Sudan. La crisi a tre anni dal conflitto

Foto di Paul Jeffrey dal sito https://www.oikoumene.org/

Roma (NEV), 20 aprile 2026 – “La guerra ha inflitto danni così profondi all’economia che, anche quando finirà, il Sudan richiederà un sostegno costante per ripristinare le inestimabili perdite subite dalle infrastrutture pubbliche e private, dalle imprese e dai mezzi di sussistenza”.  

Queste le parole di Dirk Hanekom, responsabile di Norwegian Church Aid in Sudan, che inquadrano una crisi le cui radici affondano nel 2019, quando una rivolta popolare depose il dittatore al-Bashir, alimentando speranze democratiche tradite poi dal golpe militare del 2021.  Il punto di non ritorno è scoccato il 15 aprile 2023: la rivalità tra l’esercito regolare (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari (RSF) di Hemedti è esplosa in un conflitto aperto che ha trasformato il Paese nel teatro di una catastrofe umanitaria. 

Una crisi umanitaria senza precedenti 

A tre anni dall’inizio del conflitto, secondo quanto riportato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), la situazione è definita come una delle peggiori del secolo. Circa 14 milioni di persone (un quarto della popolazione) sono fuggite: si contano 9 milioni di sfollati interni e 4,4 milioni di rifugiati all’estero. Secondo i rapporti UNHCR, cresce anche la minaccia per la sanità, con strutture colpite e chiusure forzate. Le agenzie umanitarie confermano che le restrizioni logistiche stanno bloccando i soccorsi salvavita, isolando chi necessita di assistenza immediata. 

 La Conferenza di Berlino 

In occasione dell’inizio del quarto anno di conflitto, il 15 aprile si è tenuta a Berlino la terza Conferenza internazionale sul Sudan, dopo quelle di Londra e Parigi. All’appuntamento si sono unite delegazioni di 55 Paesi e i rappresentanti di oltre 50 organizzazioni internazionali e della società civile (ONU, Lega Araba, IGAD e organizzazioni umanitarie). L’intento è rispondere alle gravi urgenze della popolazione e creare uno spazio di confronto per i molteplici attori politici e sociali del Paese. 

Una caratteristica centrale dell’incontro è stata l’esclusione delle parti belligeranti: né la giunta militare (SAF) né le Forze di Supporto Rapido (RSF) sono state invitate ufficialmente. Questa scelta ha sollevato un acceso dibattito. 

La Conferenza si è conclusa con l’impegno dei donatori presenti a stanziare 1,5 miliardi di euro aggiuntivi per l’emergenza umanitaria.  

L’appello dei leader religiosi 

Una coalizione di leader religiosi, tra cui ACT Alliance, Caritas internationalis e Islamic Relief Worldwide, ha chiesto alla comunità internazionale di andare oltre l’emergenza, investendo in risposte a lungo termine. L’appello congiunto si concentra sulla protezione dei civili, su investimenti strutturali per la ricostruzione e sulla tutela dei diritti umani. 

“Sollecitiamo un’azione immediata per proteggere i civili e garantire che i responsabili delle gravi e incessanti violazioni del diritto internazionale umanitario ne rendano conto. Le organizzazioni religiose che operano in Sudan sollecitano impegni concreti e verificabili, in occasione della Conferenza di Berlino e per il futuro, al fine di sostenere i diritti umani e proteggere i civili e gli operatori in prima linea”.  

È quanto riportato sul sito di ACT Alliance (coalizione ecumenica globale di oltre 145 chiese). 

Intanto, la Chiesa episcopale del Sudan e la Comunione anglicana globale sono attivamente impegnate in una missione che unisce l’assistenza umanitaria alla diplomazia spirituale.  

L’arcivescovo di Khartoum, Ezekiel Kumir Kondo, ha ripetutamente esortato le fazioni a far tacere le armi, denunciando come la fame e la violenza stiano decimando la popolazione.  

La Chiesa continua a fornire non solo aiuti materiali, ma anche uno spazio di protezione e resilienza per le comunità locali, confermandosi come uno dei pochi presidi di speranza in un territorio devastato.