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Home Ecumenismo e dialogo Enzo Bianchi. Se ne va un testimone cristiano
  • Ecumenismo e dialogo

Enzo Bianchi. Se ne va un testimone cristiano

Di
Agenzia NEV
-
1 Settembre 2026
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    Collage realizzato con IA/ChatGPT ispirato a immagini tratte da https://www.ilblogdienzobianchi.it/bio e https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Comunit%C3%A0_di_Bose.jpg

    Roma (NEV), 1° settembre 2026 –  Numerosi i messaggi di cordoglio giunti dal mondo cristiano, ecumenico e interreligioso dopo la morte di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, scomparso oggi a Torino all’età di 83 anni.

    Nato a Castel Boglione nel 1943, Bianchi è stato monaco, scrittore e uno dei protagonisti del dialogo ecumenico e interreligioso. Figura di spicco nel dialogo ecumenico a livello internazionale, nel 1965 fondò a Bose, nel Biellese, una comunità monastica di uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane. Ne fu priore fino al 2017. Dal 2021 viveva a Torino.

    Bianchi ha contribuito al confronto tra tradizioni cristiane diverse, in dialogo fra l’altro con molte figure del protestantesimo. Con Paolo Ricca ad esempio, noto teologo e pastore valdese (scomparso nel 2024), c’era una amicizia fraterna di lunga data. Negli anni hanno condiviso innumerevoli palchi, convegni e rassegne culturali, dialogando pubblicamente su temi complessi come l’ospitalità eucaristica, la figura di Martino Lutero e il futuro del cristianesimo.

    Con la pastora e teologa battista Lidia Maggi collaborarono regolarmente per promuovere il dialogo ecumenico e la divulgazione biblica attraverso conferenze e incontri pubblici. Presso la fraternità “Casa della Madia” guidarono insieme corsi per rileggere le Scritture, superando le barriere tra la tradizione cattolica e quella battista, proponendo la Bibbia come strumento per accogliere e valorizzare le differenze contemporanee.
    A maggio del 2017, il Monastero di Bose guidato da Bianchi ospitò il Convegno ecumenico internazionale di spiritualità della Riforma dal titolo “Giustificazione. L’evangelo della grazia”. Fulvio Ferrario, allora decano della Facoltà valdese di teologia, parlò di “Karl Barth e la dottrina della giustificazione. Domande (auto-)critiche alla teologia evangelica”. Mentre Ricca, con il cardinale Walter Kasper, partecipò al dibattito “Tra cristiani, vivere insieme l’evangelo della grazia”, rispettivamente nelle prospettive protestante e cattolica.

    A giugno scorso, il fondatore della Comunità monastica di Bose era stato ospite di anteprima per la rassegna “Una Torre di Libri”, in conversazione con Sabina Baral, saggista e responsabile dell’Ufficio comunicazione e relazioni ecumeniche della Tavola Valdese.

    Qui, uno scritto nel suo blog ufficiale: La difficile arte della correzione fraterna


    Il messaggio di Laura Ricca, figlia di Paolo Ricca

    Con grande tristezza esprimo tutto il mio cordoglio perché uno dei più fraterni e cari amici di mio padre ci ha lasciati questa mattina.

    Le sue riflessioni e i suoi ricordi di mio padre al recente incontro in memoria tenutosi a Corato in Puglia mi hanno profondamente colpita e toccata. Inoltre il carissimo Enzo Bianchi ha partecipato a fine gennaio al Convegno su mio padre, in occasione di quello che sarebbe stato il suo novantesimo, presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma con un bellissimo testo scritto, perché le sue condizioni di salute non gli permettevano di intervenire in presenza. Lo ringrazio con tutto il cuore e lo immagino con profondo affetto pienamente nella Grazia e nella Luce di Dio. Ci mancherà moltissimo, gli saremo sempre immensamente grati per tutto quello che ci ha donato e insegnato.


