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Arte e IA. VALORI: “Oggi la scienza turba e l’arte rassicura”

VALORI - Courtesy l'artista

Roma (NEV), 20 luglio 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane sono lo spunto di uno speciale estivo che ci accompagnerà fino ad agosto. La seconda intervista di questa serie, in chiave intergenerazionale e interdisciplinare, è all’artista VALORI. 

Foto VALORI

VALORI ha 32 anni, è nata a Roma e ha vissuto a lungo a Londra. Artista multidisciplinare, cantante, song-writer e performer, sta terminando la produzione del suo primo disco. Ha studiato Politics presso la SOAS (School of Oriental and African Studies), poi presso l’Accademia East 15 di Londra. Come tecnica ceramista, è stata per oltre cinque anni nel collettivo londinese ceramica Turning Earth. Trilingue italiano-francese-inglese, ha studiato spagnolo, latino e arabo ed è cresciuta in un contesto familiare particolarmente attento alla storia delle religioni e all’ecumenismo. Il suo approccio interdisciplinare e multilingue è alla base della sua spiccata sensibilità e capacità di lettura e analisi dei linguaggi espressivi.


L’intelligenza artificiale può essere sia una minaccia, sia uno straordinario alleato della creatività. Cosa ne pensa?

Penso che l’IA sia un misto fra due opposti. Per adesso il sistema IA è molto opaco, non si capisce se può essere a servizio dell’arte o una scorciatoia per evitare il processo, ma l’arte è il processo. Da qui possono nascere domande filosofiche, insomma, cos’è l’arte? L’IA non può rimpiazzarla, non può minacciarla, perché l’arte fa parte dell’umanità ed è parte dell’artista, compresa l’acquisizione delle skills. Non ci sono scorciatoie. Se è l’IA a produrre qualcosa, alla fine, quello che viene fuori è una “cosa” che non ha alle spalle un vissuto. Può essere un alleato, sì, nella misura in cui si può interpellare. Io ad esempio uso molto l’IA come specchio riflesso del mio pensiero creativo. Non mi aiuta a produrre niente, non mi aiuta a generare idee, non mi aiuta nel mio stile (nella mia pagina substack c’è solo la mia voce, non c’è IA). Detto ciò è una risorsa che, a fronte di una richiesta molto specifica che richiederebbe ore di ricerca, può essere valida. Tuttavia, non dimentichiamolo. Nella produzione artistica è una minaccia al mercato.

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Gesto manuale, materia, strumenti analogici (pennello, carta, voce, corpo, silenzio). A cosa non rinuncerebbe? E perché?

Non rinuncerei a niente dell’esperienza tattile e della propria esperienza, vissuta, interna, corporea, insomma embodied. Perché l’arte si ricollega con l’idea del divino, in cui c’è una forza creatrice molto potente che da qualcosa di invisibile diventa tangibile e può essere vista, letta, sentita e condivisa. Da questo punto di vista, la creazione artistica è vicina a un’esperienza mistica.

L’atto creativo nasce da una ispirazione dentro di sé, oppure c’è qualcosa di altro (il divino, il mistero, l’inconscio, la natura, la comunità) che attraversa l’opera? Come definirebbe questa esperienza?

Io sento come un lampo, un’energia estremamente concentrata che va subito messa su carta, in un momento in cui tutto quello che succede intorno a me diventa totalmente irrilevante. Parlo di “lampo” perché è proprio “elettrico”; come vivo questo momento ispirato è un’energia molto densa ed elettrizzante.

L’arte genera esperienze di estasi, trance, commozione, e altri stati dell’essere, pensiamo alla Sindrome di Stendhal. A prescindere da come un’opera venga creata – da esseri umani, in collaborazione con l’IA o persino interamente dall’IA – in che modo può renderci più umani e favorire il dialogo interculturale e inter-fedi?

Penso che il tessuto che ci unisce come genere umano, dagli albori a oggi e per sempre, crei connessioni tra persone che vibrano nello stesso momento, allo stesso modo e ci ricordano che siamo un tutt’uno. È una cosa simile a ciò che avviene se pensiamo al divino o alle religioni.

L’artista Rosalía, ad esempio, nel suo ultimo album “Lux” ha espresso con forza questa ricerca tra divino e terreno, parlando del rapporto vita-morte. Rosalía è estremamente brillante e immensamente commovente. Sono stata a Milano al suo concerto a marzo, unica data italiana – quando poi lei si è sentita male e ha dovuto interrompere l’esibizione dopo 50 minuti. Ho pianto quattro volte e insieme a me hanno pianto altre undicimila persone. Nella sua forma più pura l’arte fa anche questo.

