Disarmo, via di pace: la giustizia senza armi

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Roma (NEV), 29 luglio 2026 – Una nuova puntata della rubrica “Pace, tra globalizzazione e ambiente”, per sensibilizzare sui problemi che l’ingiustizia economica e la distruzione della Terra pongono ai credenti di fede cristiana e al mondo intero. Il contributo di oggi è curato da Maria Elena Lacquaniti, coordinatrice della Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).


Lo scorso giugno la rivista Waldensian Review lanciava un appello alle lettrici ed ai lettori: pregare tutte e tutti insieme per resistere al fiume di dubbi ed incertezze che tracima nelle nostre società. La riflessione, tratta da Mt 7,8 (“bussare a quella porta che ci hanno detto verrà aperta”), spiega che è Dio ad aprire se bussiamo con fede, anche quando gli incubi più bui ci assalgono. L’invito alla preghiera prosegue con il Vangelo di Giovanni sulla nostra presenza nel mondo: essere “nel mondo ma non del mondo”, o meglio essere “per il mondo”, perché attraverso la fede riusciamo a scorgere il Regno eterno.

Il documento continua chiedendosi che cosa significhi oggi ricercare la pace e prende come modello un manifesto ecumenico, firmato da un gruppo redazionale di quattro persone (Ralf Becker, la pastora Karen Hinrichs, il prof. Heinrich Schäfer e il dr. Theodor Ziegler), su mandato di un plenum di circa 60 rappresentanti del movimento ecumenico per la pace, riuniti attorno all’Istituto ecumenico di teologia della pace in Germania.

Il manifesto per la pace apre ampie riflessioni partendo da un ruolo che è affine alle chiese: parlare con il nemico. Chi vuole la pace deve parlare con il nemico. Il cammino verso la pace si pone, sostengono i firmatari, in posizione critica rispetto al memorandum sulla pace pubblicato nel novembre 2025 dalla Chiesa evangelica in Germania (Evangelische Kirche in Deutschland – EKD), dove, infelicemente, si afferma che il possesso di armi nucleari possa essere «politicamente necessario». Si tratta di una posizione inaccettabile per i firmatari del manifesto e, speriamo, anche per tutta la comunità credente.

Il pastore e teologo Paolo Ricca, nel preludio al suo libro “Guerra e Pace. Le chiese evangeliche e la pace”, scrive che: “L’evangelo della pace da annunciare ai lontani e ai vicini e da vivere nella concretezza delle relazioni umane personali e sociali, anziché essere annunciato e vissuto come ci si sarebbe potuto aspettare, è ben presto ridotto a un fatto puramente interiore, ossia esclusivamente spiritualizzato e dall’altro secolarizzato, ridotto a pura sostanza politica”. Quindi aggiunge: “Affidato all’arte della diplomazia e agli argomenti sulle armi; alla fine la fede in un Dio disarmato, vincente per la sola forza dell’amore e della Parola e che auspica che l’uomo creato a sua immagine possa riconoscere nei conflitti una via diversa dalle armi, cede alla convinzione che anche la pace va conquistata con le armi”.

Invece, il lavoro per la pace è partecipazione al lavoro di Dio. Proprio il fatto che Dio lavori instancabilmente per la pace e senza le armi dimostra che essa non è solo una meta storica, ma anche un traguardo escatologico che confina e sconfina nel Regno di Dio. Lavorare per la pace significa lavorare per l’umanità e per la manifestazione del suo regno.

Sconfinare nel Regno di Dio, avere la possibilità di percepirlo e l’utopia di vederlo realizzarsi a partire da qui, da dove siamo. Perché utopia? Perché ciò che diverse chiese oggi trasmettono non ha questa visione e la Waldensian Review lo scrive chiaramente: alcune parole allarmano le chiese rendendo impossibile la via del dialogo.

Il concetto di difesa del territorio, confine di stato o identità nazionale fa perno su un capro espiatorio: il nemico. Le società abbrutite, isolate, impoverite e appesantite da infiniti problemi del quotidiano che non trovano soluzione, riversano sentimenti di frustrazione sul nemico, stereotipando un soggetto specifico: lo straniero, prevalentemente nero, islamico, violento. Spesso ciò è il frutto di un fomentarsi collettivo che sfocia nell’odio declinato in tutte le sue possibili forme.

