Religione a scuola, “c’è bisogno di laicità”

Dopo il commento dell'avvocato llaria Valenzi, l'analisi di Silvana Ronco, da anni impegnata dentro e fuori le chiese protestanti per la laicità della scuola e il pluralismo religioso

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Roma (NEV), 17 dicembre 2020 – Il bando per il concorso riservato agli insegnanti di religione nella scuola italiana dovrebbe arrivare all’inizio del 2021. La decisione, come abbiamo spiegato in quest’articolo, è frutto di una recente intesa tra il Ministero dell’Istruzione e la CEI. Abbiamo colto l’occasione di questa notizia per approfondire il tema, sempre molto discusso, dell’ora di religione cattolica insieme a Silvana Ronco, metodista, mamma di quattro figli, già presidente dell’associazione 31 ottobre della FCEI e membro del Consiglio della Federazione, da anni impegnata a favore del pluralismo e della laicità a scuola.

Cosa pensa della decisione di indire il concorso, a 17 anni dall’ultimo?

“Penso che non si possa parlare del bando senza affrontare il tema scuola nel suo complesso. C’è da chiedersi: di quali mali soffre oggi la scuola pubblica in Italia? Che cosa serve in questo momento? Io ritengo che sarebbe necessario un grosso sostegno, a fronte di bisogni nuovi, enormi e complessi, legati in particolare alla didattica a distanza.

La decisione del Ministero, come ha anche detto l’avvocato Valenzi al Nev, segna in ogni caso quanto meno una priorità da parte dell’istituzione: vengono stabilizzati gli insegnanti di una materia facoltativa.

Questo accade in mesi molto difficili, in cui emergono dati allarmanti riguardo l’abbandono scolastico, ad esempio, o il disagio legato alla gestione dei disturbi dell’apprendimento quando la scuola non è in presenza. Pensiamo agli studenti con disabilità e alle loro famiglie, alle tante problematiche che stanno affrontando”.

Sono in ballo in ogni caso dei posti di lavoro…

“Certo, ma ha ancora senso avere un insegnamento facoltativo a cui un ministero deve dedicare un bando? Cambiare si può e si deve. Mi auguro che questa fase critica, legata all’emergenza sanitaria e a tutte le sue ripercussioni sociali, sia l’occasione per ridiscutere globalmente del mondo della scuola e dell’istruzione pubblica.

L’accesso all’insegnamento per i docenti di religione cattolica è da anni l’espressione di un privilegio: questo percorso, che è con ogni evidenza pienamente legittimo (sulla base del Concordato, ndr), discrimina ed è discriminatorio, poiché la condotta religiosa è un prerequisito e viene verificata dal vescovo. Una persona LGBTQI potrà essere insegnante di religione? (Ricordiamo che tra i requisiti di partecipazione alla procedura concorsuale “è prevista la certificazione dell’idoneità diocesana rilasciata dal responsabile dell’ufficio diocesano competente nei novanta giorni antecedenti alla data di presentazione della domanda di concorso”, ndr). Certamente non lo potrà essere una persona di fede diversa da quella cattolica. La laicità, che non è anticlericalismo, dovrebbe stare dietro e dentro alle scelte del Ministero dell’Istruzione, specialmente e soprattutto oggi, davanti alle nuove esigenze legate alla pandemia. Sarebbe forse ora di cogliere l’occasione per rivedere le debolezze della scuola. Ridiscutere dell’impianto generale, grazie al quale l’ora di religione esiste e gode di ottima di salute, nonostante pare siano sempre meno gli studenti ad avvalersene. Vi è insomma un portato cattolico di cui l’ora di religione confessionale è il baluardo, nel settore pubblico dell’istruzione”.

Che cosa dovrebbe fare, su questo tema, il mondo evangelico?

“Mi auguro continueremo a ragionarci, come abbiamo fatto con l’associazione 31 ottobre. Serve rilanciare un dibattito sul “mercato” della conoscenza, ora più che mai. Non siamo certamente in una fase progressista, per questo occorre che i protestanti si facciano ancora di più paladini dei diritti di tutte e tutti, anche di quelle minoranze che spesso non hanno voce. Lancio anzi un appello a ricostituire un tavolo, uno spazio di discussione, è un dibattito e un tema che deve stare a cuore dei protestanti: se non noi, chi?”.