Un sogno diventato incubo. Il nuovo libro di Paolo Naso su Martin Luther King

Il 15 gennaio del 1929 nasceva ad Atlanta Martin Luther King, il pastore battista, leader del movimento per i diritti civili. Ed esce proprio in questi giorni, edito da Laterza, "Martin Luther King. Una storia americana", scritto dal docente di Scienza politica e coordinatore di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della FCEI, Paolo Naso.

foto @Unseen Histories, da un splash

Roma (NEV), 15 gennaio 2021 – Il 15 gennaio del 1929 nasceva ad Atlanta Martin Luther King, il pastore battista leader del movimento per i diritti civili. Ed esce in questi giorni, edito da Laterza, “Martin Luther King. Una storia americana”, scritto dal docente di Scienza politica e coordinatore di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della FCEI, Paolo Naso.

La locandina dell’appuntamento del 15 gennaio

Oggi alle 18, in diretta sulla pagina Facebook della storica casa editrice, l’autore dialogherà con Alessandro Portelli, in un incontro moderato da Giuseppe Laterza.

Con Paolo Naso abbiamo parlato del volume e soprattutto del valore della vita e dell’insegnamento di “MLK”.

Il libro esce in un momento drammatico della vita politica americana. C’è un nesso tra quello cui stiamo assistendo e la vicenda umana e politica di King?

Ovviamente non è un nesso intenzionale, ma esiste. Dietro le insegne del sovranismo e del peggiore populismo eversivo dei sostenitori di Donald Trump è facile scorgere le bandiere confederate, oggi simbolo di un’America violentemente nostalgica che non sa emendarsi dal suo peccato originale: il razzismo. 

Nei giorni precedenti alla manifestazione del 6 gennaio, i Proud Boys trumpiani evavano vandalizzato alcune chiese nere che esponevano le insegne di Black Lives Matter e invocato un’America antica e a loro avviso felice in cui i neri stavano nelle piantagioni e non potevano entrare nei locali per “i bianchi”. Il razzismo contro cui King spese la sua vita resta un demone che condiziona l’America, ancora oggi. 

Nel 1993 lei curò la pubblicazione de “L’altro Martin Luther King”, edito da Claudiana. Un volume che, tra l’altro, conteneva testi inediti in italiano. Successivamente ha curato altre pubblicazioni sullo stesso personaggio. E allora,  perché un altro, nuovo, libro su Martin Luther King? 

Perché è un personaggio chiave del XX secolo, che merita una biografia rigorosa e non agiografica. Purtroppo negli anni abbiamo assistito a una interessata edulcorazione di King, ridotto a icona ormai innocua dell’America che lottava contro il razzismo: interpretazione vera e rassicurante, ma anche assai parziale. King è un personaggio complesso che, nei pochi anni in cui poté vivere, seppe cogliere e interpretare nuove sfide di fronte all’America di quegli anni: non solo il retaggio dello schiavismo e della segregazione, ma anche il militarismo e la povertà sempre più diffusa nel paese che si presentava come il più ricco al mondo. In questa prospettiva, più che un’icona ho voluto ricostruire un percorso, sottolineando l’evoluzione dell’ analisi di King sui mali dell’America e delle varie strategie di lotta che, di volta in volta, seppe sviluppare.

Insomma nessuna “beatificazione” del Premo Nobel MLK. Lei rivela, anzi, alcuni elementi, biografici ma non solo, che ne raccontano le contraddizioni. Quali erano le ombre di questo personaggio così complesso? 

Da protestante, King non avrebbe amato le beatificazioni, tanto più quando posticce e narcotizzanti. King fu ucciso nel momento in cui era politicamente più isolato; quando i rapporti con il presidente Johnson, che pure aveva riconosciuto il diritto di voto agli afroamericani, erano più tesi; nel momento in cui tanti soggetti – ad esempio la grande stampa liberal – che lo avevano sostenuto quando marciava per i diritti dei neri, lo criticavano e lo abbandonavano perché si era schierato contro l’intervento militare in Vietnam e denunciava le storture sociali del capitalismo americano. King per primo sapeva di essere un uomo, con le debolezze e le fragilità di ogni persona. Nel volume ricostruisco dei momenti difficili in cui, nonostante il legame solidissimo con la moglie Coretta – ebbe delle relazioni extraconiugali che l’FBI documentò nel tentativo – sostanzialmente fallito – di screditarlo. Così come non è un mistero che King e la sua organizzazione, nonostante grandi e rilevantissime eccezioni, avessero un carattere prevalentemente maschile. Fu un errore perché personaggi come Ella Baker, Septima Clark, Diane Nash avevano doti di leadership di primaria grandezza. Ma tutto questo si iscrive nella dimensione umana del personaggio e, a mio avviso, non toglie nulla alla sua straordinaria capacità di segnare il tempo in cui visse e di rendere un grande servizio alla causa dei diritti umani, della giustizia sociale e della pace.