C’è chi vorrebbe porre dei limiti all’espressione artistica, e chi pensa che l’espressione artistica non abbia limiti. È possibile un dialogo fra queste due visioni? C’è un gap generazionale o culturale su questo tema?

Dipende molto dagli obiettivi. Penso che l’arte debba e possa dire tutto, e debba avere una vita lunga. Pensiamo a Marcel Duchamp o altri artisti che sono stati controversi nel proprio tempo. Duchamp è stato compreso e ha fatto la storia dell’arte molto più avanti, in nuovo contesto, con una distanza storica. Pensiamo anche alla “banana con scotch” (l’opera Comedian, di Maurizio Cattelan) e a tanti altri prima di lui. L’arte deve poter toccare i sentimenti delle persone. Sono concetti che pongono tante domande. Nel mio registro non ci devono essere limiti. La censura, invece, non si preoccupa né della salute del pubblico, né della salute dell’arte né dell’artista. La censura vuole solo manipolare ed esercitare un abuso di potere. Chi invece fa atti estrosi, egocentrici o con eccessivi estremismi, a sfondo sessuale o di violenza gratuita, a me risulta superficiale. Poi ci sono artisti come Marina Abramović, il cui intento tuttavia è mostrare altro. Penso alla celebre performance che degnerò e fu interrotta, Rhythm 0, realizzata nel 1974 a Napoli, in cui l’artista rimase immobile per ore, offrendosi passivamente al pubblico che poteva utilizzare su di lei 72 oggetti di piacere o distruzione. Creare le circostanze per far venire a galla anche il peggio è arte.

Siamo abituati a pensare che siamo noi a guardare un’opera d’arte. Le è mai capitato, invece, di avere la sensazione opposta, diciamo “quantistica”, che fosse l’opera a guardare, a interrogare, perfino a cambiare chi la sta guardando?

Mi è capitato tante volte. Sono esperienze che cambiano il corso della tua esistenza. Spero che tutti gli esseri umani possano viverlo almeno una volta nella vita. Penso inoltre che sia uno degli obiettivi segreti degli artisti e delle artiste che creano il proprio lavoro, creano opere a centinaia, sperando che ce ne sia anche solo una sola in tutta una vita che possa avere questo effetto su almeno una persona. A me è accaduto con “L’arte della gioia”, magnum opus di Goliarda Sapienza. Ma ricordo anche le mostre dove mi portava mia mamma da bambina.  Penso a Egon Schiele, ma anche al museo del Prado a Madrid, circondata dai ritratti delle famiglie reali. Oppure a Nikki de Saint Phalle, scultrice francese ideatrice fra l’altro del giardino dei tarocchi a Capalbio.

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover essere spiegato, misurato e reso trasparente. Pensa che l’arte abbia invece il compito di custodire zone d’ombra, misteri e domande senza risposta?

Penso che sia importante che l’arte sia libera di essere quello che vuole essere in un determinato tempo. Oggi è complicato distinguere l’arte da qualcosa che debba essere per forza vendibile. Se un prodotto deve essere vendibile, deve poter essere capito dal pubblico, da chi compra, e questo crea una tensione enorme che spesso ogni artista deve risolvere da sé, in vari momenti della propria pratica. Non sempre si può mantenere quel tipo di mistero. A volte bisogna scendere a compromessi. Se resti nel mistero nessuno sa chi sei e nessuno conosce il tuo lavoro.

Se un giorno un’opera creata da un’intelligenza artificiale la commuovesse fino alle lacrime, cambierebbe qualcosa nella sua idea di “anima”? O nella sua idea di “invisibile”?

Penserei a tutti gli artisti e le artiste a cui sono stati rubati i propri lavori. In un prodotto IA, quello che io vedrei riflesso sarebbero tutte le pratiche di tutte le persone e di tutta l’umanità di cui l’IA si sta cibando. E lo sta facendo senza alcun riconoscimento. Immagina un data center enorme di prodotti con una origine indefinita, dove viene pubblicato tutto in formato digitale. E il sacrificio che c’è a monte? Vedrei in un’opera del genere non tanto l’IA in quanto IA, non l’oggetto in quanto oggetto, ma vedrei il furto che è quel prodotto. È un tema molto presente anche a livello musicale. Oggi ci sono dischi interi fatti con l’IA, che sembrano spazzare via anni e anni di lavoro meticoloso, di fatica economica che condiziona la vita delle persone, musicisti, artisti senza compenso e senza credito. Il rapporto è violento.

