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Arte e IA. Auronda Scalera & Alfredo Cramerotti: relazioni, politica, stupore

Foto per gentile concessione di Auronda Scalera & Alfredo Cramerotti

Roma (NEV), 6 agosto 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane sono lo spunto di uno speciale arte e IA in chiave intergenerazionale e interdisciplinare. In questa puntata, l’intervista a due voci ad Auronda Scalera & Alfredo Cramerotti.

Auronda Scalera è curatrice d’arte, consulente culturale e docente internazionale, specializzata in arte contemporanea, arte digitale e nuove tecnologie. Attiva tra Londra, l’Europa e il Medio Oriente, è considerata una delle figure di riferimento nel panorama internazionale per la ricerca sulle relazioni tra creatività artistica e innovazione tecnologica, con particolare attenzione al Web3, all’intelligenza artificiale e al metaverso. Collabora con istituzioni accademiche internazionali, tra cui IESA di Parigi, Kingston University London, Cambridge (Data School) e VCUarts Doha. Tra i suoi progetti curatoriali: Body Machine di Sougwen Chung (Palazzo Citterio × National Museum of Digital Art, Milano Design Week 2026), Cosmotechnics di Ding Yi (Fondazione Querini Stampalia, Biennale Arte di Venezia 2026) e la mostra in collaborazione tra HEK Museum e Tezos Foundation in occasione di Art Basel 2026.

Alfredo Cramerotti è curatore d’arte, saggista e critico, specializzato nelle relazioni tra arte contemporanea, media digitali e nuove tecnologie. Dirige il Media Majlis Museum della Northwestern University in Qatar ed è presidente dell’International Association of Curators of Contemporary Art (IKT). Già direttore di MOSTYN, la principale galleria pubblica d’arte contemporanea del Galles (2011–2023), svolge anche attività di consulenza per istituzioni internazionali, tra cui la UK Government Art Collection, il British Council e il Ministero della Cultura italiano. Tra i suoi progetti più recenti figurano la co-curatela di Art Dubai Digital e Noor Riyadh (2024), le mostre 404_LAND e Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code, oltre alla curatela di quattro padiglioni nazionali alla Biennale di Venezia e alla co-curatela di Manifesta 8. In duo con Auronda Scalera lavora a importanti progetti legati alla transizione digitale e alla cultural diplomacy.


L’intelligenza artificiale può essere sia una minaccia, sia uno straordinario alleato della creatività. Cosa ne pensate?

Foto per gentile concessione di Auronda Scalera & Alfredo Cramerotti

Auronda Scalera: La dicotomia minaccia/alleato è già di per sé una trappola concettuale. L’IA non è né l’una né l’altra cosa in senso assoluto, è uno specchio che amplifica ciò che portiamo dentro: le nostre domande più profonde, ma anche le nostre pigrizie intellettuali. In venti anni di lavoro con artisti che utilizzano tecnologie emergenti, ho imparato che lo strumento non è mai neutro, ma non è mai nemmeno il protagonista. Quando curiamo 404_LAND HEK Basel, o Body Machine (Meridians) di Sougwen ChungPalazzo Citterio per il Museo Nazionale di Arte Digitale, quello che ci interessa non è l’IA in quanto tale, ma la frizione, il punto di resistenza tra il gesto umano e il processo computazionale. Lì abita qualcosa di vivo.

Alfredo Cramerotti: Dal punto di vista istituzionale e teorico, preferisco una lettura più strutturale. L’IA ci costringe a riformulare una domanda che l’arte ha sempre posto: chi è l’autore? E a chi appartiene l’opera? Queste non sono domande nuove, la critica istituzionale le poneva già negli anni Settanta, ma l’IA le radicalizza. Il vero rischio non è che l’IA “sostituisca” l’artista. Il vero rischio è che normalizzi una visione dell’arte come produzione di contenuto, svuotandola di responsabilità etica e di tensione critica. Ecco perché la nostra pratica curatoriale insiste sempre sulla posizione dell’artista: sulla sua intenzione, sulla sua biografia, sul suo corpo.

Gesto manuale, materia, strumenti analogici — pennello, carta, voce, corpo, silenzio. A cosa non rinuncereste? E perché?

