Arte e IA. Valentino Catricalà: “Arte crea ponti, intreccia culture e speranze future”

"The World of Banksy", Torino - foto archivio NEV/er

Roma (NEV), 27 luglio 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane, sono lo spunto di questo speciale estivo in chiave intergenerazionale e interdisciplinare. L’intervista di oggi a Valentino Catricalà ci ricorda il valore fondamentale dell’arte per costruire un futuro migliore.

Valentino Catricalà è curatore e critico d’arte contemporanea, tra i maggiori esperti del rapporto tra arti visive, scienza e nuove tecnologie. Fondatore e già direttore artistico del Media Art Festival del Museo MAXXI, è membro del board dello ZKM di Karlsruhe e dirige la sezione Arte della Maker Faire Rome. Dopo aver diretto la MODAL Gallery di Manchester, è oggi è impegnato in Arabia Saudita nello sviluppo di un nuovo polo museale.

L’intelligenza artificiale può essere percepita sia come una minaccia, sia come straordinario alleato della creatività. Cosa ne pensa?

Bisogna comprendere che questo dualismo fra minaccia e aiuto è un dualismo che esiste dai tempi della rivoluzione industriale, quando la “macchina” ha iniziato a imporsi nella società. Se si leggono le cronache del passato, osserviamo che le reazioni erano molto simili a quanto si dice oggi e si collocano tra esultanza e paura che la macchina possa essere prendere il sopravvento. Quando arrivano entità con un automatismo che va aldilà dell’umano è ovvio che si aprano vari scenari. E spesso l’esito è quello del dualismo.

Viviamo nell’epoca dell’IA, anche se la storia dell’IA è più antica, nasce negli anni 50. Non è detto che tecnologie più efficienti abbiano successo o evolvano in modo lineare. Molto più spesso emergono come un assalto. Di fronte a uno strumento sempre più veloce e in grado di imparare autonomamente, l’IA si sta affermando ora, nell’era del dominio dei dati.

Occorre uscire dai dualismi e cercare di capire che l’IA è una nuova entità non umana con cui dobbiamo interagire e che sicuramente ridimensiona tutto il comparto del lavoro e della struttura della società. Allo stesso tempo, porta a nuove categorie sociali inaspettate. Si stima, infatti, che molti dei lavori del futuro non sono ancora stati inventati.

In che modo secondo lei l’arte può renderci più umani e favorire il dialogo interculturale e inter-fedi?

L’arte è sempre stata il grande attrattore sociale, il luogo in cui le società si univano e riconoscevano, un tentativo di comprendere loro stesse. Parlo delle pratiche sciamaniche di diverse tradizioni, di totem che creano unione sociale, di menhir che superano i punti cardinali.

Oggi l’arte è anche il modo che abbiamo per riflettere su ciò che non vediamo e percepiamo. Lyotard diceva: “L’arte ci fa capire che c’è dell’invisibile”. Quel qualcosa che va oltre il nostro stesso mondo. E questo in epoca AI e non.
Aldilà delle geografie politiche, delle religioni come dogmi, è il grande connettore potenziale delle culture e come tale ingloba costantemente nuovi linguaggi. Non è un caso che oggi la diplomazia parli di soft power dell’arte, in contrapposizione e superamento alle diverse forme dell’hard power.

Su Flash art Italia lei ha parlato di unione tra format occidentali e tradizioni locali. I diversi modelli IA, da parte loro, rappresentano precisi “blocchi” economici e culturali. Pensiamo al duopolio USA-Cina, ma anche ai tentativi europei di indipendenza tecnologica, oppure al patto globale tra Fede e Intelligenza artificiale, “Faith-AI Covenant”, che vuole dare voce al Sud e all’Est Globale per l’equità e l’etica digitale. Pensa che l’arte possa avere una marcia in più? Nell’ambito artistico, si può parlare di “blocchi”?

Potremmo parlare di blocchi culturali, nel senso di varie entità nazionali e internazionali che assorbono modelli culturali, ma non come pensiamo noi. In Cina, in Medio Oriente, nell’ex Unione Sovietica, ad esempio in Kazakistan, vengono “assorbiti” format europei, musei, esibizioni, senza copiare, rivisitando e processando invece l’arte all’interno di diverse culture. È diverso il rapporto pubblico/privato, è diverso il ruolo dei direttori di museo e il coinvolgimento delle istituzioni. Tuttavia, le pratiche artistiche sono transnazionali e glocal, quindi ogni nazione, ogni ambito, ogni ambiente assorbe linguaggi e propone narrazioni e concetti legati al proprio territorio, al proprio contesto.

