Peyrot al Salone del Libro: “La storia dei valdesi ispira resistenza”

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Roma (NEV), 13 maggio 2026 – “Per i valdesi, la storia risulta imprescindibile perché dal passato germogliano i significati della loro identità collettiva. Non si tratta di un serbatoio chiuso, quanto piuttosto di un insieme dinamico di tratti che amalgamano passato e presente, offrendo posizionamenti verso il futuro”. 

Con queste parole la storica e saggista Bruna Peyrot descrive il suo nuovo libro, “Valdesi: donne e uomini nella Storia”, pubblicato dalla casa editrice Claudiana.

Il volume sarà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino (in programma dal 14 al 18 maggio), uno degli appuntamenti culturali più attesi dell’anno, che quest’anno vedrà una significativa presenza del mondo protestante. 

In occasione dell’evento, abbiamo intervistato l’autrice per comprendere come questa nuova opera si inserisca nella storiografia valdese e in che modo possa aiutare a leggere nodi cruciali della nostra attualità. Intervista a cura di Naomi Cino.


Come si colloca questo volume rispetto alla storiografia valdese già esistente e quale sfumatura specifica ha inteso aggiungere a questo dialogo?  

La storiografia esistente ha sempre fatto parte della mia ricerca storica, con particolare attenzione a temi come la memoria collettiva, le mentalità e le strategie di resistenza. I quattro volumi Claudiana sulla Storia dei valdesi sono stati l’imprescindibile premessa a questo libro. 

Lei ha spiegato come il sottotitolo “Donne e uomini nella Storia” indichi la volontà di mettere al centro le persone per far “prendere corpo” alla storia. Ci sono state testimonianze o documenti particolari, incontrati durante le sue ricerche, che l’hanno colpita o sorpresa, e che incarnano questo spirito?  

Direi più di uno, perché la storia valdese non ha eroi, anche se alcuni nomi ricorrono più di altri. È una storia di gruppi, di comunità, di decisioni prese in comune, come l’adesione alla Riforma protestante (1532).

Uno però mi ha sempre colpito molto, quello relativo all’assemblea dei capifamiglia valdesi a Pinasca (1664). Di fronte a una scelta drammatica, fra resistenza a oltranza e accettazione dell’aut aut del duca Carlo Emanuele II di Savoia, stanchi di decenni di guerra e guerriglia, scelsero di accettare l’esilio per Giosuè Gianavello e i suoi “banditi”, che fino a quel momento avevano difeso la loro terra.

Quei momenti drammatici fanno rivivere la “corporeità” della storia che, alla fine, è un presente politico, con tutte le sue ambiguità, divenuto passato da studiare. 

Oltre a chi ha maggiore familiarità con queste vicende, il libro si rivolge anche a un pubblico non specialistico. Qual è stata la difficoltà maggiore nel tradurre la storia valdese in un racconto che risultasse più ampiamente accessibile?   

Credo che oggi ci sia un bisogno di “narratività”, il che significa offrire racconti con un filo che lega cose e persone. E la storia valdese suscita questo bisogno, perché sotto l’aggettivo (o il sostantivo) valdese si raccoglie una storia di epoche diversissime, ma anche con alcune costanti. Ho cercato di comunicare l’una e l’altra dimensione. E poiché la storia valdese è intrisa di teologia, ecco: è stato un po’ più difficile cercare le parole giuste per esprimere concetti di questo ambito quando si rendeva necessario indicarlo. 

In che modo la prospettiva delle donne nel libro permette di scoprire orizzonti diversi della storia valdese che altrimenti resterebbero in ombra?  

Le donne sono sempre state presenti nella storia valdese sin dall’inizio, condividendo con i loro compagni di fede e di disavventura la Storia dai tempi antichi a oggi. Hanno avuto delle loro organizzazioni particolari, quando è nato l’emancipazionismo ottocentesco e hanno preso coscienza della loro identità di genere in momenti storici (anni Sessanta del secolo passato) che hanno valorizzato le loro soggettività e il loro reclamo di nuovi diritti. Era giusto dare loro spazio come personaggi centrali di un agire sociale che, nella storia valdese, fra l’altro, è sempre iniziato in una “casa”: nel XV secolo con i barba predicatori che vi venivano ospitati, fino alle case di molte staffette partigiane durante la resistenza al nazifascismo. 

In che modo la storia valdese può continuare a parlare e a ispirare chi legge oggi e aiutare a leggere il presente?   

Raccontare una storia “intera” e che continua, pur con tante contraddizioni anche oggi, impone la ricerca di nessi e il lasciarsi interrogare da cosa questa storia stessa propone. Credo che oggi la storia dei valdesi ispiri resistenza, una categoria fondamentale per capirla, e non ispiri invece il vittimismo di una minoranza che per lunghi secoli non è stata riconosciuta nel suo diritto di cittadinanza.

Per il presente italiano di oggi, a mio avviso, si tratta di far chiarezza sulla sua collocazione nel protestantesimo che in altri paesi ha preso una virata integralista, come negli Usa. La storia valdese non c’entra per nulla in quell’universo e anche nel protestantesimo, in fondo, rappresenta una dimensione particolare che spesso è stata trascurata (la sua origine legata, per esempio, a una terra alpina di confine, che esprime una mentalità che attraversa più che sbarrare e così via).


Lo sguardo si sposta così dal presente agli scenari che si prospettano. Come ha aggiunto l’autrice nella descrizione della sua opera: “A conclusione della nostra narrazione, la domanda sul destino futuro dell’esistenza valdese e protestante potrebbe passare per tre parole-nodo: storia, identità, educazione, affinché resti vivo il rispetto del dissenso, cartina di tornasole delle società democratiche”.