Il Sinodo valdese 2026 in sintesi video

Raccolta delle interviste e delle testimonianze di questa edizione.

Foto del sito https://chiesavaldese.org/

Roma (NEV), 28 Agosto 2026 – Come di consueto, la redazione di chiesavaldese.org ha seguito il Sinodo 2026 realizzando una serie di video. Li abbiamo raccolti qui di seguito, suddivisi capitolo per capitolo, a testimonianza della moltitudine di spunti, evocazioni, confronti e propositi emersi in questa edizione.

Commemorazioni 2026

“Di tutti i compiti affrontati in questi anni, questo è uno dei più emozionanti”, ha raccontato la moderatora Alessandra Trotta, al suo settimo e ultimo mandato, rievocando i profili di fratelli e sorelle che hanno lasciato una traccia significativa nelle nostre chiese.

Un invito a ricordare sia chi ha avuto visibilità oltre il contesto locale, sia chi ha assunto un ruolo fondamentale nelle singole comunità di appartenenza e viene ricordato nell’intimo dei cuori e delle menti.

Tra i nomi citati: Letizia Vergnano Pecorella; Giorgio Tourn; Florence Lobau; Dora Bognandi, Armando Di Carlo; Adriano LongoBruno GiacconeElymas NewellSilvana CorboFederico Vercellone; Biagio De Giovanni; Edda Ruffa; Lucia Bucchieri; Giuseppe Pino Bernardini; Vittorio De Palo; Mimma Guastoni; Sergio Bianconi; Adriano Chauvie; Thomas Noffke; Giacomo Noto; Marco Molinari.

All’omaggio per la loro eredità è seguita la citazione del Salmo 100 per esprimere gratitudine: “Poiché il Signore è buono, la sua bontà dura in eterno, la sua fedeltà per ogni generazione”.

La democrazia è morta? “Ecco come può rinascere”

L’intervista di Roberto Davide Papini al sociologo Stefano Allievi e al teologo Fulvio Ferrario segue la serata pubblica del Sinodo 2026, svoltasi sabato 22 agosto a Torre Pellice sul tema «Democrazie in bilico, tensioni e rischi nella società globale».

Papini esordisce citando il filosofo Karl Popper: “La democrazia non può creare il paradiso, ma può impedire l’inferno”. Oggi però l’inferno avanza e la democrazia sta male anche dove è nata.

“Credo che l’espressione di Popper sia di estrema precisione: la democrazia è un prodotto umano, non dobbiamo idealizzarla”, ha risposto Ferrario. “Dobbiamo tenerci stretti quei frammenti di umanità che essa garantisce sul piano istituzionale e le procedure che aiutano a organizzare la convivenza in uno dei modi meno barbarici che l’umanità abbia inventato”.

Sul ruolo delle chiese protestanti, Ferrario aggiunge: “Fanno il loro mestiere. Per quanto riguarda predicazione e catechesi, non si tratta di predicare la democrazia, ma di dire cose che vivono meglio in un contesto democratico” e anche di “organizzare la stessa chiesa in modo democratico”. Aspetto quest’ultimo di cui, nel ribadire la propria struttura assembleare, la Chiesa Valdese è sempre stata orgogliosa.

Sul futuro delle democrazie, invece, Allievi evidenzia la rottura del legame originario con la libertà e l’eguaglianza: “Siamo in un’epoca di diseguaglianze smisurate; quindi, la democrazia ha un significato completamente diverso da quello che aveva in passato”, ha dichiarato. La possibilità di riscatto può nascere proprio a partire da questa riflessione.

Allievi osserva inoltre che abbiamo rimosso la dimensione drammatica del conflitto: “La guerra non era sparita dall’orizzonte globale, era sparita dal nostro. Adesso facciamo fatica a capirla e intercettarla; in qualche modo abbiamo invece il dovere di rispondere a questa emergenza delle guerre anche dentro il meccanismo democratico”.

In merito al rapporto tra chiese e democrazie ha poi sottolineato il valore che apportano le comunità di fede che “hanno dei meccanismi democratici al loro interno, li usano e sono delle grandi scuole di partecipazione e di comunità”.

“Le chiese ritrovino la voce nel dibattito pubblico”

L’intervista di Sabina Baral al pastore Marcelo Nicolau – moderatore della Mesa Valdense, organo esecutivo del Sinodo che dirige la Chiesa Evangelica Valdese del Río de la Plata in Sud America (Argentina e Uruguay) – offre un confronto sulle sfide principali per le chiese protestanti del territorio.

Per il pastore una difficoltà consiste nel trovare il giusto equilibrio tra essere fedeli alla propria storia ed essere attivi davanti alle sfide poste dalla nostra società. A ciò si aggiunge la complessità dei rapporti con le altre realtà, in particolare quella evangelicale. Si tratta infatti di una realtà numericamente forte, ma caratterizzata da una teologia che rende difficile il dialogo e che “spesso non ammette quasi l’ecumenismo” e non accetta “nemmeno la diversità, né la diversità di pensiero, né la diversità teologica, alcun tipo di diversità”. Esistono comunque eccezioni positive con comunità storicamente aperte al dialogo, o avvicinatesi attraverso la formazione teologica che le chiese storiche offrono, desiderose di integrarne gli aspetti del pensiero tradizionale riformato.

In merito al supporto fornito da molte chiese evangelicali sudamericane a politiche aggressive, il pastore riconosce nel loro approccio delle “giustificazioni teologiche del modello politico, economico e sociale” che si traducono in un “discorso antidemocratico” volto a proporre “un tipo di società verticistica”.