La spiritualità, per fare un altro esempio, può influenzare in modo forte in certi paesi e meno in altri, spesso portando novità, oppure tradizione. Penso all’ondata di interesse suscitata dall’arte africana, ma anche ad altre forme di contaminazioni legate a un approccio internazionale e locale.

Poi ci sono forme d’arte che rimangono dove sono, che non vengono “esportate” fuori.
Quanto alle innovazioni in ambito tecnologico, lì c’è una vera e propria competizione di stampo capitalista, distanze; l’arte crea ponti, intreccia culture e speranze future.

L’atto creativo nasce da una ispirazione dentro di sé, oppure c’è qualcosa di altro (il divino, il mistero, l’inconscio, la natura, la comunità) che attraversa l’opera? Come definirebbe questa esperienza?

Un po’ viziati da una certa filosofia crociana, a volte potremmo pensare che il tema dell’ispirazione sia legato solo ed esclusivamente all’istinto, come a dire: “o sei artista, o non lo sei”.

Secondo me non è così. È indubbio che ci sia un istinto in alcune persone più che in altre, ma l’spirazione arriva nella pratica quotidiana. L’artista è chi quotidianamente lavora con i suoi materiali, pittura, tecnologia, scultura, o altri strumenti, e questo lavoro fa nascere l’ispirazione, la orienta, la fa diventare corpo. Non è un atto solamente istintivo, può essere una spinta, ma è anche “mestiere”. Poi ci sono i talenti, che sempre con fatica e costanza fanno crescere quell’ispirazione che diventa struttura e corpo.

C’è chi vorrebbe porre dei limiti all’espressione artistica, e chi pensa che l’espressione artistica non abbia limiti (dalla Merda d’artista di Manzoni alla banana con scotch di Cattelan, per fare due esempi). È possibile un dialogo fra queste due visioni? C’è un gap generazionale o culturale su questo tema?

L’arte risponde ai suoi tempi e anticipa i tempi. Julian Rosenfeld mi ha più volte detto che l’artista è come un sismografo: percepisce le vibrazioni della terra prima di altri. Come direbbe George Didi-Huberman, l’arte è sempre anacronistica. L’arte è sempre prima e sempre dopo. La Merda d’artista (1961), che mi hai citato, di Piero Manzoni ha aperto strada al dopo, come il taglio di Lucio Fontana, dopo di lui non si poteva fare come prima. La banana di Cattelan non esiste se non la si inquadra all’interno di un mondo interconnesso e basato sui social, è un ribaltamento del sistema, una grande opera collettiva.

L’arte turba, la scienza rassicura, diceva Georges Braque. È mai stato così? Lo è ancora?

Oggi la scienza è science fiction, siamo nella fantascienza dove le società vendono un immaginario che non esiste, con macchine che volano, in un rendering di una società che non ci sarà mai, che va oltre i prodotti. A me sembra che la scienza lavori molto più sull’immaginario che sulla realtà. L’arte non deve dare sicurezza, deve scuotere le coscienze.

Fra le diverse arti, quali sono secondo lei imprescindibili per lo sviluppo educativo, pedagogico e persino politico delle persone e delle comunità?

L’arte è una disciplina fondamentale che, secondo me, dovrebbe essere metodologia trasversale nella scuola. Quindi, non una materia da insegnare in un’ora e mezza, ma uno strumento per far capire come vivere nel mondo. L’arte ci insegna a vivere nel mondo, veicola temi etici, ed è quello che la scuola dovrebbe fare. Insegnare che siamo esseri umani, che siamo animali sociali, entità interagenti che possono costruire una società migliore. Come un medico aiuta i pazienti, l’arte pur non avendo apparentemente una utilità immediata, è un punto cardine. Una società basata sull’arte è una società che commette meno crimini, più rispettosa, più sostenibile, che veicola messaggi che possono creare le società migliori del futuro.


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