Un anniversario e un bivio

Questa rubrica mensile nasce per dare uno sguardo a quanto succede in Europa e provare, attraverso i nostri operatori ed operatrici, a tradurre in modo semplice passaggi burocratici, normativi e politici, riguardo alle tematiche del diritto d'asilo e dell'accoglienza. Il quarto approfondimento è a cura di Fiona Kendall.

Roma (NEV), 27 aprile 2026 – Il mese scorso è passato quasi inosservato un anniversario significativo. Sono trascorsi quattro anni da quando la Direttiva 2001/55/CE del Consiglio del 20 luglio 2001 è stata attivata per la prima volta. Questa direttiva, meglio nota come “Direttiva sulla protezione temporanea” (Dpt), è stata attivata appena otto giorni dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Di fronte a queste circostanze, gli Stati membri dell’UE, che solo poco prima avevano discusso la possibilità di archiviare la direttiva, hanno concordato all’unanimità la sua immediata attivazione e, di fatto, la sua ripetuta proroga oltre il periodo originario di dodici mesi.
L’attivazione è stata un risultato notevole, dimostrando a molti che, laddove esiste la volontà politica, l’UE è perfettamente in grado di accogliere milioni di persone bisognose di protezione internazionale. Le statistiche mensili di Eurostat, la Direzione Generale competente dell’UE, confermano che, alla fine di febbraio 2026, 4,4 milioni di persone fuggite dall’Ucraina a seguito dell’invasione rimangono sotto il regime di protezione temporanea all’interno dell’UE, di cui il 30,2% sono minori, il 43,5% donne adulte e il 26,3% uomini adulti. Il 98,4% è ucraino. Ogni mese continuano a essere prese migliaia di nuove decisioni per concedere la protezione temporanea (43.515 nel febbraio 2026), sebbene i numeri siano in costante calo. Solo tre Stati membri dell’UE ospitano oltre la metà di coloro che sono fuggiti: Germania (28,8%), Polonia (22%) e Repubblica Ceca (9,1%). L’Italia ospita attualmente 28.840 persone (0,65%), in calo rispetto alle 170.000 del picco massimo.
I beneficiari della protezione temporanea godono di molti degli stessi diritti dei cittadini dell’UE: possono vivere, lavorare e circolare liberamente all’interno dell’UE senza dover presentare domanda di asilo, riducendo così al minimo il potenziale onere sui sistemi di asilo e accoglienza degli Stati membri. I beneficiari della Dpt (a differenza dei richiedenti asilo) sono in grado di scegliere dove nell’UE desiderano vivere e lavorare, spesso attingendo a reti esistenti di parenti e connazionali o scegliendo paesi di cui parlano già la lingua. I vantaggi di un tale approccio sia per il paese ospitante che per gli ospiti sono evidenti.
Oggi la Dpt rimane in vigore ma è destinata a scadere il 4 marzo 2027. Quanto è probabile che la Dpt venga ulteriormente rinnovata? Sebbene molti paesi e organizzazioni (tra cui la FCEI) abbiano accolto calorosamente gli ucraini negli anni successivi all’invasione, il mondo non è più quello del 2022. Ylva Johansson, ex Commissaria europea per gli Affari interni e ora Inviata speciale dell’UE per gli ucraini nell’UE, ha commentato in vista della riunione del Consiglio Giustizia e Affari interni (Gai) dell’UE del 5 marzo: «Sarei molto sorpresa se la protezione temporanea venisse prorogata così com’è», esprimendo l’opinione che «cinque anni sono sufficienti per la protezione temporanea». Certamente, pochi avrebbero immaginato nel febbraio 2022 che gli ucraini avrebbero ancora bisogno oggi dei diritti garantiti dal regime della Dpt. Se, tuttavia, la protezione fosse ancora necessaria nel marzo 2027, quale forma dovrebbe assumere? Questo era esattamente il punto all’esame del Consiglio Gai, che ora sta cercando di pianificare una “transizione coordinata” per uscire dalla protezione temporanea. Sebbene una transizione verso qualcosa di più permanente possa, in questa fase, avere senso, vi è una diffusa preoccupazione che le opportunità esistenti per gli ucraini di passare a soluzioni più durature, come i permessi di soggiorno nazionali o dell’UE per lavoro, studio o residenza a lungo termine, siano, in realtà, scarse. A parte l’infrastruttura giuridica, un senso di “stanchezza dell’accoglienza” ha da tempo sostituito l’apertura di molti nei confronti di coloro che non possono tornare in Ucraina, mentre in alcuni ambienti l’ostilità aperta verso la migrazione è diventata la norma.
Un documento di lavoro pubblicato di recente dall’ECRE[1] si è concentrato sugli scenari probabili per gli ucraini che vivono in Polonia e in Italia e che, a partire da marzo 2027, non saranno più beneficiari del Dpt. Secondo l’ECRE “il modello [attuale] dell’Italia dà priorità all’integrazione attraverso la partecipazione al mercato del lavoro […], un approccio [che] promuove l’autosufficienza e la partecipazione economica, ma rischia di escludere coloro che non sono in grado di soddisfare i criteri formali o del mercato del lavoro”. La preoccupazione generale espressa è che il superamento della Dpt in Italia danneggi maggiormente una minoranza vulnerabile, ovvero le persone economicamente inattive: coloro che sono, ad esempio, anziani, infermi o hanno responsabilità di assistenza. Questo gruppo, suggerisce il documento, è il più a rischio di cadere nell’irregolarità. Se ciò dovesse accadere, lo straordinario risultato umanitario della Dpt andrebbe perso. Evitarlo richiederebbe, tuttavia, un passo molto più audace: rendere permanenti i diritti acquisiti ai sensi della Dpt.
Per la società nel suo complesso emerge una questione più ampia. Quanto siamo disposti a riconoscere il valore di ogni individuo, indipendentemente dal fatto che sia economicamente attivo o meno? Nell’ambito dell’ammissione umanitaria, la tendenza sembra chiara: i governi dell’UE ancora disposti a impegnarsi nell’espansione dei percorsi formali stanno dando sempre più priorità alla “mobilità del lavoro” rispetto alla “pura” protezione umanitaria; alle persone economicamente attive rispetto ai più vulnerabili. In questo contesto, la probabilità di mantenere in modo permanente i diritti acquisiti dai beneficiari della Dpt sembra minima.

