Roma (NEV), 10 giugno 2026 – Pubblichiamo l’intervento di Paolo Naso andato in onda domenica 7 giugno su Radio1 Rai per la rubrica “Essere chiesa insieme” della trasmissione Culto Evangelico.
Paolo Naso interviene a partire dal caso Amendolara, dove sono morti dopo essere stati chiusi in una macchina e bruciati Fazal Amin Khojani, lavoratore afghano di 28 anni; Ullah Ismat Qiemi, afghano di 19 anni; Safi Iayjad, afghano di 27 anni; e Waseem Khan, pakistano di 29 anni. Si è invece salvato, benchè ustionato, Taj Mohammed Alamyar, 35 anni, afghano, scappato dopo aver sfondato il portellone posteriore, fratturandosi un braccio.
Per riascoltare la puntata, clicca qui: Culto Evangelico del 07/06/2026 | Rai Radio 1 | RaiPlay Sound.
Negli stessi giorni in cui la Repubblica ha celebrato i suoi 80 anni, ad Amendolara, in Calabria, quattro braccianti immigrati impegnati nella raccolta delle fragole, sono stati chiusi in una macchina e bruciati vivi. La loro colpa? Avere reclamato la paga da fame che era stata promessa loro e che non gli veniva consegnata. Le prime indagini si sono indirizzate su altri migranti, pachistani, che probabilmente svolgevano la funzione di caporali: in altre parole selezionavano a loro discrezione i braccianti, li portavano nei campi e controllavano che svolgessero il loro lavoro nei modi e nei tempi decisi dall’azienda.
La tragedia di Amendolara ha squarciato il velo su tante piaghe che ancora affliggono il Paese e, in particolare, il Mezzogiorno: la forza dei poteri criminali, l’esistenza di catene dello sfruttamento dei migranti di cui talvolta essi stessi sono anelli violenti e colpevoli, il fallimento delle politiche di integrazione e di inclusione di migliaia di lavoratori che concorrono in misura decisiva alla filiera agricola nazionale, comprese le sue eccellenze.
Come si legge in una ricerca coordinata dal Centro studi Confronti e pubblicata dall’editrice Com Nuovi Tempi, l’agricoltura nazionale è sempre di più made in immigritaly: frutto, cioè, del lavoro di migranti, alcuni dei quali si sono specializzati e garantiscono produzioni di alta qualità, come i piccoli frutti nel basso Piemonte, il parmigiano in Emilia, gli agrumi di eccellenza in Calabria o in Sicilia, le mele in Trentino. In sé sarebbe una bella storia italiana, da raccontare e celebrare in occasione della festa della Repubblica. Ma così non è, perché, a fianco di aziende trasparenti, che garantiscono e tutelano i lavoratori, talvolta formandoli e promuovendo la loro crescita sociale e professionale, permangono zone di sfruttamento disumano e schiavistico. Schiavistico, aggettivo pesante ma difficilmente contestabile. Quando si vive in una baracca ai margini dei campi, senza servizi e infrastrutture; quando si è costretti ad accettare una paga di 3 euro l’ora; quando si deve sottostare ai ricatti violenti di caporali, italiani o stranieri che siano; quando – ed è il caso di molte donne – si devono subire pressioni e violenze fisiche sul proprio corpo; quando si vive nella semiclandestinità, irregolari e senza diritti, visibili solo come braccia da sfruttare… che cos’altro è se non schiavitù?
Tre dei braccianti uccisi erano afgani, uno pakistano. Uccisi per dare una lezione, per rendere chiaro ed evidente che la legge del caporalato non ammette proteste e che in alcune filiere produttive i diritti non esistono. Pare che i braccianti uccisi fossero regolarmente residenti in Italia, il che aggrava ancora di più il caso perché rende evidente che qualche cosa non ha funzionato. Il decreto flussi attuato dal Governo ha consentito l’ingresso legale in Italia di migliaia di lavoratori – e questo è un fatto positivo – ma poi sono mancate le politiche di integrazione e di inclusione sociale. Accolte le braccia, l’Italia non ha saputo integrare le persone, tutelarle come migranti e come lavoratori. Ecco la stridente la sfasatura tra la doverosa retorica costituzionale del 2 giugno che celebra il lavoro come elemento fondante della Repubblica, da una parte, e, dall’altra, quattro lavoratori immigrati uccisi con un disperante disprezzo per i valori della vita, della dignità della persona, dell’umanità stessa. Negli scorsi anni, significative quote del PNRR sono state destinate a risanare i cosiddetti ghetti e, a consuntivo, il bilancio è deludente. Servono abitazioni dignitose e sicure, certo, perché avere un tetto è l’inizio di un vero percorso di integrazione. Come accade a Dambe so’, la Casa della dignità, aperta dalla Federazione delle chiese evangeliche nella Piana di Gioia Tauro. Ma non basta. Servono leggi che garantiscano i diritti dei migranti e la loro libertà di movimento. I ricatti della criminalità non si combattono solo con la repressione delle forze di polizia. Servono anche norme che liberino i lavoratori migranti dai legacci che li rendono fragili e ricattabili. Servono più diritti. Pensiamoci quando mangiamo le fragole che essi raccolgono. Fragole amare.

























