Modena: senso civico, comunità e condivisione

Intervista al Sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, sulla tragedia che ha colpito la città

Il Sindaco di Modena, Mezzetti, alla manifestazione di domenica 18 maggio

Roma (NEV), 18 maggio 2026 – L’Agenzia stampa NEV/Notizie evangeliche ha raggiunto il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, dopo la tragedia che ha colpito la città dell’Emilia Romagna dopo che un’automobile ha travolto volontariamente otto pedoni.

Sindaco Mezzetti, entriamo nel caso di cronaca – tragedia – che sta scuotendo l’opinione pubblica e che ha portato tanta sofferenza e dolore alla città di Modena e che l’amministrazione comunale sta gestendo con piglio e apprensione. La sua prima dichiarazione rilasciata ai media è stata moderata, aperta al dialogo e all’analisi dell’evento. Lei ha ricordato immediatamente che tra le persone intervenute per fermare l’aggressore c’erano anche tanti nuovi italiani. Un modo per inibire possibili strumentalizzazioni politiche e sociali?

Sì, perché purtroppo quello che abbiamo visto in queste ore e in questi giorni è stato un proliferare – soprattutto sui social ma anche su alcune testate nazionali – di letture e interpretazioni che non hanno fatto altro che fomentare odio e generare rancore, spesso basandosi solo sull’interpretazione dei fatti.  Credo invece che si debba sempre guardare alla realtà delle cose. Per questo, ieri, ho voluto raccogliere tutta la comunità di Modena alle sette di sera in piazza Grande. Un modo per stare insieme, condividere il dolore e l’incredulità, di fronte a una violenza di cui dobbiamo ancora afferrare sino in fondo i contorni, mentre procede il lavoro prezioso degli inquirenti.

La sua dichiarazione tendeva al buon senso e alla misura…

Non abbiamo bisogno di generare altre paure e altre violenze: la paura genera rabbia, la rabbia genera violenza. Dobbiamo invece promuovere la responsabilità. Il dovere di ogni amministratore pubblico è sempre quello di promuovere l’unità, la coesione sociale, la condivisione; stimolando reazione unitarie basate sulla comprensione dei fatti e della loro complessità.  Spegnere le luci della paura e accendere le luci della speranza, solo questo può permettere di lavorare insieme e affrontare le difficoltà e le tragedie – come in questo caso – che ci toccano.

Quali altre difficoltà vede oltre al fatto in sé?

Sta emergendo il disagio mentale profondo della persona che ha compiuto il terribile gesto. Questo disagio – che non dipende dalla nazionalità o dall’appartenenza etnica – nel nostro Paese è più diffuso di quel che si possa pensare, e va dunque affrontato. Dalla storia di Salim El Koudri, il ragazzo che si è avventato con l’auto sulla folla, emerge quel malessere, nel suo caso specifico, si dice, dovuto alla mancanza di lavoro, alla difficoltà di riuscire a fare amicizie. Bisogna andare alla radice di questo disagio, talvolta più diffuso di quel che si possa pensare e che può anche generare reazioni violente. Se invece si decide di affrontare questo caso (anche) con un atteggiamento prettamente securitario, si rischia di rimanere nella sola superficie della questione.

Qualcuno potrebbe obiettare che la situazione sia più complessa, non facilmente “archiviabile” con la sola infermità mentale?

So quanto questo ragionamento sia difficile da comprendere in un’epoca e in una socialità che cerca spesso semplificazioni e che fatica ad affrontare le complessità del nostro tempo. Entrare nella complessità non significa giustificare, o tentare di minimizzare quel che succede, piuttosto significa affrontare la realtà, ossia ciò ci accade intorno, con lucidità e raziocinio. Ecco perché ho voluto sin da subito rimarcare pubblicamente che tra coloro che hanno catturato l’autore dell’atto criminale e lo hanno di fatto consegnato alle forze dell’ordine, ci fossero sia italiani sia stranieri. Perché questa è la fotografia della nostra società attuale. Ci sono stranieri che vivono tra noi laboriosamente, che sentono il bisogno di esprimere quotidianamente il loro senso civico, altri invece, tanto quanto gli “autoctoni italiani”, purtroppo, che promuovono attività criminali e illegali. Come, ad esempio, coloro che nei giorni scorsi hanno massacrato un povero lavoratore maliano, un padre di famiglia residente a Taranto. Non possiamo generalizzare, né proporre distinzioni etniche o di appartenenza culturale o religiosa.

La manifestazione di ieri che cosa ha rappresentato per la città? 

E’ stato prima di tutto un modo per essere vicini alle vittime di questa tragedia e ai loro familiari. Una dimostrazione popolare d’affetto e allo stesso tempo di sofferenza per l’accaduto. Modena ha una grande tradizione e un profondo spirito di coesione sociale. Questi fattori sono sempre stati decisivi nel tempo e nella storia, e lo sono stati anche in queste ultime ore.  C’è un forte senso di cooperazione che sta all’origine anche della tradizione economica della città. La nostra cittadinanza è consapevole che i problemi o li si affrontano insieme o non li si affrontano e risolvono.

Sindaco Mezzetti, lei è protestante, evangelico, e frequenta la chiesa metodista. Le chiese protestanti al loro interno condividono il senso di comunità con molti stranieri e promuovono progetti per “essere chiese insieme”…

Stamane ho partecipato a una trasmissione in cui si ragionava sul perché i processi di integrazione talvolta non funzionino e cosa si dovrebbe fare per migliorarli. E proprio perché vengo anche io dall’esperienza legata alla condivisione evangelica con molte persone di origine straniera, credo che non si debba parlare mai di “integrazione”. “Integrazione”, come termine, lascia supporre che ci sia una parte superiore a cui l’altra parte debba adattarsi. A me, invece, piace usare la parola “condivisione”. L’idea di condivisione dev’essere presente in ogni progetto culturale. Un concetto, quello della condivisione che è sempre stato fondamentale per la sinistra, area politica che mi rappresenta e che rappresento, perché tradizionalmente impegnata sul riconoscimento dei diritti. I due pilastri su cui si fonda la convivenza civile sono appunto i diritti e i doveri. Non si può rivendicare un riconoscimento dei diritti senza impegnarsi in un ‘Patto’ esteso e teso a rispettare le regole e le norme civili e della convivenza nella società. Viceversa, non si può chiedere il rispetto delle regole senza riconoscere i diritti al mosaico che compone tutta la cittadinanza nella sua complessità.

In questo caso le Istituzioni italiane erano unite in tal senso…

La presenza delle Istituzioni, al più alto livello, ieri è stata importante. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il  Ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, hanno portato non solo solidarietà e vicinanza, hanno dimostrato un’idea comune, ossia quella che mostrava quanto fosse necessario stemperare i toni, entrare nelle cose serie qual è stata la nostra con dignità, chiedendo a chi spesso cavalca le tragedie, di guardare ai problemi con onestà intellettuale. La loro presenza, ieri, ha avuto un grande valore civile, e non solo simbolico.