È morto Francesco Guccini. Il cantautore e poeta, aveva ottantasei anni. Si è spento questa mattina a Pavana (Pistoia), luogo e rifugio dell’anima di Guccini.
“Le canzoni di Guccini non muoiono, non moriranno mai, e non moriranno mai i suoi testi, che sicuramente echeggiano nel tempo anche in via Paolo Fabbri 43 a Bologna, strada dove Francesco visse gran parte della sua vita. Oggi, invece, è Pavana – terra paterna del cantautore – a segnare la fine della corsa della ‘Locomotiva Guccini’”, dice raggiunto al telefono dall’Agenzia stampa NEV, Brunetto Salvarani, teologo, scrittore, amico di Francesco e autore insieme a Odoardo Semellini dei volumi “Guccini in classe”, e ancora, di “Di neve, di pioppi e di parole – il mondo di Francesco Guccini”.
Guccini, poeta, cantante, scrittore ci ha lasciati oggi all’età di ottantasei anni, i suoi testi e le sue canzoni hanno accompagnato il percorso di intere generazioni…
“Siamo cresciuti con lui. Guccini è sempre stato – per molti – un fratello maggiore mai avuto, per altri, l’amico più saggio al quale confidare qualcosa di particolarmente segreto. Per altri ancora è stato un cantautore; certamente Francesco è stato un artista capace di resistere al fascino perverso dello star system. Era impossibile non innamorarsi di uno come Francesco”.
Perché?
“Perché era un poeta coerente rispetto a ciò che diceva, scriveva, proponeva al suo pubblico. Era un cantautore, certo, ma era anche uno scrittore, un attore e regista della vita, un ‘fumettaro’ – profonda e nota era la sua passione per i fumetti, collaborò con grandi autori come Bonvi, Magnus e Buzzelli -. Francesco è stato tante cose assieme”.
Da Bologna a Pavana…
“Da venticinque anni Guccini si era trasferito nelle terre del papà, nell’Appennino tosco-emiliano a Pavana. L’altra ala familiare è invece carpigiana, lo dico per puro campanilismo. La rete di familiari carpigiani era molto religiosa e gravitava intorno all’area dei focolarini. L’altra, paterna, era agnostica. Tuttavia, quando Francesco raggiungeva Pavana ci diceva sempre: ’Qui io sfioro la teologia… a Pavana mi succedono cose strane, spirituali’. E naturalmente se ne è andato proprio nella sua Pavana”.
Spiritualità e poesia… ma anche l’amore per una politica intesa nel senso più alto…
“Francesco ha affrontato la politica e la poesia intendendole nella loro purezza, purità. L’analisi dei suoi testi, infatti, fa entrare in un mondo variegato, intenso, spirituale. In Italia abbiamo avuto un filone artistico straordinario d’impegno civile e politico che va da Giovanna Marini a Franco Amodei, a Paolo Pietrangeli, per citarne solo tre, ma quel filone ha prodotto canzoni politiche, straordinarie, ma esclusivamente e squisitamente politiche. Guccini non lo si può annoverare insieme a questi cantautori. Ed è importante sottolinearlo, perché lui ci teneva a questa puntualizzazione. La sua era una narrazione diversa”.
Il testo de “La locomotiva” come possiamo collocarlo allora?
“Ero amico di quel cugino – sempre carpigiano – anarchico che ha ispirato quella canzone e quel testo. Si chiamava Alberto Prandi. In realtà, ‘La locomotiva’ è una canzone nella quale il tema di fondo si esprime nella speranza di un cambiamento, di una trasformazione. Lo stesso lo si può dire per ‘Eskimo’, per ‘Dio è morto’, canzoni nelle quali Guccini interpretava il sentire di una generazione rifiutando, ad esempio, l’interpretazione teologica del ‘Dio che è morto’ e l’interpretazione squisitamente politica de ‘La locomotiva’”.
Eppure, quelle canzoni hanno segnato generazioni di giovani, indirizzato pensieri, parole, raggiunto le piazze italiane,quelle canzoni sono state cantate, urlate e inneggiate davanti alle fabbriche?
“Guccini era ed è fondamentalmente un ‘burattinaio di parole’, come lui stesso amava definirsi, era un poeta. La cosa che gli interessava di più era la pulizia della parola; per questo era molto attento affinché ogni parola fosse ubicata al posto giusto nella metrica. Tecniche e raffinatezze per lui necessarie per costruire messaggi comprensibili e chiari, all’apparenza semplici e in realtà alti, articolati”.
Un Maestro di strada?
