Roma (NEV), 17 giugno 2026 – di Georgia Betz – Sabato mattina, nella chiesa valdese di Trapani, diciotto persone si sono ritrovate per disegnare e dipingere. Età diverse: dai 2 ai 75 anni. Lingue diverse: italiano, inglese, francese, portoghese, tedesco. Storie diverse: turisti in vacanza, abitanti di Trapani e Marsala, persone arrivate da pochi mesi dopo un percorso in Paesi africani, e membri della comunità valdese.
L’offerta era gratuita. A guidarla, l’artista visiva Judith Boy, con il supporto del fotografo Aldo Miserendino. Il progetto è sponsorizzato dal Land Rheinland Pfalz, l‘Associazione Artisti liberi & professionali. Ogni partecipante ha scelto colori e materiali. Su richiesta, Boy mescolava sfumature di petrolio e arancione e suggeriva tecniche con materiali di recupero: la base del riciclo creativo applicato all’arte.
Due ore di lavoro, ciascuno con il proprio ritmo. Qualcuno si è concentrato su un fiore dai petali viola, quasi trasparenti. Altri hanno dipinto quadri densi di colore e forme geometriche. Alcuni si confrontavano, altri restavano in silenzio. Impronte di mani e di piedi sulla carta, pennelli grandi e pennelli sottili, magliette macchiate di pigmento.
Per molti, il laboratorio è stato un gesto comunicativo: un modo per portare fuori quello che si ha dentro, per farsi vedere attraverso un quadro. Alla fine, alcuni hanno portato a casa i propri lavori. Altri li hanno lasciati alla chiesa: il processo, spesso, conta più del risultato.
«Il loro valore va oltre la prestazione»
Giusi Caradonna, educatrice di Marsala, ha seguito il laboratorio artistico. Per lei l’esperienza ha un valore preciso: «Durante il laboratorio di pittura, bambini e ragazzi hanno potuto scoprire che il loro valore va ben oltre ogni prestazione. Servono più spazi come questi, liberi dal giudizio, dalla competizione e dalla pressione del successo».
Caradonna spiega che ai giovani si chiede continuamente di dimostrare quanto valgono. Essere visti e riconosciuti nella propria unicità, dice, rafforza l’autostima e alimenta la fiducia in sé e negli altri. Il linguaggio artistico, per il suo carattere universale, supera le differenze di età, genere e provenienza. Crea legami e occasioni di condivisione.
Dal laboratorio al culto: la comunità valdese di Trapani
Le opere realizzate sabato hanno arricchito il culto evangelico del giorno dopo, curato da Gianluca Fiusco. La presenza valdese a Trapani risale alla seconda metà dell’Ottocento. Oggi la comunità di Trapani e Marsala conta circa 40 membri. Nel 2025 ha registrato cinque nuove ammissioni. Dal 2014 senza una presenza pastorale stabile e continuativa, ma continua il proprio cammino: valorizza i talenti di chi la compone, sostiene chi è in difficoltà, impara a superare insieme i propri limiti.
Domenica, la predicazione ha preso le mosse da Romani 12,4-5, il passo che invita a riconoscersi membra di uno stesso corpo. Per Fiusco, il testo stabilisce un ordine preciso: prima la molteplicità, poi l’unità. «Paolo ci avverte che all’unità non si arriva saltando la diversità, ma attraversandola», ha detto.
Fiusco ha richiamato il concetto dell’agápē come bussola del vivere cristiano. Molteplicità e diversità, ha concluso, non sono un incidente di percorso del cristianesimo, ma una realtà quotidiana: «Non a pugni stretti, non con le mani in tasca, non a braccia conserte: aperte, come si tengono quando non si ha nulla da nascondere e nulla da difendere, ma solo qualcosa da dare e qualcosa da ricevere. Assumendosi anche il rischio che, dentro quelle braccia larghe, arrivi chi non aspettavi».
Le reti da pesca di Judith Boy: arte e sostenibilità
Le opere di Boy pongono interrogativi sulla responsabilità che abbiamo verso gli altri e verso la Terra. Già dal vernissage di venerdì, lo spazio di culto ospitava grandi teli trasparenti di rete: materiale centrale nel lavoro dell’artista. Sono reti da pesca raccolte nei porti di Palermo, lavate e riusate nelle sue installazioni. Un simbolo dell’interdipendenza tra persone, luoghi e storie diverse.
C’è anche un grande gomitolo intrecciato, color acqua marina, proveniente dalla pesca del tonno. Tessuti abbandonati per strada, lavori all’uncinetto dismessi, tracce di un’altra epoca. «Trovano me», racconta Boy a proposito di questi materiali. «Io vedo in loro qualcosa di prezioso, li lavo e li trasformo. Poi li spedisco per mostre e atelier in Germania».
Per Judith Boy, credente protestante, arte e sostenibilità sono legate da un filo diretto. “Facciamo parte di un unico mondo” può sembrare una frase scontata. Richiede invece un impegno quotidiano per diventare realtà. Non basta dirlo: bisogna viverlo. Anche quando emergono differenze o tensioni, la sfida resta una: non lasciarsene dividere, ma attraversarle insieme.
Foto di Georgia Betz e Aldo Miserendino



























