Roma (NEV), 13 luglio 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane sono lo spunto di uno speciale estivo che ci accompagnerà fino ad agosto. Inauguriamo questa serie di interviste, in chiave intergenerazionale e interdisciplinare, con Giovanna Vernarecci Di Fossombrone.

Giovanna Vernarecci Di Fossombrone è pastora metodista, giornalista culturale e autrice. Da anni affianca all’attività pastorale una profonda passione per l’arte, che racconta attraverso articoli, interviste e il podcast «Prospettive – La storia nell’arte», dedicato al dialogo tra opere, artisti e storia del Novecento. Collabora fra l’altro con il magazine Meer e questa è la sua pagina Substack. Già avvocata, è stata presidente del Sinodo valdese 2025.
L’intelligenza artificiale può essere sia una minaccia, sia uno straordinario alleato della creatività. Cosa ne pensa?
Non è facilissimo dare una risposta, perché in realtà io non so cosa sarà in grado di fare la I.A. in futuro e, da semplice utente, neppure del tutto cosa sappia fare oggi.
Sono però profondamente convinta che si tratti di uno strumento, non di una entità a sé stante. E che la sua presenza, a volte ingombrante, a volte semplificante, ci costringa anzitutto a ridefinire alcune domande: cosa significa creare? È più autore chi compie il gesto, o chi concepisce l’idea che quel gesto rappresenta?
Duchamp non creò una nuova “cosa” quando mise in esposizione un orinatoio rovesciato chiamandolo Fountain: ma ancora adesso la sua idea dà l’occasione per un pensiero diverso in chi lo osserva come pubblico.
L’I.A. sa fare connessioni velocissime, gestire moltissimi dati e mescolarli in modi inediti.
Ma senza i dati che le fornisci, senza il prompt giusto, semplicemente non sa dove andare.
Certo, anche noi umani creiamo a partire da ciò che abbiamo appreso, da ciò che ci hanno insegnato o che abbiamo vissuto — ma possiamo (dobbiamo sarebbe meglio dire) interrogarci sul senso di ciò che facciamo.
L’I.A. non ne ha la capacità.
Tre anni fa intervistai Dionigi Mattia Gagliardi di Numero Cromatico — collettivo artistico, centro di ricerca e casa editrice che esplora il rapporto tra arte, neuroscienze e psicologia, fondato a Roma nel 2011.
Nel 2023 avevano esposto alla Crypta Balbi alcuni arazzi con testi scritti da una intelligenza artificiale addestrata, diciamo così, con testi sulla poesia e su migliaia di poesie.
Testi molto belli, almeno alcuni.
Ed è quello che Dionigi mi disse quasi di sfuggita che mi ha aiutato molto nel ragionare su questo tema: «La nostra I.A. ha generato moltissime poesie, alcune molto belle, altre abbastanza assurde».
Ecco: l’I.A. è qualcosa che, nello stesso tempo, genera cose belle e cose che non stanno in piedi.
Perché è potentissima. Ma è sempre una macchina.
Non sa darsi da sola uno scopo
E quindi non è di per sé un grosso rischio né per la creatività, come non lo è per nessuno degli infiniti campi in cui può essere utilizzata.
È un enorme rischio, invece, se rinunciamo alla responsabilità di pensare.
Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover essere spiegato, misurato e reso trasparente. Pensa che l’arte abbia invece il compito di custodire zone d’ombra, misteri e domande senza risposta?
Per mia natura diffido delle cose completamente spiegabili. Quando ho l’impressione di aver capito tutto, penso sempre di avere perso un pezzo.
Forse è anche per questo che amo artisti come Capogrossi o Fautrier. Posso studiarli, leggerli, contestualizzarli storicamente, eppure rimane sempre qualcosa che resiste. Non un enigma artificiale, ma un residuo di senso che continua a interrogarmi.
Credo che l’arte ci ricordi proprio questo: che non tutta la realtà umana è riducibile a una formula, a un dato o a una spiegazione definitiva.
Ci sono esperienze (e non solo) che comprendiamo soltanto in parte.
Ma forse è anche grazie a quella parte irriducibile che possiamo continuare a pensare — come esercizio di libertà.
L’arte turba, la scienza rassicura, diceva Georges Braque. È mai stato così? Lo è ancora?
Georges Braque diceva che l’arte turba e la scienza rassicura parlando sostanzialmente da cubista, in un momento in cui l’arte (e in particolare il cubismo) stavano smontando ogni prospettiva, mentre la scienza sembrava ancora promettere certezza e ordine.
In realtà, per come la vedo io — e credo senza distanziarmi troppo da Braque — arte e scienza si assomigliano molto più profondamente di quanto possa sembrare.

Munch può togliere il sonno con L’Urlo, ma può anche dipingere paesaggi nordici in cui si avverte una serenità quasi fisica.
Allo stesso modo, la scienza ha prodotto alcune delle più grandi inquietudini della modernità: Copernico ci ha tolto dal centro dell’universo, Darwin ha messo in discussione l’eccezionalità umana, la fisica nucleare ha aperto la possibilità dell’autodistruzione, l’intelligenza artificiale ci costringe a ripensare l’idea stessa di intelligenza.
Entrambe possono turbare e entrambe possono rassicurare.
Dipende da cosa cerchi, e da cosa sei disposta, o disposto, a trovare.
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