L’opposizione al CPR di Castel Volturno: una scelta disumana e inefficiente 

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Roma, (NEV) 16 giugno 2026 – di Naomi Cino – “C’è chi dice che Castel Volturno sia un territorio già martoriato da problemi sociali e che manchi solo il CPR, oppure che il centro verrà costruito in una zona di interesse ambientale. Seguendo questa logica, tuttavia, sembrerebbe quasi che la struttura si possa realizzare altrove; invece, ci tengo sempre a sottolineare come questi centri vadano chiusi a prescindere da tutto, perché è il rimpatrio in sé a essere disumano”. 

A mettere subito in chiaro la sua posizione in merito ai Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) è Sergio Serraino. Il coordinatore regionale per la Campania dei progetti di Emergency segue da tempi non sospetti queste realtà in prima linea. Già nel 1999, ancor prima dell’impegno con Emergency, curò insieme a Valeria Bertolino la redazione del dossier di denuncia “Storie da un lager”, focalizzato sulle drammatiche condizioni del centro “Serraino Vulpitta” di Trapani, dove un rogo costò la vita a sei ragazzi. 

Accoglienza diffusa invece di militarizzazione 

Oltre a Serraino, ad opporsi all’apertura di un nuovo CPR a Castel Volturno, in provincia di Caserta, è un fronte ampio. La mobilitazione unisce sindacati, reti nazionali, vertici delle chiese locali, movimenti per i diritti umani e la stessa presidenza della Regione Campania. 

Tra queste anche le Chiese Valdesi e Metodiste del napoletano. “Abbiamo aderito come chiesa alla protesta contro la costruzione di un nuovo CPR a Castel Volturno in nome della vita e della dignità di persone che conosciamo. Venute da lontano ora sono parte del tessuto sociale, anche se spesso ai margini, e chiamano questi centri “Detention Camp”. Una definizione che più delle sigle istituzionali mostra di cosa parliamo. Luoghi che inghiottono le persone a causa di mancanza di documenti, di un permesso di soggiorno che non arriva, di un contratto di lavoro promesso e poi disatteso. Dentro questi campi nessun esterno può entrare: né un cappellano, né un avvocato, né un parente. Sono definiti peggiori delle prigioni. E per noi italiani sono la dimostrazione concreta della militarizzazione della società, dove i porti sempre più diventano luoghi di frontiera invece che di accoglienza e di pace.   

Invece di perseguire la strada dell’accoglienza diffusa, delle scuole di italiano e della valorizzazione delle professioni a tutti i livelli, si separano le persone: rinchiuse le une, impotenti le altre e negata la democrazia. Infatti, in Trentino le associazioni che hanno chiesto l’accesso agli atti per conoscere lo stato di avanzamento del progetto di ben due CPR da collocare in quella Regione, si sono viste rispondere con il segreto di Stato, trattandosi di una questione di sicurezza nazionale.  

Non potevamo tacere, e con grande piacere abbiamo saputo che il primo ad alzare la voce è stato il vescovo cattolico di Capua e Caserta Pietro Lagnese. Ci siamo uniti in questa denuncia e siamo entrati nel coordinamento delle associazioni di Napoli, che conta fra le più attive le comunità migranti. Sappiamo di essere privilegiati, come italiani e come chiesa, e di avere una possibilità in più di essere ascoltati” ha raccontato Letizia Tomassone, pastora della Chiesa valdese di Napoli. 

Il “mostro giuridico” del rimpatrio forzato 

Al centro della contestazione vi è la natura stessa di queste istituzioni: i CPR sono strutture destinate al trattenimento dei cittadini stranieri extra-UE privi di un regolare documento di soggiorno. Chi viene trattenuto non sta scontando una pena detentiva per un reato, ma subisce una misura amministrativa cautelare che lo priva della libertà personale in attesa dell’esecuzione delle procedure di espulsione dall’Italia. 

