Roma (NEV), 4 settembre 2026 – Circa un anno fa usciva per Rubbettino il libro La guerra “giusta” e la pace da costruire. Un saggio a più voci, a cura di Luca Castagna, Alfonso Conte, Gianfranco Macrì, che contiene contributi, fra gli altri, di Paolo Naso (“Quando la guerra è nel nome di Dio. Il caso del sostegno evangelical a Israele”), Davide Romano (“Per una visione drammatica della storia. La necessità della guerra, l’ostinazione della pace”) e di Carmine Napolitano (“Pacifismo e nonviolenza nella tradizione pentecostale”).
“La sofferenza delle istituzioni democratiche faticosamente costruite dopo la fine della Seconda guerra mondiale a garanzia della pace universale appare oggi quanto mai evidente, incancrenita dall’avvento di nuove (e inedite) emergenze scatenate dallo sfruttamento crescente di interi territori, dalla sempre più scarsa cura del creato, dal primato del profitto sul bene comune” si legge sul sito dell’editore. Un compendio, insomma, “capace di aggiungere nuove sensibilità”, capace di suscitare domande e di mettere luce su punti di vista inediti.
Fra questi, segnaliamo il contributo di Carmine Napolitano, che nel suo saggio ricostruisce l’evoluzione dell’atteggiamento pentecostale nei confronti della guerra, della pace e della nonviolenza. Anche nel mondo pentecostale le posizioni sono molteplici, sia geograficamente, sia storicamente.
La ricognizione di Napolitano parte dalle esperienze nordamericane e nordeuropee, con riferimenti che diventano preziosi anche per la contemporaneità.
Si parla dell’Holiness Movement, del metodismo wesleyano, del pietismo e della tradizione di movimenti come quaccheri e mennoniti. La spiritualità pentecostale, fortemente centrata sulla conversione e sull’attesa del ritorno di Cristo, in certi contesti “distante” dai problemi della storia e della politica, porta a volte a una radicale scelta pacifista.
Napolitano analizza i diversi spunti del “Prepararsi all’incontro con Cristo”. Contaminazioni che gettano le basi fertili di un discorso pacifista anche successivo.
Durante la Prima guerra mondiale, ad esempio, emersero prese di posizione molto nette contro il conflitto, come quelle di Charles Fox Parham e Frank Bartleman che denunciarono la guerra come strumento di interessi politici ed economici. Parliamo di un pacifismo spesso legato a una concezione apolitica e spiritualizzante, che in parte si colloca ai margini del dibattito pubblico. Una menzione particolare, scrive Napolitano, “merita Arthur Sydney Booth-Clibborn genero del fondatore dell’Esercito della Salvezza, William Booth, e divenuto influente predicatore pentecostale. Il suo libro, Blood against Blood, fu molto elogiato dai periodici pentecostali; era stato scritto in risposta alla guerra boera (1899-1902) e sosteneva tesi assolutamente pacifiste”.
Il saggio prosegue analizzando le oscillazioni sul modo di interpretare l’impegno per la pace, come negli Stati Uniti, dove si osservano obiezione di coscienza da una parte, e avvicinamento a logiche nazionaliste con posizioni favorevoli all’intervento militare dall’altra. Poi, una finestra sull’Italia con un po’ di storiografia non facilmente reperibile altrove: “nel 1929 in provincia di Caserta un parroco locale inviò una lettera a Mussolini per denunciare i pentecostali che stavano mettendo radici nella zona in cui lui esercitava; tra le varie contumelie di cui li coprì ne introdusse una specificamente rivolta alla loro indole pacifista affermando che erano caratterizzati da un ‘odio satanico per il servizio militare e soprattutto per la guerra’”.
Il pentecostalismo sviluppò parallelamente delle forme originali di riconciliazione e costruzione della pace. Un esempio particolarmente significativo è quello del Rwanda dopo il genocidio del 1994. Un processo di revisione successivo vide il coinvolgimento, seppur limitato, di alcuni pentecostali. Tale processo portò a ripensare usi e tradizioni e a valorizzare la restaurazione dei rapporti fra vittime e carnefici, con importanti conseguenze anche sociali e politiche.
Nell’ultimo ventennio, secondo Napolitano, si è assistito a un recupero consapevole della tradizione pacifista pentecostale. Un esempio, quello di Pentecostals & Charismatics for Peace & Justice (PCPJ), organismo che intende promuovere pace e giustizia come componenti autentiche della fede pentecostale. Particolarmente significativa è la lettera del 2002 firmata da quaranta esponenti pentecostali e carismatici statunitensi contro l’invasione dell’Iraq, che contestava apertamente la politica di George W. Bush prendendo le distanze dagli evangelici conservatori favorevoli alla guerra. Il saggio tocca anche l’attualità della guerra in Ucraina, citando alcune dichiarazioni di pastori battisti e pentecostali russi del marzo 2022, che definiscono l’invasione un “peccato di fratricidio”.
Qui di seguito, l’indice dei contenuti del saggio di Carmine Napolitano.
Pacifismo e nonviolenza nella tradizione pentecostale
1. Introduzione
2. Le radici storiche e teologiche del pacifismo pentecostale
3. A cavallo delle due guerre mondiali
3.1 Negli USA e nel Nord Europa
3.2 In Italia
4. Nella seconda metà del Novecento
4.1 Il caso svedese
4.2 Il caso rwandese
5. Nell’ultimo ventennio





























