Roma (NEV), 13 agosto 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane sono lo spunto del nostro speciale arte e IA in chiave intergenerazionale e interdisciplinare. Oggi vi proponiamo la conversazione sul “dietro le quinte” con Paolo Germani.
Paolo Germani nasce come sound engineer, lavorando fra l’altro con Ray Charles e Miles Davis. Attualmente è direttore di produzioni per eventi a livello mondiale. Ha lavorato con Milva, Ornella Vanoni, Franco Battiato, Adriano Celentano, Gino Paoli, Elio e le Storie Tese, Ligabue, Eros Ramazzotti, I Fratelli La Bionda, Casino Royale.
Come è cambiato il suo lavoro? In che modo l’IA lavora dietro le quinte? Cambia qualcosa per il pubblico pagante?
Con l’avvento dell’IA, nei settori specifici di cui mi occupo, dalla musica allo show business, passando anche per i cartoni animati, sto rivivendo esattamente quello che accadde trenta anni fa quando siamo passati dall’analogico al digitale. Al tempo si sfondò un muro.
Prima, se volevi fare un disco, dovevi ricorrere a uno studio professionale e a tutta una serie di competenze e di risorse. Insomma, l’entry level era altissimo, sia per la musica e, poco più tardi, anche per la produzione di audiovisivi. Servivano macchine e sistemi per ottenere un certo livello. Ricordo ad esempio che in RAI, se qualcuno arrivava con un VHS, doveva vedersela con un signore in camice e guanti che diceva che non si poteva mandare in onda. Poco dopo, arrivavano materiali girati con telecamerine a mille euro.
Nella musica, siamo passati dagli studi professionali agli home studio. Oggi non esistono quasi più gli studi di registrazione tradizionali. E questo vale anche per molti altri settori, dal disegno, al 3D, alla produzione digitale.
Insomma, rispetto al passaggio da analogico a digitale, oggi assistiamo a qualcosa di simile, ma con risvolti antropologici completamente diversi.
È vero che Frank Zappa poteva fare un disco con un registratore a cassetta, o Steven Spielberg con un iPhone può fare un film. Il mezzo di produzione cambia, ma l’artista Zappa è Zappa, e Spielberg è Spielberg.
Determinate figure rappresentano una certa Arte. È evidente che, con l’avvento del digitale prima e dell’IA poi, il livello si è “alzato” dalla base, facendo alzare anche il cosiddetto sottobosco, con risultati anche discutibili.
Insomma, ci stiamo livellando ormai sul mediocre?
Sì. Perché se da un lato, per fare foto devi saperle fare, per fare musica dovresti per lo meno saper suonare, per fare cinema dovresti saperlo fare, e così via per tutto, per il disegno o per scrivere testi dovresti avere specifiche conoscenze e competenze, ora è possibile a tutti fare tutto. Di conseguenza, la mediocrità rischia di raggiungere livelli infiniti.
Recentemente la piattaforma Spotify ha cancellato in un anno circa 75 milioni di brani fatti con IA considerati “spam”.
Il rischio di un uso indiscriminato di questi sistemi è quello di penalizzare un musicista bravo e competente, che ci ha messo anni a realizzare un disco. La sperimentazione è un conto, altro conto è la competenza al ribasso.
Che dire dell’autotune?
L’autotune sdoganato da Cher “effetto” stilistico circa 35 anni fa, oggi è usato in ambito digitale sempre di più. Se hai idee originali, perché no. Ma il punto qui è che c’è gente, anche famosa, che per cantare un pezzo fa 100 tracce e mette insieme le vocali. Che per un edit totale di 3 minuti, ne fa 40 di registrato, ma poi non è in grado di cantare dal vivo. Poi, è chiaro che puoi non sapere nulla di musica e azzeccare un solo pezzo che piace al pubblico.
Da un punto di vista tecnico, l’IA è un supporto?
Io la uso per fare software, partendo tuttavia dal fatto che ho studiato informatica e conosco la tecnologia che voglio utilizzare. Quindi, so cosa mi aspetta e comprendo le risposte dell’interfaccia. È ovvio, cambia molto se ci metti un anno o una settimana a scrivere migliaia di righe di codice, ma ci va qualcuno che sia in grado di spiegare cosa vuoi ottenere, e soprattutto che sia in grado di verificare che le cose funzionino. Pensiamo al lavoro dei restauratori, al recupero di papiri bruciati, alle scansioni o alle TAC tecniche per capire i ritocchi di un’opera. L’IA può essere di supporto, ma alla fine chi mette le mani davvero sulle opere è un essere umano.
Quindi, possiamo ancora ritenerci insostituibili come esseri umani?
Nelle arti tradizionali figurative, nella pittura, nella scultura, anche un genio del 3D non può diventare Da Vinci o Michelangelo. Per ora. Lavorare il marmo o dipingere a olio restano prerogativa umana.
A livello dello spettacolo, invece, le trasformazioni in atto sono rapidissime. Facciamo l’esempio delle luci. Un tempo c’era il light designer che faceva un progetto, e con la regia decideva come voleva vedere i colori, da quale punto del palco e in che momento dello show o della canzone. Magari ci metteva mesi. Ora la stessa cosa si può simulare e si può praticamente fare con programmi di videogiochi, con l’IA che ne controlla l’esecuzione. Puoi fare un prototipo in due giorni, lo stampi, lo metti in mano ai tecnici e poi loro sanno cosa fare.