    Il ricordo di Sabina Baral

    fonte: Il Vangelo: la follia che salva – Chiesa Evangelica Valdese

    Pubblichiamo questo ricordo di Enzo Bianchi alla luce dell’interlocuzione che egli ha intrattenuto, nel corso degli anni, con la Chiesa evangelica valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi

    Mentirei se dicessi che la morte di Enzo Bianchi mi ha colto di sorpresa. Ho avuto la fortuna, nel giugno scorso a Torre Pellice, nell’ambito del Festival “Una Torre di libri”, di dialogare con lui intorno ai temi portanti del suo pensiero. Nonostante la brillantezza della sua mente e la vivacità dello spirito, erano palesi la sua stanchezza e il suo abbattimento fisico. Si capiva che resisteva come si resiste alla morte perché come scriveva Franco Fortini, e credo sia valso anche per Bianchi, “si muore sempre bestemmiando”.

    Ho sempre considerato Enzo Bianchi un maestro: a lungo ho sostato e sosto ancora oggi dinanzi alle sue parole che sono per me sempre fonte di ispirazione, di invito all’approfondimento, di sguardo obliquo sul reale. Numerosi sono infatti i libri da lui pubblicati, profondamenti intrisi di spiritualità cristiana e del dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Ma non posso non nominare anche la sua attività di pubblicista di tematiche religiose e di attualità contemporanea per diversi quotidiani.

    Fondatore della Comunità monastica di Bose, di cui è stato Priore fino al 2017, negli ultimi anni ha vissuto alla Casa della Madia, in un casolare in aperta campagna ad Albiano d’Ivrea, dove con altri fratelli e sorelle ha fondato una nuova fraternità in cui condividere stabilmente la vita, il lavoro e la preghiera comune. Un luogo che per chi scrive è stato accogliente e prezioso sia per la propria vita spirituale, per la propria pietà personale, sia per l’esercizio del pensiero.

    Del resto una delle più grandi qualità di Enzo Bianchi credo sia stata proprio la sua capacità di favorire delle esperienze comunitarie tra le più vitali del cristianesimo contemporaneo. Esperienze in cui c’è stato spazio per lo studio della Bibbia, per la ricerca spirituale, per il confronto autentico con la cultura laica, per il dialogo ecumenico e interreligioso, per il rinnovamento liturgico. Atei, credenti, laici, agnostici: c’era spazio per tutti perché i luoghi abitati da Bianchi sapevano essere generativi, erano animati dal desiderio, desiderio inteso come vocazione, forza trasformativa, spinta: una forza che apre le porte, allarga l’orizzonte del nostro mondo; insomma ciò che dà senso alla vita.

    Questo fratello in Cristo è stato soprattutto un prezioso testimone. Testimone di come non si debba mai smettere di credere nell’umanità, nella misericordia, in Gesù Cristo. Senza vanti particolari ma ponendosi sempre tra gli uomini e le donne con l’umiltà di chi sa ascoltare e interrogarsi, talvolta mettendo in comune le proprie fragilità di umana creatura.

    Oggi ci rendiamo sempre più conto che non basta credere ma che occorre saper comunicare perché si crede e ciò in cui si crede. Bianchi sapeva farlo. La sua fede non era mai impigrita, rassegnata, apatica ma continuava a scandalizzarsi per il messaggio dirompente di Gesù che infatti resta un fatto sbalorditivo, una follia che nessuna liturgia o teologia può addomesticare. Questo messaggio di follia evangelica era colto da Bianchi in tutta la sua radicalità.

    In un’intervista che gli feci qualche anno fa, egli ricordava come Dio fosse ormai un termine equivoco, ambiguo, che non interessa più le nuove generazioni. Un termine che molti legavano al terrorismo, all’intolleranza, alle religioni istituzionali verso le quali non c’è più appartenenza. Allora Bianchi invitava a cercare innanzitutto Gesù, passare attraverso l’umanità di Gesù perché fuori di lui ci sono gli dèi, c’è il Dio delle religioni, della filosofia: ma il nostro Dio è quello raccontato, anzi incarnato, da Gesù Cristo. Per questo e molto altro continueremo ad essergli riconoscenti.


    Il post sulla pagina Facebook di Fulvio Ferrario

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