L’impianto normativo che regola i CPR fa capo al Testo Unico sull’Immigrazione. Il quadro normativo è stato inasprito dal Decreto-Legge n. 124/2023, che ha esteso il tempo massimo di trattenimento fino a 18 mesi. Questa misura, di stampo prettamente emergenziale, viene percepita dai movimenti del territorio come un’imposizione calata dall’alto, arrivata senza alcuna consultazione della popolazione locale. 

A questa stretta legislativa nazionale si aggiungono poi i dettagli specifici e i rischi ecologici legati al territorio: il progetto di Castel Volturno prevede un CPR da 120 posti presso il parco umido ‘La Piana’, area chiave per la fauna migratoria. La struttura, da oltre 43 milioni di euro gestiti da Invitalia per il Viminale, sta procedendo senza Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).  

Il problema cruciale, secondo Sergio Serraino, è però nella natura stessa di questi luoghi: “Il vero problema dei CPR non risiede semplicemente nelle condizioni di detenzione, ma nell’esistenza stessa di queste strutture, nate con lo scopo di ricondurre coattivamente una persona nel proprio Paese d’origine. In molti casi, infatti, si fugge non solo da guerre e persecuzioni, ma anche da condizioni di vita difficili, spinti dal desiderio di viaggiare o dalla speranza di trovare un lavoro migliore per mantenere la propria famiglia. Dimentichiamo fin troppo facilmente che anche noi siamo un popolo di migranti che, in passato come oggi, si è spostato. È proprio da questa logica del rimpatrio forzato che deriva tutto il resto, a partire dalla detenzione amministrativa, la quale rappresenta un vero e proprio mostro giuridico: un’aberrazione, poiché parliamo della privazione della libertà personale di individui che non hanno commesso alcun reato”. 

A questa critica di principio si unisce la voce della pastora Tomassone: “Il territorio di Castel Volturno ha molti problemi di tenuta sociale, tra cui caporalato, tratta, camorra e anche semplice sfruttamento abitativo degli stranieri che vi abitano. Né lì né altrove però, deve essere costruito un centro di detenzione amministrativa con i costi astronomici annunciati. Ma in particolare lì non deve essere costruito, dove è viva la memoria di Jerry Masslo, arrivato dal Sud Africa, dalle lotte contro l’apartheid, finito per caso nel ghetto di Villa Literno. Predicatore evangelico, alzò la voce per i diritti di persone trattate come schiave, e fu massacrato nel 1989. Perché erano anni in cui la camorra affiancava i poteri economici con la sua azione violenta. E sempre lì è viva la memoria di Miriam Makeba, che cantava per la giustizia.     

Numeri alla mano: il fallimento della media nazionale 

L’inefficacia dei CPR emerge con chiarezza dai dati ufficiali del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Detenute e dai report delle associazioni indipendenti. Storicamente, la percentuale di persone effettivamente rimpatriate oscilla solo tra il 43% e il 50% sul totale dei transitati. Il restante 50% viene semplicemente rilasciato allo scadere del tempo massimo di detenzione con l’ordine scritto di abbandonare il Paese, rimanendo sul territorio in una condizione di totale irregolarità. 

Nel frattempo, la permanenza dentro i CPR si traduce in un’esperienza profondamente degradante. Sergio Serraino spiega: “Se anche queste strutture fossero efficienti e riuscissero a far rimpatriare tutti, o se venissero dotate di ogni comfort possibile, comunque le persone nei CPR non si sentirebbero mai bene. Si tratta infatti di luoghi in cui si rischia il rimpatrio, sancendo così il fallimento definitivo del progetto migratorio. Inoltre, essi risultano disumanizzanti anche per chi proviene dal circuito carcerario: persone scarcerate che hanno già espiato la propria pena e che si ritrovano a subire una punizione ulteriore e non prevista, ovvero il rimpatrio”. 

