Roma (NEV), 10 agosto 2026 – Speciale estivo sulla giustizia di genere – seconda puntata. Parla la teologa brasiliana Marcia Blasi: “Dio non è maschio. Dio è ciò che Dio è”
Prosegue lo speciale estivo in tre puntate sulla giustizia di genere. Dio è maschio? Che tipo di uomo era Gesù? Che cosa c’entra Martin Lutero con la parità? Risponde Marcia Blasi, pastora luterana brasiliana, per cinque anni responsabile del programma per la giustizia di genere della Federazione luterana mondiale (FLM). Oggi insegna teologia femminista alla Faculdades EST di São Leopoldo, dove coordina il baccellierato in teologia.
Perché le chiese devono affrontare il tema della giustizia di genere?
Non è un tema tra gli altri: è al centro del Vangelo. Non possiamo proclamare né vivere la buona novella di Gesù Cristo ignorando l’ingiustizia. Il Vangelo afferma la pari dignità di ogni persona, creata a immagine di Dio, e ci chiama a relazioni di giustizia, compassione e amore. Impegnarsi per la giustizia di genere non è facoltativo: è un’espressione essenziale della fede cristiana.
Che tipo di uomo era Gesù?
Gesù incarnava una mascolinità radicata nella compassione, nell’umiltà, nel coraggio e nel servizio. Ha mostrato un modo radicalmente diverso di esercitare il potere. Anziché dominare, escludere o cercare prestigio, accoglieva chi era emarginato. Trattava le donne con dignità, sfidava le norme religiose oppressive, ridefiniva la grandezza come servizio. L’incontro con la donna siro-fenicia (Marco 7, 24-30) rivela una tensione che porta a un’espansione del suo ministero, grazie al coraggio di lei nel metterlo alla prova.
Quando si parla di violenza, si sente dire: “Non tutti gli uomini sono…”.
Non tutti gli uomini sono violenti, e questa è una buona notizia. Tuttavia la maggior parte degli uomini non deve chiedersi se i vestiti che indossa, i posti in cui va o il lavoro che fa lo esporranno a molestie o violenze perché è un uomo.
Il problema non sono i singoli uomini: è il sistema patriarcale, che distribuisce potere, privilegi e sicurezza in modo diseguale. Il patriarcato non è un’accusa, è la descrizione di una realtà sociale. In molti contesti, chiesa compresa, è stato rafforzato da interpretazioni teologiche che pongono gli uomini al di sopra delle donne.
Alcuni evitano il termine perché suona ideologico. Eppure, come scrisse Lutero nella Disputa di Heidelberg del 1518, un teologo della croce “chiama le cose con il loro nome”. Dare un nome al patriarcato è una responsabilità teologica.

Tra le iniziative da lei promosse alla FLM c’è la serie di webinar “Transforming Masculinity”. Dove vede le maggiori opportunità, e le esigenze più urgenti, per le chiese?
Le chiese hanno un’opportunità e una responsabilità uniche per coinvolgere gli uomini nelle discussioni sulla giustizia di genere. Ma gli uomini dovrebbero essere invitati non come eroi o “campioni della giustizia di genere”, bensì come allievi e ascoltatori, disposti ad ascoltare le esperienze delle donne, a riflettere sui propri privilegi e a partecipare al lavoro di trasformazione.
Iniziative come Transforming Masculinity possono creare spazi importanti per la riflessione e il cambiamento. Una trasformazione duratura avviene quando queste discussioni diventano parte della vita quotidiana, del culto, della leadership e della testimonianza della chiesa.
Lei parla di “violenza teologica”. Che cosa intende?
Si verifica quando le interpretazioni bibliche vengono usate per sminuire o escludere le persone a causa del genere, del colore della pelle, della provenienza, dell’orientamento sessuale, di una disabilità. E quando le teologie del Sud del mondo vengono trattate come inferiori a quelle del Nord. La teologia non è mai neutrale: può sostenere sistemi di dominio oppure diventare fonte di liberazione.
Dio è maschio?
Dio non è maschio. Dio è ciò che Dio è. Poiché gli esseri umani sono creati a immagine di Dio, e in tale diversità, anche noi possiamo rispecchiare la diversità di Dio. Il linguaggio che usiamo plasma la fede e le relazioni: quando la chiesa parla di Dio solo al maschile, limita la nostra immaginazione e rischia di creare Dio a immagine di chi detiene il potere. La Bibbia offre molte immagini: padre, madre, pastore, roccia, aquila, sapienza, spirito. Ampliare il linguaggio non cambia chi è Dio: ci ricorda che nessuna immagine può esprimerlo pienamente.
Oggi una donna guida il governo italiano, altre guidano partiti e chiese. Non basta?
Non commento il governo italiano, ma posso parlare del mio Paese. Il Brasile ha eletto una donna presidente [Dilma Rousseff, ndr], eppure è stata dipinta come instabile e alla fine sottoposta a impeachment in un processo politico polarizzato, con forti connotazioni antidemocratiche. Anche voci di cristiani conservatori hanno contribuito a legittimarlo.
Le donne in posizioni di leadership vengono giudicate secondo standard a cui gli uomini non sono sottoposti: aspetto, tono di voce, emozioni, vita privata. Sono trattate come “fuori posto” solo perché occupano posizioni di autorità. E la loro presenza ai vertici non porta automaticamente alla giustizia di genere: senza consapevolezza critica delle strutture patriarcali, anche le donne possono riprodurre sistemi di disuguaglianza.
Che cosa può fare ogni cristiano?
Di fronte all’ingiustizia il silenzio non è neutrale: permette all’ingiustizia di continuare. Possiamo ascoltare le esperienze delle donne e credere alle loro storie, alzare la voce contro la discriminazione, votare con responsabilità, dare l’esempio nelle nostre famiglie e comunità. E non dobbiamo rinunciare alla speranza né alla gioia: i movimenti autoritari prosperano sulla paura e sull’isolamento. Non è il momento dell’eroismo individuale, ma della saggezza collettiva e delle teologie che liberano.
Ogni atto di solidarietà, ogni conversazione sincera, ogni comunità inclusiva e ogni riflessione teologica che dia vita diventa un segno che un altro modo di essere chiesa e società non solo è possibile, ma sta già cominciando a emergere.
Nella prossima puntata: giustizia di genere sul palco. Che cosa può cambiare il teatro? La comicità può diventare uno strumento di emancipazione?
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Georgia Betz
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