Roma (NEV), 10 agosto 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane, sono lo spunto di questo speciale su arte e IA in chiave intergenerazionale e interdisciplinare. L’intervista che vi proponiamo oggi è alla storica dell’arte, curatrice e docente Valentina Tanni. Esperta del rapporto tra arte e tecnologia, con un’attenzione particolare alle culture del web, Tanni insegna alla John Cabot University di Roma. Si occupa da anni di cultura dei media digitali, meme e cultura visiva. Ha insegnato anche presso l’Università degli studi La Sapienza di Roma, Politecnico di Milano e NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano.

L’intelligenza artificiale può essere sia una minaccia, sia uno straordinario alleato della creatività. Cosa ne pensa?
L’espressione “intelligenza artificiale” è un termine ombrello estremamente ampio, che include applicazioni di tipo diverso, usate da soggetti diversi, per scopi altrettanto diversificati. Per questo è molto difficile dare una risposta a questa domanda che possa valere in senso generale. Detto questo, penso che si tratti di un corpus di tecnologie con grandissime potenzialità dal punto di vista artistico, a patto che si abbandoni l’idea della “sostituzione”, ossia che si pensi di poter delegare l’attività creatrice interamente alla macchina.
L’atto creativo nasce da una ispirazione dentro di sé, oppure c’è qualcosa di altro (il divino, il mistero, l’inconscio, la natura, la comunità) che attraversa l’opera? Come definirebbe questa esperienza?
L’atto creativo non aderisce ad alcun protocollo, quindi può emergere da luoghi diversi e prendere le forme più varie. Per alcune persone si tratta di un’esperienza di tipo spirituale, per altre di un processo collaborativo, per altre ancora di una modalità espressiva e di connessione con l’altro. E potrei aggiungere mille altre versioni. In tutti i casi, tendo a pensare che la creazione – di oggetti, immagini, storie e suoni – sia una “necessità biologica”, come suggeriva Aby Warburg. Solo che non si manifesta per tutti allo stesso modo.
Siamo abituati a pensare che siamo noi a guardare un’opera d’arte. Le è mai capitato, invece, di avere la sensazione opposta, diciamo “quantistica”, che fosse l’opera a guardare, a interrogare, perfino a cambiare chi la sta guardando?
Mi é capitato tante volte. E in qualche modo penso che le opere d’arte siano in grado di esprimere una qualche forma di “personalità”, o addirittura di soggettività. Non possiamo sapere se questa personalità sia quella che l’artista ha “infuso” nell’opera, oppure se l’oggetto in sè riesca, in qualche modo misterioso, a possederla ed esprimerla. A questo proposito, consiglio il lavoro del filosofo J.F. Martel, in particolare il libro Reclaiming Art in the Age of Artifice (Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio).

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover essere spiegato, misurato e reso trasparente. Pensa che l’arte abbia invece il compito di custodire zone d’ombra, misteri e domande senza risposta?
Sì, e purtroppo mi pare che spesso si chieda anche all’arte di esprimere significati chiari, spiegabili e condensabili in citazioni e parole chiave.
Fra le diverse arti, quali sono secondo lei imprescindibili per lo sviluppo educativo, pedagogico e persino politico delle persone e delle comunità? E perché?
Tutte, naturalmente. Però la più bistrattata nelle scuole penso sia la musica. Non si capisce perché la musica non debba essere insegnata in maniera seria e continuativa durante tutto il ciclo di istruzione obbligatorio. Lo stesso vale per le arti visive.




























