Roma (NEV), 30 maggio 2026 – Una nuova puntata della rubrica “Pace, tra globalizzazione e ambiente”, per sensibilizzare sui problemi che l’ingiustizia economica e la distruzione della Terra pongono a credenti di fede cristiana e al mondo intero. Il pezzo è del componente della Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Antonio Fiorino.
Il termine Ecocidio inizia ad essere utilizzato durante la guerra in Vietnam già a partire dagli anni ‘60/’70 del secolo scorso, quando i movimenti attivisti pacifisti e ambientalisti iniziano a denunciare una sistematica distruzione degli ecosistemi naturali, con l’uso del napalm e del fosforo, soprattutto delle foreste vergini utilizzate dalla guerriglia vietnamita che riusciva (nella boscaglia fitta) a vanificare la supremazia militare dell’esercito americano.
Il termine ha poi continuato ad essere utilizzato dai movimenti di tutela ambientale fino ad ottenere una definizione precisa: una distruzione consapevole e sistematica di un ecosistema naturale da parte dell’uomo.
In Italia si è iniziato ad usare a partire dal disastro del Seveso del 1976, quando un’enorme fuga di diossina generò una nube tossica e la conseguente contaminazione di un territorio vastissimo della Lombardia.
Il termine ecocidio è riemerso quando finalmente le tante denunce dei residenti della zona del triangolo Acerra, Nola e Marigliano (chiamato il triangolo della morte) hanno scoperchiato un disastro ecologico di cui ancora oggi è impossibile quantificare il danno reale. In oltre 30 anni la camorra ha sotterrato una quantità impossibile da quantificare in un numero enorme di discariche abusive. Una delle zone più fertili e produttive del nostro paese ha iniziato ad avvelenare i suoi abitanti. La contaminazione era ormai nell’aria con i roghi spontanei di questo materiale chimico altamente inquinante, letteralmente il sottosuolo ribolliva per le reazioni chimiche di queste sostanze, nelle falde acquifere e nei fiumi, in un’agricoltura di eccellenza in ginocchio. L’incidenza di tumori incurabili, soprattutto nei bambini, è la punta di un iceberg di dolore e distruzione che arriva fino al mare, fino a Castelvolturno. Il paese si sveglia, inizia seriamente a ragionare sulla stagione del boom industriale, una locomotiva economica che ha scaricato tanti sui costi sull’ambiente e sugli ecosistemi.
Parimenti il termine ecocidio è stato usato in Calabria e anche stavolta perché la ‘Ndrangheta sistematicamente aveva avviato una serie di affondamenti nella baia di Gioia Tauro di vecchie navi imbottite di rifiuti tossici, imbarcazioni/carrette provenienti non soltanto dalle nostro territorio ma da altri paesi del mediterraneo. Un disastro ambientale anche questo impossibile da quantificare.
Il termine quindi ha seguito le denunce della società civile, in un risveglio lento e doloroso, è emerso nei territori feriti da disastri ambientali, non più parola soltanto degli ambientalisti, ma adesso anche di preti cattolici di missione, magistrati, ed è finito nel linguaggio comune. Eppure ha sempre mantenuto un’aura di scetticismo, a volte è diventato anche un termine divisivo. La morte o meglio il danneggiamento di un ecosistema naturale per mano umana è sicuramente considerato un reato da parte delle nostre legislazioni, eppure può un ecosistema avere una figura giuridica delineata? I reati ambientali sono puniti severamente nel nostro paese, ma come conciliare il concetto di morte violenta (colposa o dolosa) con un termine estremamente vasto come quello di ecosistema?
Le nostre chiese hanno iniziato a ragionarci, l’esperienza di Camini in Calabria dello scorso settembre, proprio su questa tematica, ha molto riflettuto e ha iniziato un percorso. Può una violenza agita sulla Natura avere la stessa valenza di una violenza agita su un corpo umano? La risposta non è semplice e soprattutto non può essere data con una semplificazione. I gruppi di lavoro a Camini hanno riflettuto su l’ampiezza di un ecosistema, che vede i migranti stagionali sfruttati nella piana di Gioia Tauro ad esempio, o lo spopolamento dei comuni interni, con la perdita di conoscenze, competenze, culture e vita.
