Ermeneutica del coronavirus. Antidoti teologici contro la paura

Intervista a Massimo Aprile, pastore e teologo, sulle preoccupazioni e l'angoscia vissute in questi giorni dalla popolazione

foto di Bram, unsplash.com

Roma (NEV), 12 marzo 2020 – La pandemia fa paura. Suscita timori anche incontrollati, reazioni emotive, angoscia e ansia. La fede, per chi ce l’ha, può essere un conforto. Ma cosa dicono, a tutte e tutti, i testi sacri rispetto a questo tema?

Abbiamo rivolto qualche domanda al pastore Massimo Aprile, già coordinatore del dipartimento di teologia dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia.

La paura: che cosa dicono le Scritture su questo tema?

La Bibbia è piena di esortazioni a non aver paura. In questo non c’è praticamente differenza tra Antico e Nuovo Testamento. Dio è il Signore della vita e della storia e il suo coinvolgimento nelle vicende umane caccia via la paura.

Tra i tanti episodi mi piace citare la storia dei tre amici, Sadrac, Mesac e Abed Nego, contenuta nel libro di Daniele. Per decreto del re babilonese essi sono chiamati ad adorare la statua dell’imperatore. Che fare, visto che sono ebrei e per questo contrari a ogni forma di idolatria? Il confronto è impari. Il decreto parla chiaro, chi si sottrae finirà nella fornace ardente. C’è da avere paura e tanta.

I tre uomini resistono. La loro coscienza impedisce loro di essere obbedienti.

E quando viene il momento culminante della storia, ecco la loro risposta a Nabucodonosor:

“O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto. Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci, e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. E anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere” (Daniele 3,16-18).

Un esempio di coraggio, fondato sulla sovranità di Dio, più alta di qualsiasi altra sovranità. Un coraggio che confida in Dio, ma che sa anche che le cose potrebbero non andare nel senso auspicato. Ma non importa. Dio resta sovrano anche se loro dovessero soccombere.

L’esortazione a non cedere alla paura di coloro che possono uccidere il corpo ma non possono uccidere l’anima, la ritroviamo allo stesso modo anche nel Nuovo Testamento e sulla bocca di Gesù (Matteo 10,28). L’audacia accompagnerà la diffusione della chiesa cristiana, così come testimoniato innumerevoli volte anche negli Atti degli Apostoli.

Tuttavia questo coraggio non è autorizzato a diventare temerario e spavaldo. Perché la fede cristiana conosce il cammino del Golgota, la solitudine e l’abbandono della croce.

Orazione di Gesù nell’Orto, di Andrea Mantegna, National Gallery, Londra

Gesù nel Getsemani prega il Padre perché il calice della sofferenza possa essere allontanato da Lui. Gesù è coraggioso ma ama la vita.

E’ interessante che nella Bibbia le scelte audaci si accompagnino al “timore di Dio”. Il timore di Dio è fonte del coraggio del credente. Nel riconoscere, nel profondo del proprio cuore, che Dio è il sovrano artefice della vita, si vince la paura che paralizza, soffoca, impedisce di vivere e trasforma gli esseri umani in creature pavide e servili.

Di più, la paura in questo caso è anche paura di morire. In una società che ancora forse spesso vede il tema della morte come un tabù, che messaggio si sente di dare?

La paura è un fatto umano. E se è contenuta nei giusti limiti è perfino utile, “giusta” direi. La paura ci invita alla prudenza e ci aiuta a non mettere a repentaglio la vita nostra e quella degli altri.

Il ragazzo un po’ viziato, che con spavalderia dichiara che lui non si sottrarrà alle sue esigenze di vita sociale, tanto lui è giovane e le sue difese immunitarie forti, ostenta un coraggio pericoloso. Pericoloso per gli altri, perché, quand’anche lui sopravvivesse alla malattia, potrebbe contagiare qualcuno a lui caro che potrebbe soccombere. Esiste anche un coraggio pusillanime ed egoista dunque.

La paura della morte ci accompagna costantemente. Ma la cosa è complessa. Molti “scherzano” con la morte. Come tante persone che da una parte hanno paura di morire e dall’altra assumono stili di vita che la mettono a rischio. Come spiegare il tabagista che continua a fumare mentre si sottopone alla chemio per combattere il tumore? Io ricordo di un anziano con bronchite cronica il quale, sul finire dei suoi giorni, assumeva per molte ore l’ossigeno, e contemporaneamente, fumava.

La paura della morte non ci sottrae di per sè alla sua forza “attrattiva” e “seducente”. Quel che può aiutarci è l’amore per la vita. Il “saper contare i nostri giorni” come dice l’orante nel Salmo 90. Acquisire, cioè quella sapienza, per la quale impariamo a enumerare le cose buone che riceviamo, nella consapevolezza che i nostri giorni non sono infiniti.

E’ importante per noi sapere che la nostra vita è nelle mani di Dio e che niente  e nessuno potranno separarci dall’amore di Dio, come dice l’apostolo Paolo ai Romani (al capitolo 8). L’amore è il vero antidoto alla paura della morte. Ci sappiamo amati, impariamo ad amare, e troviamo il coraggio e la voglia di vivere ogni singolo giorno di vita.