Dal verbo all’azione, ogni giorno c’è un nemico da combattere e un muro di difesa da ergere. Un messaggio subliminale che fa vacillare anche una fede forte. È in questo contesto che i cristiani e le cristiane devono fortificare l’esperienza con Gesù, scegliendo l’altra via, quella dei vangeli, della buona novella, della speranza, della Parola che porta a Dio. Trasportati dallo Spirito potremmo toccare anche noi la veste di Cristo e guarire dalla disumana indifferenza. Toccando quell’abito saremo pronti alla chiamata “seguimi”, che non significa “prendi nota” o “guarda come faccio”, e neanche soltanto “testimonia al mondo quel che ho fatto e detto”, ma è anche – e aggiungo soprattutto – un imperativo: fallo tu e fallo subito.

I fratelli e le sorelle di Waldensian Review ci invitano a pregare insieme proprio per prendere coraggio e attivare gli strumenti che immettono sul cammino della pace. Anche in tempi come questi, dove in Italia si invoca il quarto grado di giudizio e la giustizia fai da te e nell’alleanza NATO fa ribrezzo il “regalo” turco: un dono non solo kitsch, ma che con i nomi dei governanti incisi sull’arma, è anche il triste ricordo di un’altra dedica, quella fatta da un pilota a sua madre. La madre era Enola Gay e il bombardiere che portava il suo nome sganciò l’atomica il 6 agosto del 1945 in Giappone. Una prova di potenza? L’affermazione che la giustizia è armata? Che vincerà chi si è dotato dell’arma più distruttiva o l’esercito più forte?

Il TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari), in vigore dal 2017, non è stato ratificato da nessun paese in possesso di testate atomiche, mentre l’hanno sottoscritto più di 70 stati, tra piccoli e grandi, che non possiedono armi nucleari. Il messaggio è chiaro ed è un vero messaggio di pace, che richiama a lavorare per essa e non a immaginare di garantirla con il terrore nucleare. Nessuna azione prepotente garantisce la pace, neanche quella agita con il silenzio.

Apriamo lo sguardo sul Board of Peace, una vetrina che ha tra i suoi obiettivi depotenziare l’ONU negando le prerogative dell’organismo e dividere, tra una ventina di aderenti, territori rubati con azione genocidaria ed ecocidaria alla Palestina. Il Board of Peace ha tacitato per sempre quella terra e i palestinesi, che sopravvissuti alla follia israeliana, oggi muoiono nell’ipocrisia degli accordi di pace. Questa è pace?

Gesù ci insegna a cercare la giustizia, guardando la sofferenza del prossimo, quello vicino ma soprattutto quello lontano da noi. Ci chiede di fare confessione di peccato e poi cambiare. Ci chiede di ascoltare l’oppresso, di cercare la verità e poi agire con fede. Gesù ha fatto questo e tanto altro. Perché ricordiamo tutto ciò senza un vero coinvolgimento?

Il documento “Kairos 2 Palestina, un momento di verità: la fede in un tempo di genocidio”, è lo specchio del nostro comportamento, discutibile e pavido. I cristiani palestinesi espongono i fatti e raccontano di noi credenti e delle tante chiese mute. Leggendo il documento e incontrando online – e tra qualche giorno in presenza – Isaac Munther, il pastore luterano di Betlemme, portavoce del documento che sta facendo storia, non possiamo che provare un profondo senso di vergogna.

La Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha accolto questo appello. Sostiene e ha sostenuto gli incontri ecumenici, organizzati dal gruppo ‘Dalla Parte di Abele‘ e condivisi con il Centro interconfessionale per la pace (Cipax) e con il gruppo di servizio degli Ambasciatori e Ambasciatrici di Pace dell’Unione delle chiese evangeliche battiste di Italia (UCEBI). Un’ampia rappresentanza credente che apre la via del dialogo e si ostina ad arrivare alla pace, così come descritto dal manifesto per la pace che ha dato inizio a questo articolo.

Tante chiese si stanno unendo al cammino e tante persone lo fanno singolarmente. Siamo credenti e preghiamo che la speranza sia luce viva nel cammino per la pace, che nessuna persona sia dimenticata, che la distanza sia colmata dall’empatia. Percorriamo una via tortuosa con il desiderio di avvicinarci al Gesù dei vangeli, riconoscendolo tra l’umanità vittima delle guerre, riconciliandoci con lui, con la giustizia e con la fede. Disarmo è anche questo: deporre la maschera dietro cui abbiamo celato paure e indifferenze. A viso scoperto carezziamo la sofferenza del prossimo, sentendola vicina al nostro cuore e amando come Gesù ha comandato di fare.