Pensiamo ai visual, agli ormai immancabili video led enormi. Parliamo ormai solo più il linguaggio degli eventi, non sono più “spettacoli” alla vecchia maniera. E anche il visual artist sta scomparendo… gli illustratori non esistono quasi più. Tempo che chiami e spieghi cosa vuoi, e l’IA lo ha già fatto. Una volta, se avevi bisogno di una grafica a livello artistico, dal packaging alle cover dei dischi, si potevano chiedere 10 tavole per 2000 euro. Ora a costo minimo ne puoi fare 200 con l’IA. Tutto questo incide sul lavoro delle persone, sulla qualità e sull’originalità artistica.
Se arte e IA stanno in qualche modo livellando la creazione e la fruizione di opere artistiche, potremmo aspettarci una crescita del dialogo interculturale a livello globale?
Il dialogo interculturale a livello artistico è molto astratto ormai, così come il concetto stesso di arte. Nell’era degli influencer, dei creator, cosa vuol dire? Le persone chiedono alle app “Fammi bella, fammi bello, fammi i baffi, fammi con le smorfie”…
Nella fotografia, vent’anni fa, dovevi sapere mettere a fuoco, esporre, avevi un rullino da 36 pose, dovevi sviluppare. Ora fai centinaia o migliaia di foto, ci provi, e sulla quantità vai a pescare quella buona. La facilità è nei nuovi strumenti, dove per togliere uno sfondo schiacci un tasto e lo fai, mentre una volta serviva mezza giornata. Che valore ha quel clic?
Non credo che in questo settore l’IA possa favorire il dialogo interculturale, perché al momento sta alimentando l’individualità. Con questo utilizzo, possiamo fare tutto da soli cose che prima, per fare le stesse cose, dovevamo essere in 50.
Che valore ha l’azione a cui basta un clic, rispetto a un’opera, chiamiamola così, analogica?
Nella musica, il lavoro per arrivare a una canzone era un processo collettivo anche infinito. Ora non serve più nulla. Penso che sia prematuro parlarne, l’anno prossimo o il mese prossimo potrebbe essere di nuovo diverso. Lavoriamo con modelli che hanno una release ogni tre mesi, con una potenza che raddoppia, quadruplica, decuplica. Una volta nel mondo del software non era così, per avere un upgrade passavano due anni. Oggi un colosso come Adobe ha dimezzato le vendite perché evidentemente le stesse aziende tech faticano a stare al passo. Una potenza potenzialmente infinita, dove può arrivare?
La bellezza salverà il mondo? Cosa dovrebbero insegnare a scuola per emergere dalla mediocrità?
La bellezza salverà il mondo, sì, ci credo fino in fondo. La scuola dovrebbe insegnare a pensare con la propria testa, a non seguire a occhi chiusi, a capire come anche la maggioranza non necessariamente fa bene.
Uno dei problemi della società odierna, in questa epoca dei “social” (che di social hanno ben poco), è che c’è molta confusione. Si mettono alla pari una foto ritoccata o un post con un testo universitario, si parla per sentito dire. Bisogna uscire dalla superficialità, nell’arte, nella musica. Fare un disco era un concept, bisognava avere 8 o 10 canzoni con un collegamento, una visione, con qualcosa da dire. Un esempio su tutti: i Pink Floyd. Ora il “mercato” ti chiede 1 pezzo, che dovrebbe portare più soldi che un intero album.
Il bello costa fatica, che sia un dipinto, una scultura, un film, un sito. La qualità non è gratis, e richiede esperienza ed errori. L’IA elimina il fattore esperienza. Ci sono ancora esempi di questa ricerca del vero e del bello. Christopher Nolan può girare un film come il primo film nella storia del cinema, con pellicola fisica IMAX 70 mm.
L’esempio del successo per chi sceglie un certo tipo di qualità è che assistiamo, in piena epoca digitale, a una razzia di vecchi proiettori di alta gamma in tutto il mondo per poter proiettare l’Odissea di Nolan. C’è gente che viaggia per andare a vederla, anche all’Arcadia, nella celebre Sala Energia dove la taratura tecnica è leggendaria. Non parliamo solo di qualità tecnica omnicomprensiva, ma di competenza e di investimenti. Un’esperienza del genere costa soldi, fatica e devi sapere quello che fai.
Come immagini il futuro dell’arte?
Possiamo anche immaginare un’era ibrida per l’arte. Quando siamo passati dal vinile al CD sembrava una rivoluzione. Poi, dopo una manciata di anni, dalle cantine sono venuti fuori i microfoni a valvole, che ora sono ricercatissime perché hanno quel suono unico, non replicabile. E oggi gli unici supporti fisici di musica che ancora si vendono sono i vinili. È il fascino delle auto d’epoca, del vintage, che non avrebbe bisogno di filtri che simulano il fruscio del vinile.
Attenzione però. Se siamo tutti tuttologi, che differenza c’è fra una diagnosi fatta dall’IA e una diagnosi fatta da un medico? È vero, un sistema integrato IA può confrontare miliardi di TAC e azzeccare meglio del miglior radiologo del mondo, ma poi io voglio che sia l’umano a darmi il responso. La marea mediocre rischia di sommergere tutto. Se dovesse accadere, all’umano toccherà andare sott’acqua a vedere le cose belle.




























