8 marzo, le protestanti. La parola di Sophie: “Affettività”

In occasione e verso la "Festa della donna" pubblichiamo una serie di brevi interviste ad alcune donne protestanti. A loro abbiamo posto le stesse (8) domande, molto poco teologiche né particolarmente femministe, per raccontare chi sono e cosa pensano. Di genere, di diritti, e non solo.

Miriam Makeba

Sophie Langeneck, 27 anni, pastora valdese a Torino.

8 marzo: cosa rappresenta per lei? Lo festeggia? Se sì come? Se no perché?

L’otto marzo mi ricorda tutte quelle donne che hanno combattuto per ottenere i diritti fondamentali di cui godo oggi. Festeggiare bene l’otto marzo significa continuare a lottare con le altre donne, con le mie sorelle per quello che ancora non abbiamo. Come pastora valdese sono fortunata e voglio lottare con quelle donne che hanno contratti di lavoro che per esempio non prevedono o non consentono la maternità.

La donna che più ammira. 

È una scelta difficile, ma dico Miriam Makeba, Mama Afrika. Il motivo è il suo impegno politico nella lotta contro l’apartheid, portato avanti anche facendo ballare un intero continente.

La suffragetta statunitense Elizabeth Cady Stanton, alla fine del secolo XIX, con altre attiviste scrisse The Woman’s Bible (La Bibbia della donna). Qual è il ruolo della donna, nella tua religione e comunità, dal tuo punto di vista, non solo teologico quanto soprattutto per quella che è la sua esperienza personale?

Nel protestantesimo le donne hanno avuto un ruolo fondamentale, nella diffusione della Bibbia, nell’insegnamento e nel mandare avanti la vita della chiesa. Ci sono state donne missionarie, donne che hanno vissuto la radicalità dell’Evangelo scegliendo di condividerlo in luoghi lontani da casa. Su tutte voglio ricordare quelle donne che dal 1948 hanno chiesto al Sinodo di rendere accessibile il ministero pastorale anche alle donne, per poter esprimere una parola pubblica autorevole tanto quanto quella dei pastori uomini.

Si è mai sentita discriminata o sminuita in quanto donna?

Sono stata criticata o apprezzata per come mi vesto, sono stata apostrofata con commenti sessisti, anche in chiesa. Tutte cose che mi sono accadute perché sono donna. Infatti non credo che accada lo stesso ai miei colleghi maschi.

Donne che stanno “un passo indietro”, aborto come frutto di “stili di vita incivili”: sono solo due degli ultimi episodi di sessismo che, al di là delle responsabilità di chi lo esplicita, esiste e permane nel racconto collettivo della società, sui media, nella narrazione dell’attualità. Che cosa ne pensa?

Mi è stato insegnato che quando si comincia a parlare del corpo delle donne, inevitabilmente questo finisce per diventare un oggetto.

Dire alle persone cosa possono o non possono fare è una violenza: devono essere lasciate libere di scegliere.

Un provvedimento, politico, legislativo, o culturale, che assumerebbe per migliorare la condizione femminile in Italia o nel mondo, o a livello locale.

Partendo dal fatto che nel nostro Paese non c’è ancora mai stata una donna né alla Presidenza della Repubblica, né alla Presidenza del Consiglio, e questo mi sembra una mancanza della politica italiana, un’evidente ingiustizia è il divario salariale e nell’accesso ad alcune forme di welfare.

Nel 2018 il movimento del #MeToo è stato nominato “persona dell’anno” dal Time. Nello stesso anno, si stima che 379 milioni di donne abbiano subito violenze fisiche e/o sessuali. È in atto un cambiamento o no?

Penso che il movimento del #MeToo abbia giustamente ridefinito il concetto di abuso. Per esempio le persone della mia generazione si sono rese conto che i limiti della molestia sono molto diversi da come se li erano immaginati e da come venivano descritti. Da una parte si è scoperto l’aspetto psicologico dell’abuso, a volte ancora più pesante di quello fisico; dall’altra il movimento #MeToo ha portato a galla il fatto che intorno a noi ci sono molte più vittime di quante pensassimo.

Un messaggio per gli uomini. E uno per le donne. 

Non mi sento di lanciare messaggi particolari, ma penso che uomini e donne debbano lavorare di più sulla loro affettività. Perché la violenza nasce dalla mancata educazione dell’emotività.

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