“La sua vicenda nasce dall’esperienza di maestro; aveva frequentato le magistrali vicino a Modena. Fu allievo scolastico in un tempo in cui la lingua italiana s’imparava in classe. E lui la lingua italiana l’ha imparata molto bene e poi l’ha utilizzata, insegnata come maestro. Poi è diventando quel che è diventato: un cantautore, un poeta e poi uno scrittore. Per questo tutta Italia oggi sta celebrando la sua figura”.
La produzione letteraria di Guccini è importante…
“Certamente, e ha vinto anche qualche Premio. Al di là dei premi, Francesco con i suoi libri ha saputo dire molte cose. Un’esperienza necessaria per lui, in quanto riteneva che dalle canzoni molto di ciò che voleva far emergere fluisse in maniera meno evidente ed efficace”.
Molti artisti italiani devono molto a Guccini. Francesco poi, suo malgrado, è diventato anche una sorta di guru, e dunque motivo e meta di veri e propri pellegrinaggi: molti giovani raggiungevano a Bologna la sua abitazione in via Paolo Fabbri per incontrarlo e per fare due chiacchiere con lui al bar sotto casa…
“Era un punto di riferimento, una persona capace di accogliere, di raccontare con parole chiare il mondo che abitava – un mondo spesso travagliato – e che molti generazioni in tempi diversi attraversavano. La forza di Guccini era la coerenza, una coerenza che era solo sua. Per molti cittadini, fan, il solo sapere che Francesco c’era, che fosse lì per loro era importante… era importante la sua umanità, la sua presenza, al di là delle sue canzoni e dei suoi libri. Si è sempre schierato dalla parte dei disgraziati, degli ultimi, degli oppressi, di coloro che nella vita – e dalla vita – erano stati poco celebrati. Queste sue caratteristiche di grande umanità erano apprezzate da tutti, perché erano speciali”.
Lo si vedeva poco in tv, lo si ascoltava ancor meno in radio, solo qualche cameo nei film …
“Non amava la logica delle comparsate, del farsi vedere a tutti i costi. Non ne aveva bisogno. Ha centellinato le ‘apparizioni’ perché gli interessava altro. Francesco era un’altra cosa. Aveva bisogno del tempo della vita, per scrivere, per praticare quella che lui chiamava ‘la religione della lettura e della scrittura’. Due attività che riteneva qualcosa di molto serio. Quando gli chiedevo cosa fosse davvero importante per lui, rispondeva: ‘la scuola’. Che infatti è stata un pezzo importante della sua vita, ricordo che ha insegnato per vent’anni al Collegio americano di Bologna”.
Aveva dei sogni delle passioni particolari?
“Lui diceva di amare solo tre cose: la prima era ‘insegnare a leggere’. La seconda era ‘insegnare a leggere’. La terza era ‘insegnare a leggere’. La lettura era sacra per lui; come le erano le parole. Anche per questo era maniacale la sua ricerca per la costruzione di testi e parole”.
Questo è il suo lascito più importante: l’amore e l’attenzione nell’uso delle parole? Questa sacralità?
“È una parte di ciò che ci lascia. Perché ci lascia in eredità tanto altro. La sua è un’eredità impegnativa, ingombrante e sarà necessario ‘sfrondare’ alcuni stereotipi un po’ banali che stanno circolando: ‘Guccini e il Lambrusco’, ‘Guccini e l’anarchia’, ‘Guccini e L’avvelenata’, stereotipi che non andrebbero neanche presi in considerazione. Se c’era una cosa che Guccini ha sempre combattuto nella vita era la disinvoltura comunemente utilizzata nel proporre luoghi comuni e stereotipi. Non accettava la banalizzazione. Amava la complessità. C’è una canzone che s’intitola ‘Parole’, forse una tra le meno conosciute, dedicata a questo tema: al fatto che la Parola, possiamo dire le parole, abbiano un valore fondamentale. Il celebre verso del Giovan Battista Marino diceva: ‘É del poeta il fin la meraviglia’. L’obiettivo primario per Guccini non era stupire il lettore’. Se c’è una cosa che Francesco ha sempre insegnato era il desiderio dell’esattezza, una puntigliosità alla stregua di quella di Italo Calvino. Non è un caso che Guccini a Sanremo non si sia mai visto, mentre era un habitué del ‘Premio Tenco’, manifestazione canora e musicale anti-Sanremo per eccellenza e che premia la raffinatezza del suono e delle parole”.
Foto di Tiziano Ghidorsi, per gentile concessione di Brunetto Salvarani

