Auronda Scalera: Al silenzio. È il confine che dà forma a tutto il resto. Vengo da una famiglia con radici nell’Impressionismo italiano, il lascito di Giuseppe De Nittis è qualcosa che sento come una presenza fisica, non come un’eredità astratta. E De Nittis era un pittore del momento fuggevole, dell’istante sospeso. Quel silenzio prima che la luce cambi, è lì che vive per me la possibilità dell’arte. Nessuna IA può generare quel silenzio. Può simularlo, mai abitarlo.

Alfredo Cramerotti: Il corpo. Non nel senso romantico della “presenza”, ma nel senso fenomenologico più preciso: il corpo come archivio, come strumento di conoscenza situata. Quando lavoriamo al nostro progetto performativo per MUTEK Forum Montreal, quello che ci interessa è esattamente la negoziazione tra il corpo dell’artista, con la sua storia, i suoi limiti, la sua memoria muscolare, e il sistema computazionale che lo circonda. Rinunciare al corpo sarebbe rinunciare all’errore, all’imprevisto, alla vulnerabilità. E senza vulnerabilità, non c’è arte. C’è solo design.

L’atto creativo nasce da un’ispirazione interiore, o qualcosa di altro lo attraversa — il divino, il mistero, l’inconscio, la natura, la comunità?

Auronda Scalera: Credo che l’atto creativo sia sempre relazionale. Nasce nell’intersezione tra l’artista e il contesto, tra il dentro e il fuori, tra ciò che si sa e ciò che non si può ancora nominare. Non sono mai stata convinta delle narrazioni del genio solitario. Ogni opera che mi ha davvero cambiato qualcosa è emersa da un ecosistema, una comunità, una crisi, una conversazione notturna, un territorio. Questo è il cuore del mio lavoro curatoriale: creare le condizioni perché quella relazione possa accadere.

Alfredo Cramerotti: C’è una tradizione di pensiero, da Warburg a Latour, che descrive l’opera come un nodo in una rete di relazioni, umane, materiali, cosmologiche, tecniche. Trovo questa lettura molto più produttiva della psicologia dell’ispirazione individuale. L’atto creativo, per me, è sempre un atto di traduzione: si traduce qualcosa che esiste già, in un’altra forma, in un altro linguaggio, in un’altra scala. L’artista non inventa dal nulla. Ascolta, e poi risponde.

L’arte genera stati alterati dell’essere — estasi, commozione, trance. Indipendentemente dal processo creativo, umano, collaborativo o interamente artificiale, come può renderci più umani e favorire il dialogo interculturale e inter-fedi?

Auronda Scalera: La Sindrome di Stendhal è uno dei fenomeni che continua ad affascinarmi profondamente, quella perdita di sé davanti alla bellezza sovrabbondante. Ciò che mi colpisce è che accade nonostante la logica, oltre la comprensione razionale. E questo, credo, è il territorio più prezioso che l’arte custodisce: lo spazio in cui le nostre categorie identitarie, culturali, religiose, generazionali, si ammorbidiscono. Ho visto pubblici radicalmente diversi a Noor Riyadh, alla Biennale di Venezia, o a Dubai, commuoversi davanti alla stessa opera senza bisogno di traduzione. L’emozione estetica è uno dei pochi linguaggi davvero trans-culturali che abbiamo.

Alfredo Cramerotti: Il punto cruciale per me non è se l’opera sia fatta da un umano o da un’IA, ma se produce esperienza nel senso più pieno del termine. Esperienza come trasformazione, non come consumo. Se un sistema algoritmico genera qualcosa che mi disorienta, che mi sfida, che mi apre una domanda che non avevo allora sta svolgendo una funzione culturale legittima. Il dialogo inter-fedi non passa attraverso il consenso dottrinale, ma attraverso l’esperienza condivisa dello stupore. L’arte è forse l’unico spazio in cui possiamo stare insieme nell’incertezza senza che questa diventi conflitto.

Limiti all’espressione artistica, sì o no? È possibile un dialogo tra queste due visioni? C’è un gap generazionale o culturale?

