Afghanistan. Le storie delle persone

Sono arrivati pochi giorni fa, giovedì 24 novembre, con un volo dal Pakistan. Ecco chi sono le famiglie, le donne, gli uomini e i bambini, giunti in Italia con uno dei corridoi umanitari per chi è scappato dall'Afghanistan, realizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia con Sant'Egidio, Arci, Caritas, IOM. Abbiamo raccolto le loro voci a Islamabad, nei giorni prima della partenza per Roma.

Roma (NEV), 29 novembre 2022 – La vita dopo il 15 agosto 2021 era diventata un “incubo”. Lo ripete diverse volte Mohammad, mentre racconta come è cambiato l’Afghanistan con il ritorno dei talebani. Li chiama “mostri”. Ha due libri sul comodino, nella stanza in cui vive con la famiglia, uno è un testo di medicina, il suo lavoro a Kabul, l’altro è “Italian for dummies”, per imparare i primi rudimenti di italiano, in vista della partenza.

Non ci sono libri ma fogli per disegnare a casa della seconda famiglia che incontriamo: ci sono due bambini piccoli, una coppia, una sorella adulta. Altri parenti vivono vicino. Sono un grande nucleo, arrivano dalla provincia di Bamiyan, nell’Afghanistan centrale, dove nel 2001 le statue di due Buddha furono distrutte dai talebani. Ci offrono un the allo zafferano. Gli chiedo come si sono conosciuti, i due genitori: “siamo cugini”, rispondono, arrossiscono e sorridono, “lei passava sotto la mia finestra e l’ho notata”. Sarà l’unico momento in cui il loro racconto non è teso, difficile, duro.

Sono di etnia Hazara, come anche un altro grande nucleo che incontriamo in un appartamento, a pochi chilometri, a Islamabad. Marito, moglie e una bambina di pochi mesi, il nonno e la nonna, entrambi molto giovani, e altri quattro figli, poco più che adolescenti. Lui è un ciclista ma anche un fotografo (da 12mila follower su instagram): ha venduto la sua bici, vuole sapere quando potrà tornare a correre. Non era possibile praticare sport, sotto i talebani. E non era possibile né sicuro per lui continuare a vivere in Afghanistan, perchè allenava le ragazze. La madre ha sempre fatto politica, a livello locale e regionale. Tutta la famiglia ha una storia di impegno e attivismo. In una valigia, quando si preparano per il volo verso l’Italia, hanno portato un intero servizio di piatti.

Foto di Niccolò Parigini

Ha viaggiato su un carretto, per attraversare il confine, il signor Sediqi, classe 1956 e diversi problemi di salute. Faceva il giardiniere, anni fa, si ricongiunge con la famiglia che è già in Italia. Lo ha accompagnato negli ultimi mesi – superando ostacoli di ogni tipo e varie peripezie – un ragazzino di soli 17 anni, che in sostanza se n’è fatto carico. “Siamo diventati famiglia”, ha detto, mentre guardava lo smartphone, come un teenager qualsiasi. Ha riabbracciato la mamma, che era riuscita a partire lo scorso luglio con il primo volo dei corridoi umanitari, a Fiumicino, pochi giorni dopo il nostro incontro, lei gli ha portato una stella di Natale.

Arriva da Bamiyan – che era “famosa per i diritti umani, per la partecipazione della gente nella vita pubblica, uno dei centri più democratici e avanzati del Paese” – anche H.S., giornalista, fotoreporter, attivista per i diritti umani, ha lavorato come interprete e fixer. Racconta di molti colleghi rimasti lì ed impossibilitati a comunicare. “Dopo il 2001 avevo la speranza che il nostro Paese potesse essere un luogo di libertà e stavo facendo tutto il possibile, come attivista, perchè questo accadesse ma con l’arrivo dei talebani abbiamo perso tutto, tutto quello che avevamo raggiunto in termini di diritti”, spiega. Le donne non possono “partecipare alla vita pubblica, andare a scuola, non possono fare niente”, le minoranze “sono target, continuamente in pericolo”. Chiunque protesti lo è. Parla di “torture in pubblico”, processi sommari, negazione di ogni diritto. “L’Afghanistan sarà un problema per il mondo intero se le cose continuano così: bisogna fermare questa dittatura, supportare i valori dei diritti veramente, e non con gli slogan”, conclude.

Foto di Niccolò Parigini

Di donne parla anche Nisar, che insegnava inglese alle ragazze, a Kabul, e per questo è dovuto fuggire. Vive con la madre, lei vorrebbe mettersi a disposizione degli altri, ha lavorato in un salone di bellezza quando era più giovane, dice che sa cucire e cucinare, in particolare il Bor pilau, un piatto a base di riso e carne. “Mi sono dovuto nascondere, ho cambiato casa e indirizzo di continuo, finché non sono riuscito ad arrivare in Pakistan”, spiega il figlio.

Perchè “nessuno sa cosa succede davvero in quel paese, in questo momento”, aggiunge Hakim Bawar, un giovane che partirà col fratello, per Roma, che ha lavorato per anni con organizzazioni locali e internazionali, Ong, per i diritti umani. “Credetemi o no, a volte penso che sarebbe stato meglio morire in Afghanistan, col mio popolo, che scappare. Ci sono milioni di persone che non hanno scelta, che devono rimanere lì. Le donne. Che oggi non hanno alcuna possibilità, se non soffrire, se non subire violenze”. E punta il dito contro i governi occidentali. “Le persone si sono sentite tradite. Le donne, milioni di donne, sono state consegnate nelle mani dei talebani, per loro è un inferno. L’Occidente? Sono venuti vent’anni fa e ci hanno promesso democrazia, prosperità, e invece ci hanno portato i talebani”. Cosa dovrebbero, potrebbero fare, i Paesi europei, l’Occidente, appunto? “E’ troppo tardi. Noi non ci fidiamo più”.


Il progetto dei corridoi umanitari dall’Afghanistan è realizzato da: Federazione delle chiese evangeliche (FCEI), Tavola valdese, Arci, Caritas, Sant’Egidio, IOM.

I corridoi umanitari delle chiese evangeliche sono finanziati dall’Otto per mille delle chiese metodiste e valdesi; l’accoglienza dei beneficiari è gestita e realizzata dalla Diaconia valdese e dalla FCEI.

Per maggiori informazioni:

https://www.mediterraneanhope.com (sito del programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Mediterranean Hope) e https://www.nev.it/nev/category/mediterranean-hope/corridoi-umanitari/


NdR i nomi delle persone intervistate sono stati modificati, compaiono solo come sigle o non sono completi di nome e cognome per motivi legati alla loro sicurezza e alla vulnerabilità delle loro situazioni, delle loro famiglie e di chi è rimasto in Afghanistan.

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