Infine mi permetto di aggiungere forse una ovvietà, che però ho toccato con mano, negli anni in cui sono stato cappellano ospedaliero. Le persone temono la morte, ma ancor più temono la perdita della autonomia e la sofferenza senza sbocco. Più che la morte temiamo la “mortificazione”. La mortificazione di un male che ci toglie la dignità e che ci consegna ad una vita che si prolunga come un debito da pagare piuttosto che come un dono di cui godere. Ecco perché la medicina come ogni relazione di aiuto, ne dovrebbe tenere conto. D’altra parte Gesù è sempre venuto incontro al bisogno di aiuto di persone “mortificate” dalla malattia e dal pregiudizio sociale, e spesso da entrambe contemporaneamente. Penso alla guarigione dei lebbrosi, e non è l’unico esempio.

E poi c’è la paura dell’altro, che nel caso di una pandemia diventa un possibile “untore”. Come attrezzarci?

Quella dell'”untore” può diventare una trappola. Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” lo racconta con maestrìa. Renzo entra nella Milano piagata dalla peste alla ricerca di Lucia. Per la strada deserta, vede una persona a cui vuole chiedere informazioni. E avvicinandosi si toglie il cappello dalla testa. L’altro interpreta quel gesto come il gesto dell’untore. Egli doveva tenere nelle pieghe del cappello la polverina venefica o l’unguento mortifero. Lo diffida dall’avvicinarsi e il povero Renzo è spaventato. Manzoni annota che quando quell’uomo timoroso tornò a casa sua raccontò ai suoi l’accaduto dicendo che adesso aveva le prove che gli untori esistono veramente e che sono una razza di uomini che meritano di essere bastonati!

Quella dell’untore è una trappola. L’altro diventa un pericolo per noi, non più prossimo ma nemico. Rispetto al possibile contagio dobbiamo dunque assumere un atteggiamento prudente ma che non perda mai di vista la comune umanità. E’ necessario che il virus non accentui quell’idea sempre presente nella nostra società che vede nell’altro/a un competitor, un possibile antagonista.

I mass media hanno una responsabilità importante, in una situazione di emergenza e crisi senza precedenti. Ha un suggerimento (o una critica) per chi fa informazione?

In questo periodo sentiamo, ancor più, il bisogno della sobrietà della parola, sia che si tratti di organi di informazione, sia che si tratti di altri ambiti come quello religioso.

Le parole dovrebbero essere misurate, pensate, giuste. Ad esempio va bene dare consigli su come comportarsi, ma non è utile far circolare centinaia di decaloghi che disorientano.

Bisognerebbe stare attenti a non far rimbalzare messaggi catastrofici ma neanche messaggi rassicuranti che minimizzano, senza controllarne l’attendibilità scientifica. E’ un compito delicato che implica un alto senso di responsabilità in chi fa informazione e un attento senso critico in chi ne usufruisce, che l’ aiuti a filtrare il vero dal falso, il ragionevole dall’isterico.

Foto della New York Public Library, da unsplash.com

Nel nostro tempo la verità è crocifissa. C’è chi organizza la menzogna per secondi fini e lo fa con grande professionalità. Il metodo è sempre lo stesso, mescolare la menzogna con un po’ di verità per renderla più credibile e poi reiterarla in maniera ossessiva. Lo diceva anche Martin Luther King: una menzogne mille volte ripetuta, finisce per essere una verità creduta.

Qui siamo davanti al fenomeno di un contagio di altro tipo ma anche esso mortifero.  E questo vale anche per noi “religiosi”. Fiumi di parole e audaci teorie per spiegare perché Dio “ci ha mandato” il virus e cosa vuole ottenere da noi mediante questo. Circolano delle teologie che fanno rabbrividire.

Bisogna che impariamo tutti a dire il sì, si e il no, no – come diceva Gesù – perché il di più viene dal maligno.

Infine, pastore Aprile, c’è una lezione o un insegnamento che vuole comunicare a credenti e non credenti?

Questa domanda è proprio una tentazione rispetto a quello che ho appena detto. C’è il rischio di dire troppo e di cadere nell’insipienza. Avvertito il lettore, azzardo una risposta “per me”. E’ la mia risposta. Non ha pretesa di oggettività.

Mi sono chiesto se quel che stiamo vivendo non possa essere percepito come una prova generale di una futura e oramai sempre più possibile crisi climatica.

I confini si sgretolano. Le ideologie dell'”America first”, o “prima gli Italiani”, se preferite, si dimostrano false. Il globo è veramente divenuto un villaggio. Si vince o si perde insieme e non a discapito degli altri. Una prova generale, dalla quale se usciremo più saggi, potremo trarre motivi per riflettere e mettere mano alla trasformazione di un modello di sviluppo che il pianeta non è più in grado di reggere. Qualcuno ha detto: “Se il pianeta ha la febbre, allora il virus potremmo essere noi”. Questa è la mia ermeneutica del coronavirus: una grande lezione per rivedere economia, ecologia, il nostro modo di alimentarci, di lavorare, di consumare e anche di essere credenti.

Io pure stendo il mio striscione virtuale con l’arcobaleno e con la scritta “Ce la faremo”. Ma vi aggiungo una condizione. “Ce la faremo se sapremo tirare fuori da noi stessi il meglio di ciò che vi è stato posto: un tesoro in vasi di terra”.

 

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