Fra le diverse arti, quali sono secondo lei imprescindibili per lo sviluppo educativo, pedagogico e persino politico delle persone e delle comunità (musica scultura poesia letteratura cinema pittura…)? E perché?

Ho pensato molto a questa domanda in relazione all’infanzia, a quello che fanno naturalmente i bambini e le bambine. Il gioco simbolico e di ruolo, i giochi di interazione sociale ed esplorazione cognitiva, il teatro, “facciamo finta che…”, “tu sei la mamma e io sono…”, “cucù, dove sei?”. I giochi infantili sono imprescindibili, giochi che sono il teatro, essere totalmente a contatto con la natura, giocare nel fango, elemento che può diventare una polpetta o un castello, elemento che diventa 3d, che diventa scultura. Ma anche collane e corone di fiori, una “moda” per adornare chi vuoi bene, adornarsi. E ancora, il canto, la voce, una delle prime cose che si fanno per addormentare i bambini, e poi mimare, danzare. Sono esperienze primordiali che facciamo in maniera istintiva e sarebbe contronatura opporsi a questo.

Può farmi qualche nome di artisti o artiste del terzo millennio secondo lei assolutamente da conoscere? E che cosa li rende così importanti ai suoi occhi?

Vorrei citare alcuni colleghi stimatissimi, emergenti. Samuele Cyma e Francesca Palamidessi. Entrambi musicisti di Roma e miei collaboratori. Artisti che per me rappresentano un pozzo senza fondo di ispirazione. Oltre a loro, vorrei citare Lausse The Cat, artista anonimo franco-inglese di cui si sa pochissimo. Il suo approccio alla musica è incredibile. Nel 2018 ha pubblicato un EP in cui il suo alter ego The Cat va in avventura a cercare il suo cuore perduto e si ritrova in festini, tra abusi di sostanze, depressione e visioni. Un piccolo album di 20 minuti in cui il jazz-rap-UK si sviluppa con un vocabolario arcaico quasi shakespeariano, in un percorso dal blend unico. Dopo quell’album Lausse The Cat è sparito per anni. Lo abbiamo aspettato come si aspetta il Messia, pensando “chissà quando e se tornerà”. Il 6 novembre 2025 è tornato, ha ripreso il filo del discorso, con un album meraviglioso, “The Mocking Stars”, che riprende la storia dove l’aveva lasciata sette anni fa. Complesso, profondo, strumentale e vocale, underground, denso di innovazione e di suoni, ci ha mostrato un lavoro enorme sulla vita e sulla creazione, fatto sedimentare in un tempo fertile. Aggiungo solo che Lausse The Cat ha fatto un live a Londra in una località segreta, per l’uscita del disco, chiedendo di lasciare fuori i telefoni e di cui non è rimasta traccia.

L’arte turba, la scienza rassicura, diceva Georges Braque. È mai stato così? Lo è ancora?

Secondo me oggi è il contrario, la scienza turba e l’arte rassicura. Soprattutto dal punto di vista di mercato e di ricerca. La scienza è talmente avanti che è difficile anche per una persona di media cultura capire e decifrare gli avanzamenti scientifici e stare al ritmo. Siamo alla fantascienza. Siamo in una fase in cui l’IA è un tema scottante sia come tecnologia sia da un punto di vista della coscienza collettiva. Ci sono i computer quantistici, che non seguono più il codice binario, con scelte tra due opzioni. Le scelte diventano potenzialmente infinite. Questa accelerazione turba le persone. L’arte, che poi in realtà molto spesso è mercato – anche giustamente, non voglio dare un giudizio di merito, anzi, sarebbe corretto dare equi compensi a chi cerca di vivere per l’arte e con l’arte – può essere più vicina. Ancora un esempio. Ultimo, che a Roma Tor Vergata ha portato 200.000 persone, che tipo di arte fa? Cosa dice? Cosa porta? Tanti artisti mainstream non parlano di temi scomodi, non si espongono sui questioni politiche e sociali, sulla Palestina, su temi caldi, ma parlano di amore. Le persone vanno lì per essere rassicurate e validate. Quindi, sì, oggi la scienza turba, e l’arte può rassicurare.


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