Un impatto significativo può invece derivare dalla creazione di spazi di dialogo e confronto, intesi come “uno strumento in grado di trasmettere messaggi significativi per la società senza generare divisioni o rischi di rottura istituzionale”.

Riguardo alla partecipazione delle chiese al dibattito come voce critica, Nicolau conclude ricordando che esse possono contribuire a partire dalla propria “tradizione storica di pensiero protestante critico”, offrendo un valore aggiunto “alla diversità di pensiero, alla pluralità di opinioni e soprattutto al rispetto di questa diversità di opinioni”.

Una fede che si fa responsabilità

Una rapida panoramica sulle origini, il percorso e l’impatto generati dall’ Otto per mille valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) alla ricorrenza dei 35 anni di gestione delle risorse destinate dai contribuenti.

“Negli ultimi 30 anni centinaia di migliaia di cittadine e cittadini italiani ci hanno dato la loro fiducia. Solo quest’anno quasi 500.000 persone hanno scelto di firmare per noi, permettendoci di distribuire oltre 46 milioni di euro in circa 1400 progetti in Italia e nel mondo”, viene spiegato. “Una scelta importante, guidata da un principio chiaro: restituire tutto alla società e non usare un solo euro per il culto”.

Il racconto di una fede che si traduce in servizio attraverso un’azione laica e aperta a tutti. Gli interventi spaziano dal sostegno alla disabilità e ai giovani, al contrasto alla povertà e alla violenza di genere, fino all’assistenza sanitaria e all’istruzione nei paesi in via di sviluppo, con rendiconti pubblici, trasparenti e verificabili da chiunque.

Otto per Mille, pace ed ecumenismo

L’intervista al presidente del Sinodo valdese 2026, il pastore Daniele Bouchard.

Tra i temi trattati emergono l’Otto per mille, in occasione dei 35 anni di gestione delle risorse dei contribuenti, e il lavoro della commissione istituita per esaminarne la storia, la gestione e l’utilizzo dei fondi nel corso degli anni.

Ne deriva un esito positivo, che conferma l’apprezzamento dei cittadini per la scelta di destinare le quote ricevute “non per il culto, ma per progetti di pubblica utilità”.

Sul fronte geopolitico, Bouchard ricorda i tre principali ordini del giorno approvati: il primo sulla pace che, citando “l’articolo 11 della Costituzione, chiede alle nostre chiese di impegnarsi attivamente” e condanna le azioni del governo israeliano a Gaza e nei territori occupati; il secondo sull’antisemitismo, con una “richiesta di impegno per combatterlo”; infine, l’adesione alla proposta ecumenica di candidare al Nobel per la pace “i bambini e le bambine di Gaza”.

Bouchard evidenzia infine la soddisfazione del Sinodo “per la pratica ecumenica in corso”, definendola capace di generare “luoghi di conoscenza reciproca e rispetto”, creare la prospettiva di progetti comuni e favorire il dialogo costruttivo anche laddove permangono differenze.

La lieta certezza della fede

“La Chiesa non è superflua, non in quanto istituzione con una forma particolare, ma in quanto coro di voci che, nella diversità dei registri vocali, ha un canto fermo di riferimento: l’annuncio dell’amore di Dio per questo mondo. Un annuncio che comincia dalle nostre chiese, rivolgendoci anche a quelle persone che vivono spesso con indifferenza la loro relazione con Cristo”.

“Il confronto di cui abbiamo bisogno è quello che non ci fa mai perdere di vista la dinamica con cui si svolge anche questo nostro Sinodo: convocati da una Parola annunciata che ci appella”.

“Che cosa intraprendi se non sai sperare? E che cosa testimoniamo noi, se non sappiamo dare voce alla speranza? Di disperazione o rassegnazione ce n’è già a sufficienza”.

Queste citazioni sono solo alcuni estratti dal discorso del neoeletto moderatore della Tavola valdese, il pastore William Jourdan, proposto integralmente nel video.

La sfida della fraternità per costruire insieme

L’intervista al neoeletto moderatore William Jourdan si apre con la descrizione della sua carica, definita come “presidente di quell’organismo eletto dall’assemblea sinodale, cioè dal piccolo parlamento delle nostre chiese, per realizzare quelle che sono le decisioni principali assunte dallo stesso Sinodo”. Insieme a un gruppo collegiale di sette persone, Jourdan avrà dunque il compito di rappresentare l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi sia nei rapporti con lo Stato sia con le chiese sorelle all’estero.

Tracciando un bilancio del Sinodo appena concluso, Jourdan sottolinea l’ampia diversificazione dei temi affrontati: dalla “situazione generale di disordine che caratterizza molti aspetti della vita associativa nel nostro tempo” fino alle “difficoltà che le democrazie affrontano”, scenari complessi in cui la pluralità può comunque trasformarsi in una risorsa positiva.

Sulle sfide future, il moderatore fa riferimento alla testimonianza comunitaria: “Il linguaggio specifico della Chiesa può portare un contributo a quella pluralità di dibattito che anima le nostre società”.

A questo quadro Jourdan aggiunge infine “la preoccupazione legata alla fragilità e quindi anche alla tenuta numerica delle nostre comunità di fede”, accompagnata dall’impegno affinché il contributo che “cerchiamo di portare in questa società sia sempre caratterizzato da una correttezza, da una trasparenza, da una prospettiva che sia capace effettivamente di contribuire alla costruzione di una comunità e di una società più giusta”.


Riprese e montaggio video a cura di Davide Vola