Roma (NEV), 24 settembre 2026 – In occasione della riapertura, dopo il rinnovo dei locali, del Centro evangelico di cultura (CEC) di Sondrio, prevista per il prossimo 3 ottobre, abbiamo chiesto al direttore Emanuele Campagna di rispondere ad alcune domande. Ecco le sue risposte.

Quali sono le peculiarità del territorio in cui opera il Centro evangelico di cultura di Sondrio?
«La Valtellina è un territorio di confine, e credo che questa sia una delle sue caratteristiche più interessanti. È un territorio di montagna, attraversato storicamente da relazioni commerciali, culturali e religiose con il mondo alpino e con la Svizzera.
La storia della presenza protestante in Valtellina è parte di questa complessità.
È una storia che conosce anche pagine drammatiche, come quelle del 1620, ma anche un modello di convivenza procedendo a ritroso lungo il secolo XVI fino al 1520 quando la Riforma ebbe inizio in Valtellina. Venendo all’oggi, viviamo un periodo di possibilità di rinnovata tolleranza, in cui si può avere l’occasione di riflettere sulla libertà di coscienza, sulla convivenza e sulla costruzione della pace.
C’è poi un’altra caratteristica che mi sembra importante: la Valtellina possiede un tessuto associativo molto ricco, fatto di persone che dedicano tempo ed energie alla vita culturale e sociale del territorio. Allo stesso tempo, come accade in molte realtà di montagna, le distanze geografiche possono tradursi anche in distanze sociali e culturali. Non sempre è facile creare occasioni nelle quali persone con esperienze e sensibilità differenti possano incontrarsi.
Credo che il CEC possa offrire il proprio contributo proprio qui: essere un luogo nel quale il territorio si incontra, riconosce la propria complessità e impara a dialogare con ciò che è diverso da sé. La nostra identità protestante, minoritaria in questo contesto, ci invita a considerare la differenza non come un ostacolo, ma come una possibilità di relazione».
Che cosa può offrire un centro culturale evangelico alla città e alla comunità locale, in particolare sui temi del presente?
«Credo che un Centro Evangelico di Cultura possa offrire anzitutto uno spazio nel quale le domande del presente vengano prese sul serio. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente sollecitati a prendere posizione, a formulare giudizi immediati, a scegliere da quale parte stare. Non sempre, però, abbiamo la possibilità di fermarci a comprendere la complessità delle questioni che ci attraversano. Penso alla pace, alle migrazioni, alle disuguaglianze, alla crisi ambientale, ma anche alla solitudine, alla fragilità delle relazioni e alla difficoltà di immaginare un futuro condiviso. Il CEC vorrebbe essere un luogo nel quale queste domande possano essere affrontate attraverso il confronto tra competenze differenti: la teologia, la filosofia, la storia, le scienze sociali, l’arte e le esperienze concrete delle persone.
La nostra tradizione evangelica ci offre un punto di partenza importante: la centralità della Parola, la libertà di coscienza e la responsabilità personale e collettiva.
Questo non significa che il Centro debba offrire risposte confessionali a ogni problema della società. La nostra identità evangelica non ci chiede di avere una risposta per tutto, ma ci sollecita a non sottrarci alle domande del nostro tempo, che è una domanda di senso, cioè una domanda anche spirituale e comunitaria.
Credo che il contributo più importante che possiamo offrire alla città sia proprio questo: creare le condizioni perché le persone possano incontrarsi, ascoltarsi e maturare insieme una maggiore consapevolezza delle proprie responsabilità».
Nel lavoro che avete svolto fin qui sembrano emergere due parole: creatività e condivisione. Come si sono tradotte concretamente nelle attività del Centro e che cosa avete scoperto sul modo di costruire cultura insieme?
«Creatività e condivisione sono effettivamente due parole che descrivono molto bene il percorso che abbiamo intrapreso.
Per noi la creatività non consiste semplicemente nell’organizzare eventi originali, ma nel mettere in relazione persone, competenze e linguaggi che normalmente non si incontrerebbero.
Penso, per esempio, alle collaborazioni con le realtà teatrali e artistiche del territorio, ai percorsi dedicati alla memoria storica, al dialogo ecumenico e interreligioso, oppure al lavoro che stiamo sviluppando intorno alla Costituzione e alla costruzione della pace.
Anche il restauro del Centro è nato da questa impostazione. Abbiamo voluto coinvolgere competenze differenti, fino a immaginare un nuovo pavimento attraverso un concorso di idee. Il disegno che abbiamo scelto richiama i terrazzamenti valtellinesi e trasforma il pavimento stesso in un elemento capace di stimolare la creatività di chi abiterà questo spazio.
La condivisione, invece, ci ha insegnato che un Centro culturale non deve necessariamente essere il soggetto che propone e organizza tutto. A volte il nostro compito è semplicemente mettere a disposizione uno spazio, offrire un’occasione di incontro, accompagnare un’idea che nasce da qualcun altro. Abbiamo scoperto che costruire cultura insieme significa anche rinunciare a essere sempre i protagonisti di ciò che accade.
Quando un’associazione, un artista o un gruppo di cittadini comincia a sentire il Centro come un luogo nel quale poter sviluppare liberamente le proprie idee, allora il CEC non è più soltanto un’organizzazione che produce eventi: diventa uno spazio capace di generare nuove relazioni. Credo che questa sia una delle esperienze più significative che abbiamo maturato negli ultimi anni».
Quali persone vorreste che entrassero dalla porta del Centro evangelico di Sondrio e che cosa vorreste che trovassero, anche al di là degli appuntamenti e delle iniziative in programma?
«Vorrei che entrassero persone. Anche molto diverse fra loro, possibilmente con il desiderio di mettersi a disposizione per costruire qualcosa insieme. Ma accogliamo anche i dubbiosi, i reticenti e persino chi si sente infelice e viene soltanto per polemizzare.
