
Roma (NEV/CELI), 25 agosto 2026 – Il vescovo luterano di Cuba Ismael Laborde racconta la sua conversione, la malattia, la fame del suo popolo e la speranza.
Il vescovo luterano di Cuba, Ismael Laborde, ha settantadue anni e una biografia da romanzo rivoluzionario.
Nato in una famiglia povera di Santiago de Cuba, formato nel sistema educativo ateo della Rivoluzione, da giovane fu dirigente della Gioventù Comunista.
Il suo compito, allora? Convincere i giovani cristiani ad abbandonare la fede.
«Non ero ateo per tradizione o per indifferenza», dice alla Federazione Luterana Mondiale (FLM), ma «un ateo convinto».
Poi entrò in contatto con la Chiesa Luterana di Cuba. «In quella chiesa ho ricevuto il Vangelo e in quella chiesa mi sono convertito al Vangelo di Gesù Cristo». Così, dopo poco tempo, era già presbitero.
Una compagna di studi, vedendolo ad un culto ecumenico, gli chiese cosa fosse successo. E lui: studia la vita di Paolo, basta quello. «Mi sentivo, in qualche modo, un Paolo cubano».
Un pastore comunista?
Laborde sottolinea che la conversione non ha cancellato le sue convinzioni politiche.
«Quando dico che sono comunista lo dico però in un senso preciso: che la storia della società è attraversata da conflitti, e che le persone possono prenderne coscienza lottando per trasformarla». E aggiunge, con ironia: «Per questo dico che sono l’unico pastore comunista di Cuba».
Una sorta di «amico scomodo» della Rivoluzione, come lui stesso ama definirsi.
La ragione sta in una parola che, dice, la chiesa ha regalato al processo rivoluzionario: persuasione.
«Bisogna conversare con le persone, offrire argomenti, cercare di convincerle, ma trattandole sempre con amore perché possano prendere decisioni giuste. Così faceva Gesù».
Sulla sofferenza della gente
Sulla situazione attuale del suo Paese, Laborde è molto diretto e disarmante: «Cuba deve cambiare. Non so dire esattamente verso dove. So che deve cambiare».
Del resto, vivendo a Santiago vede cosa accade. «La gente ha fame. E io non posso tacere. Ci sono persone povere e persone dimenticate. Questo mi fa male in modo particolare perché sono pastore e vivo in mezzo a quella comunità».
A Cuba in particolare, la Chiesa, è sempre stata connessa alla società civile: ha preso posizione sui giovani, sulla pace, contro il bloqueo (embargo) economico.
«Quando non siamo d’accordo con qualcosa lo diciamo dove va detto e a chi va detto, e lo facciamo senza paura». Perciò, precisa, non ha mai avuto problemi per questo: «Non mi hanno mai perseguitato né messo in prigione. E ho detto cose molto dure».
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