Consiglio d’Europa: Diritti umani e migrazione, cosa cambia?

Chișinău
Chișinău (unsplash)

Roma (NEV), 29 maggio 2026 – Il 15 maggio scorso, a Chișinău, in Moldova, i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno adottato una dichiarazione politica su migrazione e sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La dichiarazione non è vincolante ma, secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, il testo potrebbe aprire la strada a un sistema di tutela “a doppio binario”, in cui migranti e rifugiati godrebbero di garanzie meno forti rispetto agli altri cittadini.

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) è il principale trattato regionale per la tutela dei diritti fondamentali in Europa. Adottata nel 1950, dopo la Seconda guerra mondiale, costituisce il pilastro del Consiglio d’Europa e viene applicata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. I 46 Stati membri si impegnano a rispettare libertà e diritti fondamentali; chi ritiene di aver subito una violazione può rivolgersi alla Corte europea. La dichiarazione affronta il tema della gestione delle migrazioni e delle espulsioni, sostenendo che gli Stati incontrano crescenti difficoltà nel conciliare controllo delle frontiere e obblighi previsti dalla Convenzione.

Secondo i critici, però, il documento mira a limitare l’applicazione delle garanzie della CEDU nei confronti di migranti e rifugiati, soprattutto nei casi di rimpatrio e deportazione.

Perché suscita preoccupazione? La principale critica riguarda il rischio di creare un sistema di diritti “differenziato”, in cui alcune persone ricevano una protezione ridotta in base al loro status migratorio. Particolarmente delicato è il riferimento all’articolo 3 della Convenzione, che vieta in modo assoluto tortura e trattamenti inumani o degradanti. Da questo principio deriva il divieto di respingere una persona verso Paesi dove potrebbe subire torture o violazioni gravi dei diritti umani. Secondo molte organizzazioni di tutela dei diritti umani, indebolire questo principio in materia migratoria potrebbe avere conseguenze più ampie sull’intero sistema europeo di tutela dei diritti.

La dichiarazione richiama anche strumenti controversi già adottati da alcuni governi europei, come gli “hub di rimpatrio” in Paesi terzi e gli accordi con Stati extraeuropei per il controllo dei flussi migratori. Molte di queste pratiche sono state oggetto di ricorsi giudiziari o di critiche per i rischi di violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti di migranti bloccati in Paesi come Libia, Tunisia o Egitto. Il testo affronta inoltre il tema della cosiddetta “strumentalizzazione della migrazione”, cioè l’uso dei flussi migratori come forma di pressione politica tra Stati. Anche in questo caso, diverse organizzazioni ricordano che la Corte europea sta già esaminando casi relativi a respingimenti e detenzioni arbitrarie ai confini orientali dell’Europa.

Qual è la posta in gioco? Per oltre settant’anni la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha rappresentato uno dei principali strumenti di tutela delle libertà fondamentali in Europa, proteggendo minoranze, donne, persone LGBTI+, migranti e altri gruppi vulnerabili. Il timore espresso da molte organizzazioni è che, in un contesto segnato da crescita dei nazionalismi e pressioni migratorie, si affermi l’idea che alcuni diritti possano essere limitati a seconda della nazionalità o dello status delle persone. Ed è proprio questo, sostengono i critici della dichiarazione, il punto più delicato del dibattito aperto a Chișinău.


Council of Europe: Human rights and migration – what does the declaration adopted in Moldova change?

On 15th May, in Chișinău, Moldova, the 46 member states of the Council of Europe adopted a political declaration on migration and the European Convention on Human Rights.

The declaration is not binding but, according to several human rights organisations, the text could pave the way for a ‘two-tier’ protection system, in which migrants and refugees would enjoy weaker safeguards than other citizens.

What is the European Convention on Human Rights?

The European Convention on Human Rights (ECHR) is the main regional treaty for the protection of fundamental rights in Europe. Adopted in 1950, after the Second World War, it forms the cornerstone of the Council of Europe and is enforced by the European Court of Human Rights in Strasbourg.1

The 46 signatories (which include all 27 EU member states) undertake to respect fundamental freedoms and rights; anyone who believes they have suffered a violation may appeal to the European Court of Human Rights.

What does the declaration adopted in Chișinău provide for?

The declaration addresses the issue of migration management and expulsions, arguing that states face increasing difficulties in reconciling border control with the obligations set out in the Convention.

According to critics, however, the document aims to limit the application of the ECHR’s safeguards to migrants and refugees, particularly in cases of return and deportation.

Why is it causing concern?

The main criticism concerns the risk of creating a ‘differentiated’ system of rights, in which some people receive reduced protection based on their migration status.

Particularly sensitive is the reference to Article 3 of the Convention, which absolutely prohibits torture and inhuman or degrading treatment. This principle underpins the prohibition on returning a person to countries where they might face torture or serious human rights violations.

According to many human rights organisations, weakening this principle in the context of migration could have wider consequences for the entire European system of rights protection.

What other aspects are being contested?

The statement highlights controversial measures already adopted by some European governments, such as ‘return hubs’ in third countries and agreements with non-European states to control migration flows. Many of these practices have been the subject of legal challenges or criticism due to the risks of human rights violations, particularly against migrants stranded in countries such as Libya, Tunisia or Egypt.

The text also addresses the issue of the so-called “instrumentalisation of migration”, that is, the use of migration flows as a form of political pressure between states. Here too, several organisations point out that the European Court is already examining cases relating to pushbacks and arbitrary detentions at Europe’s eastern borders.

What is at stake?

For over seventy years, the European Convention on Human Rights has been one of the main instruments for the protection of fundamental freedoms in Europe, safeguarding minorities, women, LGBTI+ people, migrants and other vulnerable groups.

The fear expressed by many organisations is that, in a context marked by rising nationalism and migratory pressures, the idea will take hold that certain rights can be restricted depending on a person’s nationality or status. And it is precisely this, argue critics of the declaration, that is the most sensitive point of the debate taking place in Chișinău.