[1] Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati

 


An Anniversary and a Crossroads

 Last month a significant anniversary passed largely unnoticed.  It was four years since Council Directive 2001/55/EC of 20th July 2001 was activated for the first time.  This directive, better known as the “Temporary Protection Directive” (TPD) was triggered just eight days after the invasion of Ukraine by the Russian Federation.  Faced with these circumstances EU member states which had only shortly before discussed consigning the directive to the archives were unanimous in agreeing to its immediate activation and, indeed, to its repeated extension beyond the original twelve month period.

Activation was a remarkable achievement, demonstrating for many that, where political will exists, the EU is perfectly capable of absorbing millions of people in need of international protection. Monthly statistics from Eurostat, the relevant EU Directorate-General, confirm that, at the end of February 2026, 4.4M people who fled Ukraine as a result of the invasion remain under the temporary protection regime within the EU, 30.2% being minors, 43.5% being adult women and 26.3% being adult males.  98.4% are Ukrainian. Thousands of new decisions to grant temporary protection continue to be made each month (43,515 in February 2026), albeit that the numbers are steadily dropping. Just three EU member states host over half of those who have fled: Germany (28.8%), Poland (22%) and Czechia (9.1%).  Italy currenly hosts 28,840 (0.65%), down from 170,000 at its peak.

TPD beneficiaries enjoy many of the same rights as EU citizens: living, working and moving freely within the EU without any requirement to make an application for asylum, thus minimising the potential burden on member states’ asylum and reception systems. TPD beneficiaries (unlike asylum-seekers) are in a position to choose where in the EU they would wish to live and work, often tapping into existing networks of relatives and fellow-nationals or choosing countries whose language they already speak. The benefits of such an approach both for the host country and for those hosted are obvious.

Today, the TPD remains in force – but is due to expire on 4th March 2027. How likely is it that the TPD will be further renewed? Whiilst many countries and organisations (including FCEI) have warmly welcomed Ukrainians over the years since the invasion, the world is not where it was in 2022. Ylva Johansson, formerly EU Commissioner for Home Affairs and now EU Special Envoy for Ukrainians in the EU, commented ahead of the EU’s Justice and Home Affairs (JHA) Council meeting on 5th March, stating “I would be very surprised if temporary protection were prolonged as it is,” expressing the view that “five years is enough for temporary protection”.  Certainly, few might have imagined in February 2022 that Ukrainians today would still require the rights afforded under the TPD regime.   If, however, protection is still needed come March 2027, what form should that take?  This was exactly the point under consideration by the JHA Council, now looking to plan for a “coordinated transition” out of temporary protection.  Whilst a transition to something more permanent may, at this stage, make sense, there is broad concern that existing opportunities for Ukrainians to move to more durable solutions, such as national or EU residence permits for work, study or long-term residence are, in reality, in short supply.  Legal infrastructure aside, a sense of “welcome fatigue” has for some time replaced the open-heartedness of many in relation to those unable to return to Ukraine, whilst open hostility to migration has become normalised in some quarters.

A Working Paper recently published by ECRE[1] focused on likely scenarios for Ukrainians living in Poland and Italy who, come March 2027, are no longer TPD beneficiaries. ECRE’s analysis is that “Italy’s [current] model prioritises integration through labour market participation […], an approach [which] promotes self-reliance and economic participation, yet risks excluding those unable to meet formal or labour-market criteria”. The broad concern expressed is that transition away from TPD in Italy most hurts a vulnerable minority, namely, the economically inactive: those who are, for example, elderly, infirm or have care-giving responsibilities.  This group, the paper suggests, are most at risk of falling into irregularity.  If that occurs, the extraordinary humanitarian achievement of the TPD will be lost.  Avoiding that would, however, require a much bolder step: rendering the rights acquired under the TPD permanent.

For society at large, a broader question emerges.  How willing are we to recognise the value of every individual, whether or not econonomically active? Within the sphere of humanitarian admission, the trend seems clear: EU governments still prepared to engage in expansion of formal pathways are increasingly prioritising “labour mobility” over “pure” humanitarian protection; the economically active over the most vulnerable. Against that background, the likelihood of the permanent retention of rights acquired by TPD beneficiaries seems minimal.

[1] European Council on Refugees and Exiles