Roma (NEV), 4 agosto 2026 –
Domande e risposte per capire oltre le polemiche
Migliaia di persone che in poche ore hanno superato, a nuoto, con materassini e salvagenti di fortuna, il confine tra Marocco e Ceuta. Per poi, nella maggior parte dei casi, tornare, volontariamente, nelle 24 ore successive, in Marocco, dopo aver trascorso una giornata senza riparo, spesso senza cibo né acqua. Almeno 84 persone sono morte nel tentativo di effettuare la traversata.
I fatti di Ceuta hanno alimentato un acceso dibattito politico – fatto di accuse, strumentalizzazioni e divisioni tra Stati membri – e hanno persino portato alla sospensione dell’area Schengen tra Spagna e Italia.
Diverse le spiegazioni che sono circolate, non sempre basate su informazioni corrette, non sempre tese a spiegare ciò che è realmente accaduto. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Perché migliaia di persone sono arrivate tutte insieme?
La rapidità e la concentrazione degli attraversamenti rendono improbabile che si tratti semplicemente di una normale, spontanea pressione migratoria.
Ceuta e Melilla sono tra le frontiere più controllate d’Europa. Un ingresso di migliaia di persone in poche ore può verificarsi solo se, almeno temporaneamente, i controlli sul lato marocchino vengono volontariamente ridotti o allentati.
Più che una crisi esclusivamente migratoria, si tratta quindi di un episodio che va letto anche alla luce delle relazioni diplomatiche e geopolitiche tra Marocco, Spagna e Unione europea.
È vero che c’è un legame tra ciò che è successo a Ceuta e la recente legge spagnola sulla regolarizzazione degli immigrati?
No. La regolarizzazione straordinaria in Spagna, avviata dal governo di Pedro Sánchez nell’aprile 2026 e conclusa il 30 giugno 2026, ha regolarizzato – grazie al rilascio di un permesso di soggiorno e di lavoro – la posizione di chi era presente clandestinamente nel Paese da almeno 5 mesi in una data anteriore al 31 dicembre 2025 e non aveva precedenti penali. Le persone arrivate a Ceuta non avrebbero perciò potuto accedere ad alcun meccanismo di regolarizzazione, peraltro già concluso da un mese alla data dei fatti di Ceuta.
Entrare a Ceuta o Melilla significa entrare liberamente nell’Unione europea?
No. Questo è probabilmente il fraintendimento più diffuso.
Le due enclave sono territorio spagnolo e quindi territorio dell’Unione europea, ma non fanno parte dello spazio Schengen per quanto riguarda il regime delle frontiere terrestri con il Marocco.
Chi riesce a entrare nelle enclave non può semplicemente proseguire verso la penisola iberica o verso il resto d’Europa. Per raggiungere la Spagna continentale occorrono ulteriori controlli amministrativi e di polizia.
Per questo motivo parlare di “porte spalancate sull’Europa” è una rappresentazione fuorviante.
Sospendere Schengen ha risolto il problema?
No. La sospensione dei controlli interni di Schengen riguarda la circolazione tra gli Stati membri, non il controllo delle frontiere esterne dell’Unione.
Nel caso di Ceuta il problema nasce proprio alla frontiera esterna, dove gli ingressi avvengono prima ancora che le persone possano eventualmente raggiungere il territorio europeo continentale.
Ripristinare i controlli alle frontiere interne può incidere soltanto sulla mobilità secondaria, ma non impedisce gli attraversamenti nelle enclave. Mentre la circolazione tra le enclave e l’area Schengen è già sottoposta a controlli da parte del governo spagnolo.
Quando è legittimo sospendere Schengen?
Il Codice Frontiere Schengen consente agli Stati membri di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne quando esiste una “grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”[1].
Può accadere, ad esempio, dopo attentati terroristici o in presenza di rischi concreti e immediati.
La misura deve però rispettare alcuni principi:
- deve essere temporanea;
- deve essere necessaria e proporzionata;
- deve essere motivata da una minaccia effettiva;
- non può diventare una misura permanente di gestione dell’immigrazione.
Quando viene proposta come risposta simbolica a una crisi che riguarda le frontiere esterne, senza dimostrare quale minaccia interna intenderebbe affrontare, rischia di assumere soprattutto un valore strumentale.
Perché il Marocco avrebbe interesse a favorire, anche solo temporaneamente, questi attraversamenti?