Auronda Scalera: Il dialogo è possibile ma solo se smettono di parlarsi in modo asimmetrico. Chi invoca limiti spesso custodisce una domanda legittima su responsabilità, contesto, impatto comunitario. Chi rivendica libertà assoluta spesso confonde la libertà dell’artista con l’irresponsabilità etica. Lavorando in contesti geografici molto diversi, Europa, Medio Oriente, Asia Centrale, America Latina, ho imparato che il confine tra espressione e offesa è sempre situato culturalmente. Non esiste una risposta universale. Esiste però una pratica: il dialogo, la negoziazione, la cura del contesto. Questo è il lavoro curatoriale nel suo senso più antico.

Alfredo Cramerotti: Il gap generazionale esiste, ma non è il più significativo. Il gap più profondo è epistemologico: chi pensa che l’arte debba rispondere a valori già costituiti, e chi pensa che l’arte esista precisamente per mettere in crisi quei valori. Entrambe le posizioni hanno una storia lunga e una legittimità. La questione è chi ha il potere di definire il confine e questa è sempre una questione politica prima che estetica.

L’opera d’arte che guarda, interroga, cambia chi la osserva. Vi è mai capitato di avere questa sensazione “quantistica”?

Auronda Scalera: Continuamente. E non credo sia metafora. Certi lavori hanno una presenza, una specie di campo gravitazionale. Ricordo la prima volta che mi sono trovata davanti a un’installazione di Kimsooja: il silenzio non era mio, veniva dall’opera. Mi interrogava su qualcosa che non sapevo ancora di voler sapere. È uno dei motivi per cui faccio questo lavoro: per inseguire quelle opere che mi cambiano qualcosa prima ancora che io le capisca.

Foto per gentile concessione di Auronda Scalera & Alfredo Cramerotti

Alfredo Cramerotti: Dal punto di vista teorico, direi che l’opera non “guarda” ma crea le condizioni per cui io veda me stesso diversamente. È una distinzione sottile ma importante. L’opera non ha intenzionalità nel senso fenomenologico, ma ha struttura, ha forma, ha densità semiotica. E quella struttura interagisce con la mia soggettività producendo effetti imprevedibili. In questo senso, ogni incontro con un’opera è irripetibile. Il che rende l’esperienza estetica radicalmente democratica: non esiste un modo “giusto” di essere cambiati da essa.

L’arte ha il compito di custodire zone d’ombra, misteri e domande senza risposta?

Auronda Scalera: Non solo il compito, ha la vocazione. In un’epoca in cui tutto viene quantificato, ottimizzato, reso visibile e rendicontabile, l’arte è forse l’ultimo spazio legittimo dell’opacità. Non l’oscurità come rifiuto della comprensione, ma come rispetto per la complessità dell’esistenza. Le opere che rimangono sono quelle che non si lasciano esaurire, che continuano a resistere all’interpretazione definitiva. È quello che cerco quando lavoro con gli artisti: non la chiarezza del messaggio, ma la densità dell’esperienza.

Alfredo Cramerotti: C’è una tensione produttiva tra l’arte e la cultura della trasparenza radicale che caratterizza il nostro presente, un presente dominato da dashboard, metriche, KPI. L’arte può e deve fare resistenza a questa logica. Non perché ami il segreto, ma perché custodisce l’esperienza di ciò che eccede la misura. E questa, oggi, è una funzione politica oltre che estetica, come ho detto prima.

Se un’opera creata interamente dall’IA vi commuovesse fino alle lacrime, cambierebbe la vostra idea di “anima”? O di “invisibile”?

Auronda Scalera: È già successo, non fino alle lacrime, ma qualcosa di simile. E non mi ha semplificato le cose: me le ha complicate, nel senso migliore. Non ho cambiato la mia idea di anima. Ho invece capito che forse proiettavo nell’opera qualcosa che era già mio, la mia nostalgia, il mio desiderio di connessione. Il che apre una domanda ancora più vertiginosa: quando siamo commossi da qualcosa, stiamo incontrandola, o stiamo incontrando noi stessi?

