Roma (NEV), 16 luglio 2026 – Esiste un unico futuro tecnologico possibile? Una sessione organizzata dall’Associazione cristiana mondiale per la comunicazione (WACC) durante il WSIS Forum 2026 (tenutosi questa settimana), ha riunito voci provenienti da Tunisia, Messico.
Un’Unione Internazionale di operatori della Telecomunicazione che si è riunito per sostenere le comunità del Sud del mondo e plasmare la trasformazione digitale mondiale in modo etico e secondo le modalità più consone per le comunità periferiche.
«Altri mondi tecnologici sono possibili, e sono spesso creati proprio dalle comunità locali e dai popoli indigeni del Sud globale. Un’azione che nasce attraverso le radio comunitarie, le reti di connettività comunitarie, gli archivi digitali di comunità e gli operatori mobili virtuali di natura sociale e comunitaria», ha affermato Philip Lee – segretario generale della WACC – aprendo la Settima sessione , lo scorso 7 luglio, intitolata “Accesso, capacità di agire e di dar voce”, inserita nell’ambito dell’importante incontro delle Nazioni Unite sulla governance digitale globale – a Ginevra.
La sovranità digitale – è definita come quella «capacità collettiva di nazioni e comunità di plasmare, governare e tutelare le infrastrutture digitali, i dati e gli standard alla base delle loro società, inclusa l’intelligenza artificiale», un principio cardine del *Global Digital Compact* (Patto digitale globale) delle Nazioni Unite, ha proseguito Lee.
Tuttavia, per realizzarla sarà necessario che il “Mondo della minoranza” (ossia i Paesi più ricchi e industrializzati) «allenti la presa sullo sviluppo e sull’implementazione delle tecnologie digitali – ha proseguito Lee –, e incoraggi il “Mondo della maggioranza” a sviluppare e implementare le proprie».
Mettere le comunità in condizione di plasmare la tecnologia digitale
Roxana Widmer-Iliescu, responsabile del Servizio per l’inclusione digitale presso l’Ufficio per lo sviluppo dell’ITU, ha affermato che la questione che il WSIS deve affrontare non è semplice, dunque, “se la tecnologia continuerà a trasformare le società”, ma piuttosto “chi saprà plasmare tale trasformazione, chi ne potrà trarre vantaggio e chi sarà lasciato indietro”.
A vent’anni dalla prima riunione del WSIS, si è osservato che ormai sono miliardi le persone che nel tempo si sono connesse, ma la mera possibilità di connettersi non è più sufficiente: “La trasformazione digitale avrà successo solo se le comunità saranno messe in condizione di plasmare, utilizzare e trarre beneficio dalle tecnologie digitali secondo le proprie modalità”.
Widmer-Iliescu ha individuato tre sfide per il processo WSIS
1) L’inclusione digitale non può più essere misurata solo in termini di accesso, ma deve comprendere l’accessibilità economica, le competenze digitali, contenuti locali pertinenti e la fiducia.
2) Le comunità devono diventare co-creatrici, anziché semplici consumatrici, della tecnologia. L’intelligenza artificiale “può accelerare lo sviluppo, ma solo se riflette la diversità dell’umanità”; altrimenti, rischia di rafforzare le disuguaglianze ed escludere i gruppi meno rappresentati nei dati, nella progettazione e nella governance, tra cui donne, popolazioni indigene, comunità rurali, persone con disabilità e anziani.
3) “L’inclusione digitale non riguarda più semplicemente il collegare le persone alla tecnologia”, ha concluso: “si tratta di mettere le persone e le comunità in condizione di plasmare la tecnologia affinché rifletta le loro realtà, tuteli i loro diritti e promuova il loro sviluppo”.


