La GLAM se lo sta chiedendo nelle tappe della carovana dell’ecosostenibilità. Il tema dell’acqua con i suoi cicli complessi, la morte lenta dei laghi dei Castelli Romani, ma anche nell’abbandono delle terrazze della penisola amalfitana, nel fenomeno dell’over-tourism.
A livello internazionale il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea stanno lavorando ad una legislazione che definisca il reato di ecocidio come crimine contro l’umanità. un percorso lento ma che dovrebbe approdare a breve nel parlamento europeo.
Molti analisti internazionali stanno esemplificando nella distruzione di Gaza proprio l’ampiezza e complessità di un possibile reato di ecocidio. Il Global Network for Human Rights and the Environment (GNHRE) ad esempio, ha iniziato una sistematica raccolta di dati sulla perdita di suolo fertile e coltivazioni agricole del territorio della striscia di Gaza (https://gnhre.org/?p=18454). Il danno ambientale e la ricaduta sulla popolazione di questi territori è difficile da quantificare: dalle falde acquifere, agli ordigni inesplosi, passando per la distruzione di uliveti secolari e di frutteti, il patrimonio su cui si basava la sussistenza umana e animale risulta irrimediabilmente compromessa.
Un termine come vediamo (in questi pochi esempi) che si carica di valenze politiche, entra nei conflitti armati, rischia di diventare di una parte, diventa una parola divisiva.
Il termine è emerso nel dibattito teologico delle nostre chiese durante il Corso Interfacoltà Protestante di Eco-Teologie (appena concluso), che ha visto impegnati docenti e studenti della Facoltà Valdese di Teologia che si sono confrontati con colleghi europei e latini. Un confronto teologico molto complesso che cammina su due binari: la tutela del creato e la riparazione conseguente ad una frattura relazionale tra uomo e Dio. Il tema del peccato e della salvezza si intrecciano in una riflessione teologica che apprezzando la complessità degli ecosistemi naturali, di cui l’essere umano non è dominatore ma parte viva integrante, comprende la rottura profonda di una relazione con il Creato che è purtroppo fratturata in una maniera profonda.
Sicuramente un impulso importante è venuta dall’opera del teologo Jürgen Moltmann (scomparso nel 2024), ma anche da esempi che ci vengono dalla teologa Laura Kassar che collega la contaminazione di un fiume da parte di una industria di idrocarburi canadese e che contamina le donne rendendole sterili (da portatrici di vita) con la pratica descritta nella Bibbia dell’Acqua Amara per punire una donna sospettata di adulterio (descritta in maniera puntuale in Numeri 5, 11-31). I partecipanti al corso si sono molto confrontati su un intreccio di tematiche che comunque hanno ruotato sul riconoscimento che la rottura relazionale tra noi e il Creato, il progetto divino, è un fondamentale interrogativo teologico. Diversi gli interventi anche dei nostri docenti, con la professoressa Francesca Nuzzolese che si è soffermata sulla teologia pratica applicata al risanamento e cura di un lutto ambientale.
Sullo sfondo di questi intrecci l’ecocidio resta un importante interrogativo, provare a riconoscere quelle azioni sistematiche che risultano in una morte ecosistemica dovrebbe iniziare a metterci di fronte all’incarnazione profonda di una divinità che ha scelto di essere vero uomo. Vero Uomo che vive e agisce in una creazione dove proprio il ruolo dell’uomo sta provocando un cambiamento climatico che rende sempre più fragili gli ecosistemi e li porta verso l’estinzione; un essere umano che mette lo sfruttamento delle risorse/doni al primo posto, innalza nuovi idoli, e rinuncia al suo ruolo di custode e giardiniere del Creato, un ruolo di custodia dei semi, di propagazione di bellezza, di nutrimento per le generazioni future.


