Per il Marocco la cooperazione sul controllo delle frontiere rappresenta una risorsa diplomatica di grande importanza, che può essere utilizzata per rafforzare il proprio potere negoziale nei confronti della Spagna e dell’Unione europea.
In questo caso specifico, l’ipotesi è che il Marocco abbia alimentato questa crisi migratoria permettendo l’attraversamento di migliaia di persone, per lanciare un avvertimento nei confronti della Spagna, con la quale, recentemente, vi sono state occasioni di scontro legate alla posizione assunta dal governo iberico sulla questione del Sahara occidentale, un ampio territorio conteso tra Marocco e Algeria. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, intervenendo dall’Algeria il 20 luglio durante la sua prima visita in quattro anni, ha definito l’Algeria un «partner strategico», un cambiamento di posizione che secondo alcuni potrebbe aver suscitato il malcontento del Marocco.
Ci sarebbero degli indizi a supporto di questa ipotesi: molte persone, intervistate da giornalisti sul posto, hanno dichiarato di essere state spinte ad attraversare la frontiera con Ceuta proprio dalla polizia marocchina. Le prime notizie indicano inoltre che la maggior parte delle persone che hanno attraversato il confine fossero cittadini marocchini, e non persone che stavano completando lunghi viaggi organizzati attraverso il continente africano.
Ci sono anche dei precedenti: il più recente è del 2021, quando il Marocco fece arrivare più di 10 mila persone a Ceuta dopo che la Spagna aveva accolto per cure mediche un leader del Fronte Polisario, un movimento politico e militare del Sahara Occidentale che lotta per l’indipendenza del popolo Saharawi e l’autodeterminazione dal Marocco.
Cosa ci racconta veramente la crisi di Ceuta?
Ceuta ci ricorda che le migrazioni contemporanee non rappresentano soltanto un fenomeno umanitario o demografico, alimentato, drammaticamente, dalle profonde disparità economiche e di opportunità, dalle persistenti instabilità politiche e dalle gravi violazioni dei diritti umani. Esse costituiscono anche uno strumento di competizione geopolitica.
Ridurre tutto a uno scontro sulla sicurezza dei confini o invocare la sospensione di Schengen rischia di spostare l’attenzione dal nodo centrale: la governance europea delle frontiere esterne si fonda sempre più sulla collaborazione con Paesi terzi, e questa scelta attribuisce inevitabilmente a quei partner una significativa capacità di influenza sulle politiche migratorie dell’Unione.
Da almeno dieci anni, infatti, l’Europa ha progressivamente affidato una parte crescente del controllo dei flussi migratori ai Paesi di origine e di transito attraverso accordi economici, politici e di cooperazione. È il caso degli accordi con Marocco, Libia, Tunisia, Turchia.
Questa strategia ha contribuito – in alcune fasi, e ad un costo altissimo in termini di rispetto dei diritti dei migranti – a ridurre gli arrivi irregolari.
Ma ha prodotto anche un effetto meno discusso: più il controllo delle frontiere europee dipende dalla collaborazione di governi terzi, maggiore diventa il potere negoziale di questi governi, che per altro presentano spesso gravi criticità in termini di democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, spaziando da regimi autoritari a nazioni in forte arretramento democratico.
In altre parole, l’Europa tenta di ridurre gli arrivi, ma aumenta contemporaneamente la propria dipendenza politica da regimi autoritari, che acquistano così il potere di convertire la disperazione delle persone migranti in un’arma di pressione e ricatto geopolitico, dando vita a quel fenomeno che gli analisti definiscono “weaponisation of migration” che trasforma i confini europei in un terreno di vulnerabilità strategica.
Cosa significa tutto ciò per la politica dell’UE?
Su iniziativa dell’Italia e della Danimarca, 22 Stati membri hanno inviato una lettera congiunta[2] al presidente dell’UE Antonio Costa, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al Taoiseach Michael Martin (l’Irlanda detiene attualmente la presidenza del Consiglio dell’Unione europea), chiedendo, alla luce degli eventi di Ceuta, un’azione coordinata e il rafforzamento delle frontiere esterne dell’UE. Di conseguenza, il 4 agosto si terrà una riunione straordinaria virtuale dei ministri dell’Interno dell’UE.
