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Home Ecumenismo e dialogo Chiesa di Scozia. Intervista alla pastora Sally Foster-Fulton
  • Ecumenismo e dialogo

Chiesa di Scozia. Intervista alla pastora Sally Foster-Fulton

La visita ufficiale della moderatora della chiesa di Scozia, pastora Sally Foster-Fulton, in occasione della visita per l’insediamento della pastora Tara Curlewis sia quale ministra della St. Andrew’s Church of Scotland di Roma, sia quale responsabile del nuovo Ufficio ecumenico riformato

Di
Agenzia NEV
-
8 Novembre 2023
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    La delegazione della Chiesa di Scozia in visita a Roma - novembre 2023. La moderatrice Sally Foster-Fulton è la seconda da sinistra.

    Roma (NEV), 8 novembre 2023 – È in corso in questi giorni a Roma la visita ufficiale della moderatora della chiesa di Scozia, pastora Sally Foster-Fulton. Occasione della visita, che si conclude oggi, è l’insediamento della pastora Tara Curlewis sia quale ministra della St. Andrew’s Church of Scotland di Roma, sia quale responsabile del nuovo Ufficio ecumenico riformato istituito anch’esso a Roma.

    Nell’ampio programma, la moderatora ha incontrato diverse realtà protestanti, fra cui la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), la Tavola valdese, la Facoltà valdese di teologia e l’ufficio dell’Otto per mille delle chiese valdesi e metodiste. Foster-Fulton ha anche fatto visita a papa Francesco.

    La delegazione scozzese comprende il pastore Ian Alexander, responsabile dell’Ufficio internazionale di partenariato per la giustizia sociale della chiesa di Scozia, e dal pastore Stuart Fulton, marito della moderatora. L’agenzia stampa NEV/Notizie evangeliche l’ha intervistata.

    Immagine tratta da https://www.churchofscotland.org.uk/news-and-events/news/2023/articles/minister-humbled-and-excited-to-be-elected-moderator-of-the-general-assembly

    Moderatora Foster-Fulton, in questa visita a Roma, cosa fino adesso l’ha colpita di più?

    Quel che mi ha colpito più di ogni altra cosa è il lavoro che viene fatto con i rifugiati e i richiedenti asilo. Lo vedo come un segno e una dimostrazione concreta di cosa significa far parte del corpo di Cristo. L’incontro con le operatrici di Mediterranean Hope, il programma Rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), ma anche la visita alla scuola d’italiano della Comunità di Sant’Egidio mi hanno molto colpita. La cura e il rispetto verso l’altro, il lavoro dei volontari, mostrano come ciò che impari dalle Scritture, lo porti e lo conservi nel cuore e lo metti in pratica con le tue mani. È una teologia olistica che include l’interezza dell’essere umano: testa, cuore, mani.

    Un momento importante di questa visita è stato poi l’incontro in Vaticano con papa Francesco. Abbiamo parlato di pace, di unità e ecumenismo, del cammino che percorriamo insieme come cristiani. Al papa ho regalato di un dipinto di un artista scozzese, Michael McVeight, intitolato “Persone usa e getta / Throwaway people” che mostra la fragilità della vita e quanto sia facile cadere nelle sue incrinature.

    Il terzo momento significativo è stato il culto di domenica 5 novembre, alla chiesa valdese di piazza Cavour, per l’insediamento della pastora Tara Curlewis come responsabile del nuovo Ufficio ecumenico riformato di Roma.

    Foto tratta da https://riforma.it/it/articolo/2023/11/08/ufficio-ecumenico-riformato-roma-culto-di-inaugurazione

    Ha citato l’Ufficio ecumenico riformato che si è appena costituito a Roma. Cosa si aspetta dal lavoro di questa nuova istituzione?

