Messa alla prova imputati, al via il progetto della Diaconia

Grazie ad un nuovo accordo tra l'ente della Chiesa valdese e metodista e il Ministero della Giustizia, imputati maggiorenni in messa alla prova potranno svolgere lavori di pubblica utilità nelle varie attività delle chiese. Ne abbiamo parlato con il pastore Francesco Sciotto.

Roma (NEV), 6 aprile 2021 – Un nuovo accordo tra il Ministero della Giustizia e la Diaconia valdese per far svolgere lavori di pubblica utilità ad imputati maggiorenni in messa alla prova. Il lavoro di pubblica utilità, inteso come prestazione non retribuita in favore della collettività, come spiega oggi in questo articolo su Riforma Claudio Geymonat, si potrà svolgere presso strutture dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi, presenti su gran parte del territorio nazionale, ma anche presso enti convenzionati sui quali la Diaconia, in veste di garante, eserciterà attività di coordinamento e supervisione. La messa alla prova consiste nella sospensione del procedimento penale nella fase decisoria di primo grado; vi si accede su richiesta dell’imputato, per reati di minore allarme sociale, ed è stata introdotta nel 2014. Al 15 marzo di quest’anno, le istanze per l’ammissione alla messa alla prova per adulti in lavorazione presso gli uffici di esecuzione penale esterna sono 25.642 e i soggetti in messa alla prova 19.948: questi i dati riportati dalla dottoressa Gemma Tuccillo, alla guida del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, nell’intervista di Riforma.

Ne abbiamo parlato con il pastore Francesco Sciotto, membro della commissione sinodale della Diaconia, già coordinatore del Gruppo di lavoro sulle carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), da sempre impegnato su questi temi.

Come si realizzerà questo nuovo progetto?

“Si tratta di una novità su questo istituto, mentre come Diaconia abbiamo già altre iniziative legate ai vari percorsi per il reinserimento di persone e alla giustizia riparativa, non siamo nuovi in questo ambito. Da oggi però, grazie alla firma del protocollo nazionale, avremo la possibilità di firmare a livello locale, coi singoli tribunali, accordi per impiegare persone che potranno scegliere un percorso di volontariato, di riparazione, che le porterà ad evitare un processo penale (laddove la messa alla prova vada a buon fine si determinerà anche l’estinzione del reato, ndr). Il tipo di intervento e di struttura nel quale saranno inseriti dipenderà dai profili delle persone e dai luoghi dei progetti, inizialmente immaginiamo di farlo dove siamo più presenti a livello territoriale, ad esempio un’idea è quella di coinvolgere altre opere diaconali. A breve sarà attivata una cabina di regia per coordinare il lavoro. Le attività possibili sono davvero tante, non ci poniamo dei limiti se non quello di valorizzare al meglio la preparazione e la formazione delle persone che potranno accedere a questo percorso”.

Che aspettative avete, come operatori impegnati quotidianamente nel mondo delle carceri?

“Le aspettative le costruiremo insieme ai beneficiari del progetto, giorno dopo giorno. Siamo ancora in una fase iniziale di questa iniziativa ma pensiamo sia un tema importante, soprattutto per i più giovani. I risultati saranno tutti commisurati al tempo e al desiderio delle persone di mettersi in gioco”.

Perchè la messa alla prova e dunque i lavori di pubblica utilità sono importanti per la società?

“Sono importanti in primo luogo per i beneficiari: non finire, dopo un primissimo reato, nella maglia della giustizia, estremamente complessa, è un modo per riparare immediatamente. Offre, a chi fino a ieri non ha avuto questa possibilità, di conoscere un mondo diverso. Sembra un obbligo ma è un’opportunità, quella di incontrare il mondo del volontariato. D’altra parte lo è proprio nello spirito nella legge, la riparazione aiuta la consapevolezza di quanto si è fatto, del danno arrecato. Mi viene in mente l’immagine biblica dell’Apostolo Paolo che prega a mezzanotte insieme ai carcerati (Atti 16:25-34): ecco, siamo davanti a un’occasione “fuori tempo”, per fare qualcosa di utile in un tempo normalmente di attesa e ansia”.

Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, “guardando alla totalità delle persone in carico ai servizi di comunità esterna si vede come gli stranieri siano il 18,2%, contro il 32,5% dei detenuti. Dunque fruiscono meno delle opportunità di reinserimento sociale e tendono maggiormente a scontare per intero la pena inflitta”. Perchè questa disparità? 

“Tutte le – poche – opportunità che il sistema penale offre sono meno accessibili a chi vive una condizione di marginalità. Questo succede sempre in modo particolare per le persone migranti perché purtroppo hanno meno reti sociali, conoscenze, accesso alle informazioni. Ciò accade anche rispetto a molti altri istituti, in particolare alle pene e misure alternative, poiché i migranti hanno meno reti ed opportunità e maggiormente subiscono dunque la condizione carceraria”.


Per approfondire il tema: qui il XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione. Il lavoro dell’associazione è supportato, tra gli altri, dall’Otto per mille della Chiesa valdese e metodista.