Nonostante l’appello all’unità contenuto nella lettera e il suo obiettivo dichiarato, tra le altre cose, di impedire la strumentalizzazione della migrazione, il riferimento diretto alla «regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari» come potenziale fattore di attrazione è un chiaro esempio di opportunismo politico. La lettera, pur riconoscendo che «non sono stati registrati movimenti non autorizzati verso l’Europa», esprime sostegno a un rafforzamento del ruolo di Frontex e a una cooperazione più efficace dell’UE con il Marocco. Il tono urgente e l’attenzione al controllo delle frontiere nascondono la persistente incapacità dell’UE di riconoscere il rischio associato alla sua crescente dipendenza dai paesi terzi per sostenere la propria politica migratoria.
Sebbene tutti possano concordare sul fatto che la situazione richieda «determinazione» e un «approccio coordinato dell’UE», sembra che, per ora, la porta alla strumentalizzazione rimarrà spalancata.
[1] Art. 25 del Regolamento UE 2016/399
[2] Firmata da Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Germania, Ungheria, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Finlandia, Grecia, Lettonia, Malta, Polonia, Slovenia e Svezia.
Beyond the Smoke and Mirrors: What Really Happened in Ceuta
Thousands of people swam across the border between Morocco and Ceuta in just a few hours, using airbeds and makeshift life-jackets. Within just 24 hours, the vast majority returned voluntarily to Morocco, after spending a day without shelter and, in many cases, without food or water. At least 84 people died while attempting the crossing.
Events in Ceuta have fuelled a heated political debate – marked by accusation, weaponisation, and division among EU member states—and have even led to the suspension of the Schengen Area between Spain and Italy.
Various explanations have circulated, not always based on accurate information, and not always seeking to explain what actually happened. Let’s try to shed some light on the situation.
Why did thousands of people arrive all at once?
The speed and intensity of the crossings make it unlikely that this was simply a normal, spontaneous wave of migration.
Ceuta and Melilla are among the most heavily-controlled borders in Europe. An influx of thousands of people in just a few hours can only occur if, at least temporarily, controls on the Moroccan side are voluntarily reduced or relaxed.
Rather than an exclusively migration-related crisis, this is therefore an episode which should also be understood in the context of diplomatic and geopolitical relations between Morocco, Spain, and the European Union.
Is it true that there is a link between what happened in Ceuta and Spain’s recent law on the regularisation of immigrants?
No. The extraordinary regularisation program in Spain, launched by Pedro Sánchez’s government in April 2026 which concluded on 30th June, regularized – through the issuance of a residence and work permit – the status of those who had been in the country illegally for at least five months prior to 31st December 2025, and had no criminal record. People who arrived in Ceuta would never have been eligible for the regularisation program, particularly since this had already ended one month prior to the events in Ceuta.
Does entering Ceuta or Melilla mean freely entering the European Union?
No. This is probably the most widespread misunderstanding.
The two enclaves are certainly Spanish territory and therefore part of the European Union, but they are not part of the so-called “Schengen Area” with regard to land border controls with Morocco.
Those who manage to enter the enclaves cannot simply continue on to the Iberian peninsula or the rest of Europe. To reach mainland Spain, further administrative and police checks are required.
For this reason, talking about “doors wide open to Europe” is completely misleading.
Did suspending the Schengen agreement solve the problem?
No. The suspension of internal Schengen controls concerns movement between member states, not the control of the Union’s external borders.
In the case of Ceuta, the problem arises precisely at the external border, where entries take place even before people can potentially reach the European mainland.
Reinstating internal border controls can only affect secondary mobility; it does not prevent crossings into the enclaves. Meanwhile, movement between the enclaves and the Schengen area is already subject to controls by the Spanish government.
When is it legitimate to suspend Schengen?
The Schengen Borders Code[1] allows Member States to temporarily reintroduce internal border controls when there is a “serious threat to public order or internal security”
This may occur, for example, following terrorist attacks or in the presence of concrete and immediate risk.
However, the measure must comply with certain principles:
- it must be temporary;
- it must be necessary and proportionate;
- it must be justified by an actual threat;
- it cannot become a permanent immigration management measure.
When proposed as a symbolic response to a crisis affecting external borders, without demonstrating which internal threat it is intended to address, it risks becoming primarily political.
Why would Morocco have an interest in facilitating these crossings, even if only temporarily?
