduciosi – ha detto Bruno – che già in questa legislatura la legge possa essere approvata».
Notizia accolta dalla platea, prima d’esser travolta dall’entusiasmo e dalla passione empatica della giornalista di La7 Flavia Filippi che, in qualità di presidente dell’Associazione “Seconda Chance”, promuove l’inclusione attraverso il lavoro: «Difficile far accettare dal mondo del lavoro un ex carcerato», ha ricordato.
«Il tema delle carceri è un tema che interessa molto il nostro Paese, al contrario di ciò che spesso si dice. Allarmante, poi, è il numero di detenuti, il numero di suicidi che avvengono nelle carceri italiane – ha dichiarato all’Agenzia stampa Nev e al “Culto evangelico”, a margine del convegno, il presidente della Diaconia valdese, Daniele Massa –. Nello scorso Sinodo delle chiese metodiste e valdesi è stato approvato un atto importante su questi temi, che fra l’altro impegna tutta la Chiesa, nelle sue varie espressioni, compresa la diaconia, che è stata invitata a lavorare su questo tema. Abbiamo fatto un percorso condiviso con Chiese ed altri organismi che si occupano di carceri per arrivare al convegno di ieri: per noi un ulteriore approfondimento per capire come possiamo operare come Chiese e come Diaconia a sostegno delle persone che sono in carcere e insieme agli operatori. Vorrei sottolineare una cosa – ha proseguito Massa –: non siamo buonisti, per noi i reati sono una cosa seria sulla quale non concediamo sconti; però, allo stesso tempo, riteniamo che i detenuti abbiano i loro diritti e soprattutto che il carcere non debba essere visto come un dimenticatoio repressivo. La nostra teologia, la Costituzione della Repubblica italiana indicano nella pena anche quel momento per ridare e ricostruire i percorsi di vita delle persone».
Una chiesa che si interroga, che opera nello spazio pubblico, che entra sin dentro alle carceri.
L’ha ricordato il pastore valdese di Torino e già coordinatore della Commissione carceri della Fcei, Francesco Sciotto: «La cappellania carceraria – ha rilevato Sciotto a convegno concluso – è paragonabile alla visita pastorale. Una visita pastorale è tale sia quando la si fa in un’abitazione, sia quando avviene dentro a un carcere. La differenza è data solo dal luogo che la ospita: il carcere nasce strutturalmente, architettonicamente sul concetto di celle, spesso buie, nelle quali le persone vivono situazioni precarie. Queste persone spesso sono pervase da paure, da timori per il loro presente e per il loro destino futuro. Le condizioni igieniche e generali precarie complicano le cose. A noi, chiese, enti diaconali, comunità, questa situazione preoccupa: ci interroghiamo sulla possibilità della sopravvivenza stessa di questa moltitudine di persone, costretta a vivere in luoghi sovraffollati, spesso malsani, e dove la violenza, in contesti come questi, non può che aumentare. Dove le poche prospettive sono solo quelle riabilitative, quando ci sono. Le chiese – ha poi concluso Sciotto – possono e devono essere palestre di confronto, finestre aperte a quei mondi diversi dai nostri quotidiani, seppur siano legittime anche le nostre interne preoccupazioni. Fuori sì, ma “andando dentro”. Anche questo può essere un modo nuovo per predicare».
È stato un bell’incontro, partecipato, con interventi interessanti, documentati, articolati e appassionati. «Un convegno – ha rilevato la segretaria esecutiva della Diaconia valdese, Loretta Malan – che ha confermato la nostra visione del sistema penale. Ieri è stata un’altra occasione per comprendere a fondo cosa si muova dietro alle spesso inespugnabili mura delle carceri. È stata un’occasione altresì per entrare nel sistema carcerario da dentro a fuori e da fuori a dentro. Il dibattito è stato arricchente e ha fornito molti spunti di riflessione utili alle chiese e soprattutto a noi, per poter migliorare il nostro lavoro: un impegno preciso per «includere e non escludere». Ricordiamoci sempre – ha proseguito Malan – che le persone alle quali è stata comminata una pena, di qualsiasi tipo essa sia, non possono ricevere condanne «a vita».
Ieri è stato infatti ribadito, intervento dopo intervento, che il carcere dev’essere e può essere concepito solamente come percorso riabilitativo e riconciliante per ogni comunità: «Il motto della Diaconia valdese – ha concluso Malan – è: “mettere le persone al centro”. Tutti gli interventi sono andati in quella direzione; chiaramente non è stato possibile dar voce ai carcerati reclusi, ma attraverso gli operatori che li incontrano, che conoscono a fondo la loro realtà, è stato possibile dar loro comunque la voce. Fonte del nostro lavoro è chiaramente la vocazione, la fede: non a caso abbiamo scelto un versetto biblico tratto dal Vangelo di Matteo e perfettamente aderente alla nostra iniziativa, per ispirare il lavoro della giornata e le nostre riflessioni».
Foto Gian Mario Gillio

