L’impatto devastante sulla salute dei trattenuti 

Le criticità testimoniate più frequenti dei CPR includono: isolamento e privazione degli effetti personali, carenza di assistenza medica, difficoltà di accesso alle tutele legali, uso di sedativi pesanti e psicofarmaci, alto tasso di suicidi e tentati suicidi, raffica di rivolte.  

“Le persone richiuse vivono un vero inferno, e alcune sono morte per mancanza di accesso alle cure. I farmaci che vi si sprecano sono gli psicofarmaci per rendere docili i rinchiusi, quasi tutti uomini. Eppure, il Ministro degli Interni definisce i CPR “trattenimento leggero” (come documentato nel rapporto “Trattenuti” di ActionAid)”, ha spiegato la pastora Tomassone.  

Serraino racconta l’esperienza sul campo: ”Presso i nostri ambulatori di Ponticelli e Castel Volturno accogliamo persone che sono transitate dai centri di permanenza per i rimpatri già esistenti. Non tutti, comprensibilmente, scelgono di raccontare ciò che hanno vissuto, ma le condizioni descritte sono quelle che purtroppo emergono costantemente, in particolare sul piano della salute. Chi seguiva terapie per patologie croniche, come l’ipertensione o il diabete, nella maggior parte dei casi ha dovuto interrompere il trattenimento, o comunque non ha ricevuto i farmaci in modo continuativo. Quasi tutti riferiscono inoltre della somministrazione di psicofarmaci in assenza di una reale diagnosi clinica. Di fatto, la presenza di una patologia psichiatrica dovrebbe costituire un motivo di incompatibilità con la permanenza all’interno di queste strutture, determinandone l’immediato rilascio; al contrario, ciò non avviene e si registra invece una somministrazione sistematica di psicofarmaci. Si tratta di una realtà confermata da report e inchieste che, attraverso i documenti ufficiali forniti dalle prefetture e dagli enti gestori, hanno dimostrato l’acquisto e il consumo massiccio dei medicinali.  

Se si assume il concetto di salute definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – inteso non come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale – emerge chiaramente come nei CPR le persone si ammalino proprio a causa delle condizioni di detenzione. A logorare la salute dei trattenuti è innanzitutto la totale privazione della privacy: all’interno dei centri si è costretti a vivere in stanze aperte, condivise con altre sei o dieci persone, che si affacciano su corridoi caratterizzati da costante movimento. A questo si sommano le luci costantemente accese che impediscono il riposo notturno, un clima diffuso di paura e la coesistenza forzata di esperienze umane profondamente diverse tra loro. Una simile realtà non ammette margini di miglioramento, poiché tale dinamica è intrinseca alla logica stessa del sistema dei rimpatri” ha concluso Sergio Seraino.  

L’appello comune e la via della dignità 

“Oggi la voce va alzata con più forza, tutti insieme, senza distinzione, contro la camorra e lo sfruttamento, contro una società che alza ovunque muri e barriere poliziesche. Nella denuncia di questo progetto abbiamo avuto l’appoggio unanime della Conferenza distrettuale del IV Distretto, che raggruppa le chiese valdesi del Sud Italia; un territorio profondamente ferito anche dalla strage di Amendolara e dall’omicidio di Taranto, terra di ghetti e sfruttamento. Una Conferenza di chiese che però conosce azioni di solidarietà come l’ostello sociale “Dambe So”, o a Napoli, i diversi presidi della Diaconia Valdese e il Community Center, così attivo nella costruzione positiva di percorsi di cittadinanza e diritti. 

Vogliamo con forza condividere la fiducia delle associazioni schierate contro il CPR di Castel Volturno, avere fiducia che la battaglia può essere vinta. E facciamo appello alla rete di resistenza civile e nonviolenta che le chiese evangeliche possono costituire attraverso l’Italia intera, per respingere politiche razziste e poliziesche e edificare una società di condivisione e dignità per ogni persona”, ha concluso la pastora Tomassone.