For Morocco, cooperation on border control represents a diplomatic asset of great importance, which can be used to strengthen its bargaining power vis-à-vis Spain and the European Union.
In this specific case, the hypothesis is that Morocco has fuelled this migration crisis by allowing thousands of people to cross, in order to send a warning to Spain, with which there have recently been points of contention relating to the Spanish government’s position on the issue of the Western Sahara, a vast territory disputed between Morocco and Algeria. Spanish PM Pedro Sánchez, speaking from Algeria on 20th July during his first visit in four years, spoke of Algeria as a “strategic partner”, a shift perceived by some as likely to have angered Morocco.
There are indications supporting this hypothesis: many people interviewed by journalists on the ground stated that they had been urged to cross the border into Ceuta by Moroccan police officers. Initial reports also suggest that the majority of those who crossed were Moroccan citizens, not people who had traversed the African continent in the hope of reaching Europe.
There are also precedents: the most recent dates back to 2021, when Morocco sent more than 10,000 people to Ceuta after Spain had admitted a leader of the Polisario Front – a political and military movement in Western Sahara fighting for the independence of the Sahrawi people and self-determination from Morocco – for medical treatment.
This does not necessarily mean that the Moroccan government organised the recent crossing. A relaxation of standard controls would, however, have been enough to enable it to happen.
What does the Ceuta crisis really tell us?
Ceuta reminds us that contemporary migration is not merely a humanitarian or demographic phenomenon, driven – dramatically – by deep economic and opportunity disparities, persistent political instability, and serious human rights violations. It also serves as a tool of geopolitical competition.
Reducing the issue to a clash over border security or calling for the suspension of the Schengen Agreement risks shifting attention away from the central issue: European governance of external borders is increasingly based on collaboration with third countries, and this choice inevitably grants those partners significant influence over the Union’s migration policies.
For at least ten years, in fact, Europe has progressively entrusted a growing share of the control over migration flows to countries of origin and transit through economic, political, and cooperation agreements. This is the case with the agreements with Morocco, Libya, Tunisia, and Türkiye.
This strategy has contributed – at certain points, and at a very high cost in terms of respect for migrant rights – to reducing irregular arrivals.
But it has also produced a less-discussed effect: the more European border control depends on the cooperation of third-party governments, the greater the bargaining power of those governments becomes – governments that, moreover, often invite serious concern regarding democracy, the rule of law, and respect for human rights, ranging from authoritarian regimes to nations experiencing a sharp democratic decline.
In other words, Europe is attempting to reduce arrivals but is, at the same time, increasing its political dependence on authoritarian regimes. This hands power to regimes turning migrant desperation into a weapon of geopolitical pressure and blackmail, giving rise to the phenomenon that analysts call “weaponization of migration,” which transforms European borders into a zone of strategic vulnerability.
What does this mean for EU policy?
On the initiative of Italy and Denmark, 22 member states issued a joint letter[2] to EU President Antonio Costa, President of the European Commission Ursula von der Leyen and Taoiseach Michael Martin (Ireland currently holding the presidency of the Council of the European Union) calling, in the light of events in Ceuta, for co-ordinated action and the strengthening of the EU’s external borders. An extraordinary virtual meeting of EU Ministers of the Interior will accordingly take place on 4th August.
Despite the letter’s call for unity and its stated aim, amongst other things, to prevent instrumentalisation of migration, its direct reference to “the regularisation of a very high number of irregular migrants” as a potential pull factor is a clear example of political opportunism. The letter, despite recognising that “no unauthorised movements towards Europe have been recorded” signals support for a strengthened role for Frontex and more effective EU cooperation with Morocco. The urgent tone and focus on border control mask a continuing failure by the EU to recognise the risk associated with its growing dependency on third countries to shore up its migration policy.
Whilst all may agree that the situation requires “determination”and a “coordinated EU approach”, it appears that, for now, the door to instrumentalisation will be left wide open.
[1] Art. 25 Regulation (EU) 2016/399 on a Union Code on the rules governing the movement of persons across borders
[2] Signed by Austria, Bulgaria, Croatia, Denmark, Estonia, Germany, Hungary, Italy, Lithuania, the Netherlands, Romania, Slovakia, Belgium, Cyprus, the Czech Republic, Finland, Greece, Latvia, Malta, Poland, Slovenia, and Sweden.





