Nel libro emerge una figura carismatica anche e forse soprattutto dal punto di vista teologico. Può spiegare l’importanza che ha King come evangelico e come teologo?  

Con buona ragione, King viene presentato come il “leader del movimento per i diritti civili” ma è raro che ci si  soffermi sull’origine del suo pensiero che è inestricabilmente legato alla parola biblica e a quella che definirei la sua radice “puritana”. Non c’è espressione di King e della leadership del Movement, almeno sino alla sua morte, avvenuta il 4 aprile del 1968, che non abbia una radice nelle Scritture: dall’identificazione degli afroamericani con l’Israele sotto le catene del Faraone prima e in cammino verso la terra promessa dopo, alle parabole evangeliche del servizio nei confronti di chi soffre ed è emarginato. King è figlio della migliore teologia protestante di quegli anni che aveva studiato e interiorizzato. Al tempo stesso, la sua visione si iscrive perfettamente nella vicenda americana, nel concetto di una vocazione che impone all’America di essere una “città sulla collina”, esempio di moralità civile e virtù cristiane. E questo è esattamente il nucleo del puritanesimo, quello storico e reale, non la goffa caricatura che se ne fa in ambienti che non lo hanno mai capito nella sua dimensione centrale che, prima che etica, è primariamente teologica.

C’è una storia, un aneddoto o un aspetto della vita di MLK che ha “scoperto” e che l’ha particolarmente colpita? 

Tra le tante, vorrei ricordare la circostanza in cui scrisse la Lettera dal carcere di Birmigham. Era il 1963, ed stato arrestato in seguito a un’azione di protestante contro la segregazione. Mentre era in carcere sei leader religiosi della città – tutti bianchi – scrissero una lettera aperta per criticare il fatto che King mobilitasse le persone e compromettesse l’ordine pubblico. La strada della giustizia – era la loro tesi – passava per i tribunali e quindi King avrebbe fatto meglio a curare la sua parrocchia e a leggere i suoi sermoni. King si sentì tradito da quei pastori e quegli uomini di fede che leggevano la stessa Bibbia e predicavano lo stesso Vangelo. E volle rispondere, scrivendo di getto un testo scritto su fogli trovati qua e là, compreso un rotolo di carta igienica. Quel documento è uno dei testi chiave del movimento nonviolento, della mobilitazione antirazzista di quegli anni ma anche della radicalità della testimonianza cristiana del XX secolo.

Lei sostiene che più che chiedersi chi abbia ucciso MLK bisognerebbe chiedersi “che cosa”. Ebbene, cosa ha messo fine alla vita del leader afroamericano, secondo lei? 

La morte di King resta un mistero. L’uomo condannato per l’omicidio di una delle persone più note e controllate degli Usa di quegli anni, era un criminale con un profilo assai diverso da quello del terrorista politico; dopo l’attentato, poi, riuscì a scappare in Inghilterra e fu arrestato solo al suo rientro. Come poté abbandonare il Paese? Perché tornò? Interrogativi senza risposta, ancora oggi. Questa pista di indagine, però, ci porta su terreni scivolosi e ipotesi confutabili. Resta invece un dato di fatto: King fu ucciso mentre denunciava la guerra in Vietnam e l’incapacità del capitalismo americano di affrontare il nodo della crescente povertà, sia dei bianchi che dei neri. Stava insomma attaccando il “cuore” del sistema, per giunta in una situazione di isolamento e debolezza. Più che “chi” abbia ucciso King, in conclusione, mi pare interessante ragionare su “che cosa”, su quale meccanismo  abbia attentato alla sua vita.