Roma (NEV), 3 giugno 2026 – di Naomi Cino – Si è svolto ieri, martedì 2 giugno, il primo incontro del programma di formazione online sulla costruzione della pace (Peacebuilding Online Learning Programme). L’evento è stato promosso dal Consiglio Metodista Mondiale (World Methodist Council) e programmato e organizzato da Stefanie Gabuyo, in qualità di presidente e coordinatrice della Commissione per i giovani e i giovani adulti del Consiglio stesso.
L’evento, intitolato “Il diritto internazionale come fondamento per la pace: fede, giustizia e responsabilità globale”, ha creato uno spazio di riflessione sul ruolo della dignità umana e dell’impegno cristiano di fronte ai drammi della guerra e delle ingiustizie globali. Ad aprire i lavori è stata la presidente del World Methodist Council, la vescova Debra Wallace-Padgett, con una preghiera e l’invito a trarre ispirazione dall’incontro per rinnovare l’impegno a favore di giustizia, pace e riconciliazione.
All’appuntamento hanno partecipato giovani adulti metodisti provenienti da tutto il mondo: dall’Africa all’Europa, dall’Asia all’America Latina. Il confronto è partito da tre quesiti fondamentali: A cosa pensate quando riflettete sul diritto internazionale? Cosa minaccia maggiormente la pace oggi? Dove risiede la speranza?
Fatou Bensouda: dignità, riforme e sforzo contro l’indifferenza
A guidare la sessione formativa è stata la dottoressa Fatou Bensouda, già procuratrice della Corte Penale Internazionale e insignita del World Methodist Peace Award 2025.
“Fede, giustizia e responsabilità globale sono interconnesse”, ha esordito Bensouda. “La fede senza giustizia diventa mero sentimento, la giustizia senza compassione si fa fredda e la responsabilità senza umiltà si trasforma in controllo. Se uniti, questi elementi costituiscono fondamenta potenti. Il diritto internazionale inizia con la dignità dell’essere umano: significa che nessuno è privo di rilevanza, nessuna comunità è dimenticata, nessuna nazione è così forte da non dover render conto e nessun popolo è così debole da poter essere ignorato”.
L’ex procuratrice ha poi evidenziato la crisi del multilateralismo: “Il sistema internazionale ha bisogno di riforme, ma il cambiamento non nascerà dalla disperazione, bensì da chi ama la giustizia abbastanza da migliorarne gli strumenti. È qui che la fede diventa vitale, ricordandoci che la speranza non è ottimismo. L’ottimismo dipende dalle circostanze; la speranza è una disciplina dello Spirito, coraggiosa e non ingenua. In questo momento la responsabilità ci chiama a difendere l’essere umano ovunque sia a rischio”.
Contro l’indifferenza
Bensouda ha poi lanciato un monito contro l’indifferenza: “Il grande pericolo in tempi di conflitto è accettare la sofferenza come normale, andando avanti nonostante gli attacchi sui civili e le violazioni delle leggi. Le coscienze si stancano e la mente giustifica ciò che l’anima sa essere sbagliato. Dobbiamo resistere insieme a questo sfinimento, perché quando la coscienza si logora, l’ingiustizia appare ordinaria. Il diritto internazionale non è perfetto, ma senza di esso la pace resta vulnerabile alle ambizioni del potere”.
Rivolgendosi poi alle partecipanti e ai partecipanti, le e li ha incoraggiati a vivere questo percorso come una vera e propria scuola di coraggio: “Non vi accontentate di parlare il linguaggio della pace, ma accettatene le difficoltà attraverso l’ascolto attivo di chi ha subito torti. La pace si costruisce quando la coscienza e la responsabilità si incontrano, rifiutando di lasciare al potere l’ultima parola”.
I racconti dai fronti di crisi
Al suo contributo si sono affiancate le testimonianze di giovani provenienti da aree di crisi. Areej Masoud, giovane cristiana palestinese di Betlemme e fondatrice di Khayari (organizzazione per la leadership e l’emancipazione economica delle donne), ha illustrato le sfide e la quotidianità del suo popolo: “Guardare attraverso la lente della fede invita a essere operatori di pace per tutti, seguendo l’esempio di Cristo che sfidava il potere e stava accanto ai marginalizzati. Per noi la speranza non è un desiderio illusorio o qualcosa di garantito. Ogni giorno cerchiamo di rendere la vita possibile attraverso di essa: quando si lavora per la pace, la si crea attivamente”.
Subito dopo, Dariia Zhukovska (United Methodist Church in Ucraina) ha mostrato la precarietà di un Paese sotto attacco: “Non ricordo più la mia vita prima dell’invasione. Ciò che mi dà forza è vedere come le persone continuino ad amarsi, a servirsi e a supportarsi reciprocamente nonostante droni e missili. Trovo speranza nelle chiese che non interrompono il loro ministero, nei volontari che aiutano gli sfollati e gli insofferenti, in chi ci è vicino dall’estero e nei politici che pensano con chiarezza”.
Il Messico: tra diaconia radicale e resistenza delle comunità
Dopo una divisione in gruppi di lavoro per tradurre le riflessioni in azioni concrete, l’incontro è stato concluso dal pastore metodista messicano Samuel Murillo Torres.
Torres ha riacceso i riflettori su una drammatica crisi umanitaria troppo spesso dimenticata dai media globali: quella del territorio messicano, segnato negli ultimi venticinque anni da quasi mezzo milione di omicidi e da oltre 130.000 persone scomparse (desaparecidos).
Portando la testimonianza delle oltre centomila famiglie che si uniscono in collettivi per cercare i propri cari, il pastore ha spiegato come le leggi dello Stato a tutela delle vittime non siano nate spontaneamente dalle istituzioni, ma siano il frutto diretto della resistenza e dell’unità di queste comunità di base.
Torres ha quindi introdotto il concetto di “diaconia radicale”, intesa come una solidarietà attiva e coraggiosa capace di superare la paura e di rifiutare l’odio partendo dal proprio contesto locale. Ha poi messo in guardia dai pericoli della polarizzazione e delle narrazioni pubbliche che disumanizzano e ostacolano l’accesso alla verità. Torres ha ribadito che le comunità di fede non possono trincerarsi dietro una finta neutralità, poiché ogni loro azione o omissione ha un peso politico.
Nella sua esperienza, proprio le chiese e i giovani sono i primi a documentare gli abusi, accogliere gli sfollati e applicare concretamente il diritto umanitario sul campo. “Quando perdiamo la speranza, perdiamo il nostro potere”, ha concluso Torres, esortando le comunità a esercitare una voce profetica e a trovare proprio nella speranza il coraggio di vincere la paura e l’oscurità.



