    La parola ecumene indica l’intera terra abitata. In questo senso, l’ecumenismo è un viaggio ben oltre noi stessi, un farsi guidare dallo Spirito ovunque ci conduca. E significa anche essere pronti a superare la stessa concezione che abbiamo di cosa l’ecumenismo dovrebbe essere. Più che la mia aspettativa, è la mia speranza, che lo Spirito, attraverso il lavoro di questo ufficio, ci porti oltre noi stessi, a superare più di un confine. Questo percorso sarà intrapreso dalla pastora Tara Curlewis che è stata insediata ieri come referente dell’ufficio, ma non sarà sola. Lo farà insieme alla sua chiesa locale, la St. Andrew’s Church of Scotland di Roma, di cui è pastora e che ha già una sua rete di significative relazioni ecumeniche. E avrà certamente anche il nostro sostegno. Se posso dare un consiglio, suggerisco di procedere nel cammino senza fretta, ponendosi degli obbiettivi senza però bruciare le tappe. L’ecumenismo non è una corsa: ci si deve dare il tempo per incontrare le persone, conoscerle e diventare così compagni di viaggio.

    Cosa ci dice del suo incontro con le chiese protestanti italiane?

    Tra la chiesa di Scozia e la chiesa valdese c’è una relazione che dura da alcuni secoli e che continua a consolidarsi. Ciò che mi colpisce dei protestanti italiani è che delle chiese relativamente piccole sappiano rischiare e offrire un lavoro di testimonianza, accoglienza, integrazione che magari parte come una piccola cosa ma alla fine fa la differenza per chi è coinvolto. Mi colpisce anche la capacità di saper lavorare insieme ad altri, tra chiese evangeliche, con la Comunità di Sant’Egidio per i corridoi umanitari, con le istituzioni, senza perdere la propria identità. È il principio dell’unità e non dell’uniformità.

    Guardando invece alla situazione in Scozia, quali sono le maggiori sfide che coinvolgono la sua chiesa

    La sfida principale credo riguardi tutte le chiese europee e non solo la chiesa di Scozia. Stiamo diminuendo di numero e invecchiando. Abbiamo un patrimonio immobiliare che è difficile da gestire, soprattutto se si è impegnati nella giustizia climatica. Dobbiamo ripartire, nel mettere al centro le persone. Un’altra sfida è portata da chi è in ricerca di una spiritualità che le chiese non sembrano essere in grado di offrire. Poi, c’è la questione dello spazio ecumenico e interreligioso. Infine, rispondere alla povertà come fenomeno strutturale. Combattere quest’ultima è una questione di giustizia.

    Tra le tante crisi presenti nel mondo, quella tra Israele e Palestina fa ogni giorno salire il numero delle vittime. Cosa pensa di questa situazione?

    Penso che sia una tragedia ad ogni livello. Ciò che Hamas ha fatto è un orrore incalcolabile. Ma anche quel che sta accadendo a Gaza è un orrore incalcolabile. C’è bisogno di un cessate il fuoco, di corridoi umanitari. Bisogna salvaguardare la vita di tantissime persone che non hanno nulla a che fare con l’orrore degli uni o degli altri. Ciò che mi spezza il cuore è vedere come quando i grandi fanno la guerra i piccoli muoiono. Come rappresentanti di comunità di fede dobbiamo dire, ovunque e insieme, basta! La situazione è complessa e non voglio far finta di avere una risposta se non che bisogna smettere di uccidersi a vicenda.

    In Gran Bretagna in questo momento diversi discendenti di migranti occupano posizioni politiche di rilievo: a Downing Street c’è Rishi Sunak, nato da genitori indù emigrati dall’Africa orientale, la ministra degli interni è Suella Breverman, nata da genitori indiani, il primo ministro scozzese Humza Yousaf, nato da padfre pachistano e madre kenyota. Eppure, questo non sembra favorire delle politiche migratorie volte all’accoglienza. È così?

    Il nostro primo Ministro è molto impegnato all’accoglienza e consapevole di vivere in una società aperta a più culture e religioni. Voglio sottolineare che noi occidentali siamo responsabili delle cause che provocano le migrazioni di così tante persone dal cambiamento climatico a guerre e violenze. Ciò che mi preoccupa è il linguaggio teso a de-umanizzare i migranti utilizzato dai politici, ripreso dai media e sempre più assorbito dalla società. Si possono chiamare le persone che attraversano il Mediterraneo o la Manica uno “sciame”? L’attuale legge sull’immigrazione illegale, approvata dal Parlamento britannico, rende sostanzialmente impossibile l’ingresso legale, e quindi sicuro, in Gran Bretagna. Le chiese propongono un’altra narrazione, altre parole come “accoglienza” e “santuario”, cioè luogo sicuro e accessibile. Siamo cittadini globali che non si muovono a sciami ma si incontrano nella loro umanità.

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