Troppo spesso esprimiamo concetti altissimi sulle persone, dimenticando che le persone sono quello che sono. Noi stessi non abbiamo da offrire nulla di più della nostra umanità, con le sue fratture e la sua voglia di riscatto. Ma abbiamo anche, per grazia di Dio, la consapevolezza che il nostro Redentore vive e che il futuro non è consegnato alle nostre sole possibilità.
Del resto, vorrei che un giovane potesse entrare al Centro per studiare, magari fermarsi nel nostro salotto a leggere un libro, prendere un caffè sul terrazzino e scoprire, quasi per caso, che qualche giorno dopo ci sarà una conferenza alla quale potrebbe essere interessato.
Vorrei che un gruppo teatrale potesse utilizzare gli spazi per le proprie prove, che un’associazione trovasse un luogo nel quale sviluppare un progetto e che una persona anziana potesse semplicemente entrare per incontrare qualcuno.
Vorrei anche che entrassero persone che non hanno alcun rapporto con il mondo protestante, che non frequentano una chiesa o che non si riconoscono in una tradizione religiosa.
Allo stesso tempo, vorrei che venissero tanti evangelici, appartenenti alle diverse denominazioni, che potessero riconoscersi in un cammino comune, ispirato all’invito che il profeta Geremia rivolge agli esiliati: “Cercate il bene della città” (Geremia 29,7).
Un cammino nel quale le nostre differenti appartenenze non siano un ostacolo, ma una ricchezza da mettere al servizio della comunità. Perché il bene della città non appartiene a nessuno in particolare: è una responsabilità che siamo chiamati a condividere.
Non abbiamo restaurato il Centro per trasformarlo in un luogo riservato a chi condivide già le nostre idee. Naturalmente, l’apertura all’altro non mette in ombra la nostra identità evangelica. Anzi, è proprio questo il punto: vorremmo che chi entra al CEC potesse incontrare la nostra identità senza sentirsi obbligato ad assimilarvisi. Vorremmo che ciascuno si sentisse non semplicemente un ospite, ma una persona che ha qualcosa da offrire e che può contribuire alla vita di questo luogo. Una persona libera di confrontarsi con il messaggio evangelico, di farlo proprio oppure di riconoscere, consapevolmente, che la propria strada è un’altra.
Naturalmente, non possiamo immaginare che ogni persona trovi immediatamente una risposta alle proprie domande. Ma possiamo cercare di offrire un ambiente nel quale ciascuno si senta accolto, ascoltato e libero di esprimersi. E poi, se lo desidera, anche libero di continuare la propria strada.
Ecco un concetto biblico che avverto come fondamentale: si può essere fratelli anche percorrendo sentieri diversi. Penso alle vicende di Giacobbe ed Esaù, oppure di Isacco e Ismaele. Sono storie attraversate da rivalità, ferite e separazioni, ma anche dalla possibilità di riconoscersi reciprocamente e di lasciarsi spazio. La fraternità non esige necessariamente che si percorra la stessa strada. A volte significa proprio riconoscere all’altro la libertà di seguire la propria, senza che per questo venga meno il legame che ci unisce.
Mi piacerebbe che il Centro diventasse uno di quei luoghi nei quali si entra per una ragione e si torna perché si è scoperto qualcosa di inatteso: una relazione, un interesse, una possibilità di partecipazione. In fondo, è questo il significato che attribuisco alla nostra riapertura: non soltanto aprire nuovamente una porta, ma fare in modo che le persone abbiano il desiderio di attraversarla».
Quali sono i prossimi appuntamenti e progetti?
«Il primo grande appuntamento sarà naturalmente il 3 ottobre, quando riapriremo ufficialmente la sede del Centro Evangelico di Cultura dopo un anno di lavori.
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Abbiamo immaginato una giornata che racconti le diverse dimensioni della nostra identità: al mattino due passeggiate nella memoria storica di Sondrio, in italiano e in tedesco; nel pomeriggio, a partire dalle 16:20, l’inaugurazione degli spazi rinnovati, con la partecipazione delle istituzioni, delle associazioni e degli amici del Centro; infine, alle 20:30, il concerto Musica e Parola con il Seraphims Gospel Choir, presso l’Auditorium Torelli, presentati da una monaca e un teologo protestante che a loro volta si faranno portavoce di una narrazione che dialogherà con la musica.
Ma il 3 ottobre rappresenta soprattutto l’inizio di una nuova stagione. Proseguiremo il nostro progetto triennale, «Infrangi l’apparenza», attraverso percorsi dedicati alla memoria storica, alla Costituzione, alla pace e alla riflessione teologica. Continueremo a lavorare con le associazioni del territorio, a sviluppare le collaborazioni artistiche e a promuovere occasioni di dialogo ecumenico e interreligioso.
Tra i prossimi appuntamenti ci sarà anche un percorso di studio biblico, che inizierà il 15 ottobre con una domanda rivolta da Gesù ai suoi discepoli: «E voi, chi dite che io sia?».
È una domanda che ci sembra particolarmente significativa per un Centro Evangelico di Cultura: ci invita a interrogarci sulla nostra identità, ma anche sul modo in cui questa identità entra in relazione con il mondo contemporaneo. Guardando più avanti, vorremmo inoltre sviluppare nuove collaborazioni con altri centri culturali protestanti, con comunità ecclesiali e con realtà formative italiane e svizzere.
L’obiettivo è costruire una rete nella quale condividere competenze, esperienze e progetti, perché crediamo che anche una piccola realtà di diaspora possa offrire un contributo significativo alla vita culturale del territorio proprio e degli altri».




