Alfredo Cramerotti: Cambierebbe la mia idea di “attribuzione” più che di “anima”. Il termine anima porta con sé un bagaglio teologico e metafisico che non è il mio lessico primario. Ma la commozione come evento estetico, quello sì mi interessa. Se una macchina genera qualcosa che produce in me una risposta emotiva autentica, questo mi dice qualcosa sull’architettura dell’emozione umana, non sulla coscienza della macchina. È uno specchio, non una finestra.

Quali arti sono imprescindibili per lo sviluppo educativo, pedagogico e politico delle persone e delle comunità?

Auronda Scalera: La musica prima di tutto, perché è l’unica arte che esiste esclusivamente nel tempo, e che ci insegna ad abitare la durata, l’attesa, la risoluzione. Miles Davis, Nina Simone, Coltrane: sono stati per me altrettanto formativi di qualsiasi testo teorico. E poi la poesia perché comprime il mondo in una misura che la prosa non può raggiungere, e ci insegna la precisione del linguaggio come strumento politico. Le comunità che perdono la poesia perdono qualcosa di essenziale nella loro capacità di nominarsi.

Alfredo Cramerotti: Aggiungerei il cinema, come forma d’arte collettiva per eccellenza, che si fruisce insieme, al buio, in uno spazio condiviso. E la scultura, nel senso più ampio: l’arte che occupa lo spazio pubblico, che negozia con l’architettura del potere, che appartiene a tutti senza bisogno di biglietto. Le arti che richiedono presenza fisica, che non si possono consumare su uno schermo, hanno oggi un valore pedagogico e politico che non dobbiamo sottovalutare.

Foto per gentile concessione di Auronda Scalera & Alfredo Cramerotti

Artisti del terzo millennio assolutamente da conoscere?

Auronda Scalera: Sougwen Chung — perché ridefinisce il confine tra gesto umano e processo algoritmico con una grazia e una profondità teorica che pochi altri raggiungono. Hind AlSaad — per la sua capacità di attraversare culture, identità e tecnologie senza perdere mai la specificità del suo sguardo. Gabriel Massan — per come costruisce mondi virtuali che sono anche archivi di memoria collettiva e resistenza. E Kimsooja — che so non è del terzo millennio, ma la cui pratica continua a crescere in risonanza proprio in questo momento storico.

Alfredo Cramerotti: Varvara & Mar — per il rigore con cui affrontano il rapporto tra dato, corpo e spazio. Faig Ahmed — per la sua capacità di destabilizzare l’iconografia tradizionale azera attraverso il digitale senza mai perdere la radice materiale e culturale. Almagul Menlibayeva — per la potenza con cui porta il corpo femminile kazako in dialogo con la memoria coloniale e post-sovietica. E Anicka Yi — per come rende visibile l’invisibile: odori, batteri, ecologie microbiche come linguaggio estetico e politico.

“L’arte turba, la scienza rassicura”, diceva Braque. È mai stato così? Lo è ancora?

Auronda Scalera: È una frase bellissima e inevitabilmente datata. Oggi la scienza, almeno nella sua incarnazione tecnologica dominante, turba quanto l’arte, forse di più. L’IA generativa, la biogenetica, i sistemi di sorveglianza: non c’è niente di rassicurante in questi orizzonti. E l’arte, paradossalmente, a volte rassicura, crea comunità, senso di appartenenza, continuità con il passato. Forse la distinzione più onesta oggi non è tra arte e scienza, ma tra ciò che apre domande e ciò che le chiude. E quella frontiera attraversa entrambi i campi.

Alfredo Cramerotti: Braque parlava in un contesto in cui la scienza era ancora largamente percepita come progresso lineare verso la verità. Quel paradigma è in crisi da decenni. Oggi viviamo nell’epoca dell’incertezza scientifica istituzionalizzata, cambiamento climatico, pandemia, crisi della replicabilità nella ricerca. La scienza non rassicura più automaticamente. E l’arte, forse proprio per questo, ha recuperato una funzione epistemica che aveva perso: non solo turbare, ma aiutarci a stare nell’incertezza senza cedere al cinismo o alla paralisi. Lo ripeto ancora. È una funzione politica, non solo estetica. Ed è esattamente il territorio in cui lavoriamo.


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