Roma (NEV), 7 luglio 2026 – Oltre cento firme al Politecnico di Torino contro la ricerca militare. La notizia arriva dalla testata diocesana di Torino, “La voce e il tempo”. È solo l’ultima di una serie di iniziative che, ormai da tempo, intersecano il tessuto e le strade della città. Diverse realtà, laiche e religiose, sono impegnate quotidianamente nella costruzione della pace.
Abbiamo chiesto a Sergio Velluto, Presidente del Concistoro valdese di Torino e Vicepresidente del Comitato Interfedi del Comune di Torino, una ricognizione su quanto accade nel capoluogo piemontese. Ecco il suo contributo.
A Torino i numeri della pace crescono. Non solo nei cortei, ma nelle presenze settimanali, nelle firme, nelle assemblee, nelle mostre e nelle campagne contro l’industria bellica. Mentre la città discute il proprio futuro industriale tra aerospazio, difesa e ricerca tecnologica, una rete sempre più ampia chiede che investimenti pubblici, lavoro e università siano orientati alla vita e non alla produzione di armi.
Il segnale più costante arriva dalle Presenze di Pace promosse dal Coordinamento AGiTe, rete torinese nata nel 2017 per sostenere il Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari e opporsi alle guerre. Dal 2022 l’appuntamento è ogni sabato, dalle 11 alle 12, quasi sempre in piazza Carignano: letture, testimonianze, cartelli, bandiere arcobaleno e un minuto di silenzio per le vittime. Una mobilitazione sobria, ma continua.
La continuità è il dato politico. Le Presenze di Pace hanno raggiunto quota 226 settimane di presidi a Torino e Ivrea. Numeri che descrivono una geografia fatta di associazioni, gruppi religiosi e laici, realtà sindacali, movimenti nonviolenti, studenti, pensionati e cittadini.
Anche la mostra fotografica nata dai presidi, esposta in vari luoghi della città tra cui il Tempio valdese, ha trasformato quella pratica in racconto pubblico. Le immagini, selezionate da un archivio di oltre mille fotografie, restituiscono volti, striscioni, stagioni, ospiti e parole d’ordine. Il messaggio è chiaro: la pace torinese non è un sentimento astratto, ma una presenza collettiva e riconoscibile.
Il movimento attraversa anche l’università. Il Politecnico di Torino è oggi uno dei luoghi in cui il confronto è più evidente: da un lato motore scientifico della città, dall’altro spazio interrogato sul rapporto tra ricerca, industria aerospaziale, tecnologie dual use e filiera militare.
Al Politecnico di Torino docenti, ricercatori, tecnici e personale amministrativo hanno sottoscritto una lettera-appello per arrivare a un “Ateneo smilitarizzato”. Le firme raccolte sono salite a 111, circa uno su dieci. La lettera è aperta alle adesioni della comunità accademica. La sollecitazione invita i vertici dell’Università di corso Duca degli Abruzzi a formulare una norma interna che vincoli il Poli a non svolgere ricerche di natura esplicitamente militare, includendo contratti con imprese, iniziative con ministeri, organizzazioni internazionali e programmi europei o nazionali.
Il tema pesa in una città che sta cambiando pelle. Torino, storicamente legata all’automotive, vede crescere il peso di aerospazio e difesa. La Città dell’Aerospazio, le collaborazioni tra imprese, istituzioni e università, e la presenza di aziende con commesse militari hanno reso più visibile la filiera bellica locale. Per le realtà antimilitariste, la guerra non comincia solo sui fronti: nasce anche dove si progettano, finanziano, testano e vendono tecnologie militari.
Da qui le iniziative contro le fabbriche delle armi: presidi davanti a eventi dell’aerospazio e della difesa, incontri al Centro Studi Sereno Regis, campagne per il disarmo, discussioni sulla legge 185 sulle esportazioni militari. Il filo comune è la riconversione industriale. L’obiettivo è indicare alternative: usare competenze tecniche e lavoro qualificato per sanità, transizione ecologica, trasporto pubblico, cura e ricerca civile.
La rete è ampia. AGiTe porta continuità e disarmo nucleare; l’università mette al centro la responsabilità della ricerca; i movimenti antimilitaristi mostrano la materialità della filiera bellica; realtà sindacali e associative ragionano su lavoro e riconversione. C’è anche la Chiesa valdese, aderente al Coordinamento AGiTe, che ha organizzato la 225ª Presenza di Pace. E c’è la posizione del cardinale Roberto Repole: nel messaggio per la Festa del Lavoro ha chiesto se Torino, dopo essere stata città dell’auto, voglia diventare città delle armi, invitando a non separare pace e lavoro.
Le difficoltà restano. I presidi faticano spesso a entrare nel grande circuito mediatico. Le firme universitarie si scontrano con interessi economici forti e con la retorica della sicurezza armata. Le campagne contro le fabbriche delle armi incontrano l’obiezione del lavoro. Ma proprio qui si gioca il punto politico: non contrapporre occupazione e pace, bensì chiedere un lavoro che non dipenda dalla guerra.
Ogni firma al Politecnico, ogni sabato in piazza Carignano, ogni assemblea sulla riconversione e ogni presidio davanti a un luogo della filiera militare aggiunge un numero a questa contabilità diversa. Se i bilanci pubblici registrano l’aumento delle spese militari, Torino mostra che possono crescere anche altri numeri: presenze, reti, iniziative, domande scomode. È da qui che una città può provare a ripudiare davvero la guerra.
Sergio Velluto
Presidente del Concistoro valdese di Torino
Vicepresidente del Comitato Interfedi del Comune di Torino

























